Il ragionamento di Hakusaki, che pare tanto evidente a chi non crede, non ha neppur l'ombra dell'efficacia per chi porta in sè stesso la fede, come un elemento costitutivo della propria organizzazione morale. Non comprende, affatto, il fenomeno essenziale della religione chi s'illude di poterlo combattere con logici ragionamenti. Questi ragionamenti che sembrano al razionalista armi invincibili, sono pel credente un telum imbelle. Il credere non è l'effetto di un'operazione, ma, bensì, di una disposizione della mente. E questa disposizione rimane intangibile a qualsiasi dimostrazione razionale. Un ragionamento analogo a quello di Hakusaki è stato fatto dai polemisti pagani, ma, davanti a quel ragionamento, insorgeva la coscienza dell'umanità assetata di redenzione, ansiosa di una [pg!225] palingenesi che la facesse uscire dalle tenebre del peccato e della sventura. L'inesplicabilità del processo di redenzione diventava una ragione di credere in esso, appunto perchè la ragione appariva insufficiente, impotente a redimere l'uomo. Fu lo scandalo della croce che ha convertito Paolo. Ricordiamo le sue grandi parole: «Non ha forse Dio istupidita la sapienza del mondo? Poichè il mondo non conobbe Dio per mezzo della sapienza, volle Dio salvare i credenti colla stoltezza dell'annuncio. Gli Ebrei chiedono dei prodigi, i Greci cercano la sapienza, noi annunciamo Cristo crocifisso, uno scandalo per gli Ebrei, una stoltezza pei Greci, ma per noi eletti, Ebrei e Greci, Cristo forza di Dio e sapienza di Dio». Ed agli Hakusaki del suo tempo, Tertulliano rispondeva coi meravigliosi paradossi: Crucifixus est dei filius; non pudet, quia pudendum est. Et mortuus est dei filius; prorsus credibile est, quia ineptum est. Et sepultus resurrexit; certum est, quia impossibile est[229].
Giuliano, che era cresciuto in un ambiente nel quale non si credeva al Cristianesimo, non durava fatica a porre il dito sulle contraddizioni dottrinarie e storiche delle tradizioni cristiane. E, siccome egli non era immunizzato dall'antidoto della fede, quelle contraddizioni erano per lui una prova evidente della debolezza del Cristianesimo. Egli s'illudeva che bastasse additarle, perchè il Cristianesimo cadesse, e non comprendeva che tutte le sue dimostrazioni critiche, urtando contro la rupe della fede, non riuscivano nemmeno a scalfirla. La critica della religione non attecchisce se non là dove il pensiero scientifico ha tolta, [pg!226] o, almeno, attenuata la necessità di avere una religione positiva, cioè, nell'uomo moderno. Ma nulla era più lontano dal tempo e dalle abitudini intellettuali di Giuliano che il pensiero scientifico. Ciò è tanto vero che egli, pur pretendendo di abbattere, con le armi della critica, il Cristianesimo, metteva in piedi una religione che all'assalto di quelle armi non avrebbe resistito neppure un istante.
Giuliano, essendo dunque perfettamente libero da ogni predisposizione di sentimento favorevole al Cristianesimo, si accinse a fare, contro di esso, la sua opera di critico demolitore. Compose un trattato contro i Cristiani, in cui discuteva le ragioni del Cristianesimo, dal punto di vista della storia e della filosofia, e cercava di provarne l'essenziale debolezza. Questo trattato andò completamente perduto, al pari di quelli di Celso e di Porfirio, scritti col medesimo scopo. Libri siffatti dovevano essere, pei Cristiani, troppo irritanti, perchè questi potessero tollerarne la conservazione; la loro distruzione è la conseguenza naturale di una spiegabile intolleranza. Però, del trattato di Giuliano, come di quello di Celso, si potè rintracciare qualche reliquia sufficiente a darci un'idea del lavoro. Tanto Celso, quanto Giuliano, ebbero due potenti confutatori. Il primo fu discusso e contraddetto da Origene, il secondo da Cirillo d'Alessandria verso la metà del secolo quinto. Ora, dal testo dei confutatori è possibile ricostruire, almeno in parte, il testo confutato. Teodoro Keim ha fatto questo lavoro pel trattato di Celso; il Neumann lo ha fatto pel trattato di Giuliano, con uno di quegli sforzi meravigliosi di critica che sono resi possibili dalla moderna erudizione. Se non che dell'opera stessa di Cirillo, che pare constasse di una ventina di libri, non rimangono che dieci, e questi [pg!227] dieci sono intieramente dedicati alla confutazione del primo libro dell'opera di Giuliano che pare fosse composta di tre. Non è dunque che un frammento che il Neumann è riuscito a ricostruire. Ma questo frammento è prezioso e basta a darci un'idea dell'indirizzo polemico del suo autore.
Il trattato contro i Cristiani sarebbe stato scritto, a quel che narra Libanio, nella sua orazione funebre, durante il soggiorno dell'imperatore in Antiochia. Noi sappiamo che Giuliano dimorò in Antiochia, dall'Agosto del 362 al Marzo del 363, tutto intento ai preparativi per la funesta spedizione di Persia. Ebbene, in mezzo a tali gravissime preoccupazioni, l'infervorato giovane, approfittando delle lunghe notti invernali, narra Libanio, scriveva, per dimostrare ridicola e vana la fede dei Cristiani, un libro che, sempre al dire di Libanio, era più poderoso di quello stesso che aveva dettato, al medesimo scopo, il vecchio di Tiro, cioè, Porfirio[230]. Certo, la circostanza di aver scritto, in un momento ansioso, un libro così grave, trovando, insieme, il tempo di comporre la brillante satira, il Misobarba, è la prova più luminosa della singolare versatilità di Giuliano e della sua profonda conoscenza del nuovo e del vecchio Testamento. Vogliamo anche ammettere, con Libanio, che il trattato di Giuliano riuscisse più erudito di quello stesso di Porfirio, ma ci pare assai probabile che l'esistenza del trattato di Porfirio abbia giovato potentemente al suo successore, pel quale poi erano sacri tutti gli insegnamenti e tutte le parole dei suoi maestri neoplatonici. Ci pare proprio incredibile che, senza il libro di Porfirio, che gli doveva [pg!228] servire di falsariga, Giuliano riuscisse, nei pochi ed agitati mesi della sua dimora in Antiochia, a comporre il suo.
Come dicemmo, il Neumann, dal testo di Cirillo, è riuscito a ricomporre la trama del primo libro di Giuliano. Si comprende come il lavoro del critico, per quanto acutissimo, non possa essere, in parte, che un lavoro ipotetico, poichè non è possibile di avere nessun dato preciso nè sulla interezza nè sull'ordine delle citazioni contenute nel testo della scrittura confutante. Però, la lettura del libro di Giuliano, quale risulta dalla ricostituzione che ne ha fatta il critico, pur lasciando qualche dubbio sui dettagli dell'ordinamento, ci dà una chiara nozione dei concetti fondamentali su cui si svolgeva l'argomentazione di Giuliano e del valore dell'argomentazione stessa. Noi troviamo anche qui quella singolare miscela di acume, di spirito, di critica razionale e, insieme, di pregiudizio e di superstizione che è caratteristica di Giuliano e che già abbiamo constatato negli altri suoi scritti. Però, a giudicare dal frammento che possediamo, il trattato contro i Cristiani doveva esser l'opera più pensata di Giuliano, quella in cui l'acutezza del critico demolitore si esercitava sicuramente, perchè più libera da preconcetti filosofici e scolastici. Se il Cristianesimo avesse potuto esser demolito dall'analisi critica delle sue basi e dei suoi documenti, il libro di Giuliano avrebbe fatto l'ufficio di un piccone robusto.
Noi dobbiamo esaminarlo, questo libro, non già pel suo valore intrinseco, ma perchè, come documento storico, ha un grande interesse e contiene, esposte da Giuliano stesso, le cause razionali della sua apostasia. Qui l'apostata attacca direttamente il Cristianesimo. Gli imperatori antecedenti lo avevan combattuto col [pg!229] ferro e col fuoco. Egli crede possa bastare il vigore dei suoi ragionamenti. Certo, in alcuni punti, non gli manca l'acume e la dottrina. Ma un giudice veramente imparziale ed illuminato, leggendo la critica di Giuliano, avrebbe potuto dirgli: Medice, cura te ipsum.
Il libro così comincia: «Pare a me conveniente esporre a tutti gli uomini le ragioni da cui fui convinto che la stolta dottrina dei Galilei è un'invenzione messa insieme dalla perversità umana. Non avendo in sè nulla di divino e, servendosi della inclinazione dell'animo verso ciò che è mitico, fanciullesco e irrazionale, riuscì a far passare per vere le sue favole prodigiose. . . . . . . . . . . . . .
«Vale la pena di esaminare brevemente donde e come venne a noi primieramente l'idea di Dio. Quindi confrontare ciò che intorno alla divinità si dice, presso i Greci e presso gli Ebrei e, dopo ciò, interrogare coloro che non sono nè Greci nè Ebrei, ma appartengono all'eresia dei Galilei, per qual motivo preferirono alla nostra la dottrina degli Ebrei, e di più perchè non stettero fermi su questa, ma se ne separarono per seguire una via propria. Non accettando nulla di ciò che noi Greci abbiamo di bello e di buono e nulla di ciò che gli Ebrei ebbero da Mosè, presero, invece, i vizî che agli uni e agli altri furono attaccati come da un demone perverso, l'empietà dall'intolleranza ebrea, la vita scostumata e turpe dalla nostra leggerezza ed intemperanza, ed osarono chiamar tutto ciò la religione perfetta»[231].
In questo piccolo proemio son posti i due punti [pg!230] fondamentali su cui si svolge tutta la polemica di Giuliano, primieramente la superiorità del politeismo ellenico nel monoteismo ebraico, che egli crede essere un'applicazione errata di un principio essenzialmente vero; in secondo luogo la contraddizione in cui cadono i Cristiani, i Galilei, come egli sempre li chiama, con intenzione di disprezzo, i quali, mentre affermano di derivare la loro dottrina e la loro idea del divino dalla religione ebraica, la offendono poi nei suoi concetti più essenziali.
Giuliano era un polemista assai abile ed arguto e sapeva cogliere prontamente il punto debole dell'avversario. Per combattere il monoteismo ebraico egli si ferma sul suo difetto propriamente fondamentale, che è di avere un Dio, per sua natura, esclusivamente nazionale. Il Dio degli ebrei non è il Dio del genere umano, è il Dio di un dato e piccolo popolo. Ora, dice Giuliano, è possibile assumere un Dio siffatto a Dio unico di tutta l'umanità? È possibile che il creatore di tutti gli uomini abbia serbati i suoi favori ad una così esigua, impercettibile minoranza? Questo ragionamento è la chiave di volta di tutta la confutazione giulianea. A lui riesce assai facile dimostrare, coi testi alla mano, come Mosè abbia inteso propriamente far del suo Dio il Dio esclusivo degli Ebrei. E poi continua: «Che Dio, fin dal principio, siasi curato solo degli Ebrei e ne abbia fatto il popolo eletto, non lo dicono solo Mosè e Gesù, ma anche Paolo. Costui, a seconda della convenienza, cambiava le sue convinzioni intorno a Dio, come i polipi cambiano il colore della pelle, a seconda degli scogli a cui si attaccano, ed or sosteneva che solo agli Ebrei è data l'elezione divina, ed ora voleva persuadere i Greci a farsi devoti a lui, dicendo: — «Dio [pg!231] non è solo Dio degli Ebrei, ma di tutte le genti, sì, di tutte le genti. — Ma, in questo caso si dovrebbe domandare a Paolo, perchè mai Dio largì solo agli Ebrei il dono profetico, e Mosè e il crisma e la legge e i miracoli? E, infine, mandò loro anche Gesù. A noi, invece, nessun profeta, nessun sacerdote, nessun maestro, nessun messo della sua tardiva benevolenza? Anzi, egli non si curò per miriadi o, se volete, per migliaia d'anni, di tutti coloro che dall'Oriente all'Occidente, dal Settentrione al Mezzogiorno, nella loro ignoranza, adoravano gli idoli, e non avrebbe fatta eccezione che di una piccola schiatta, la quale, da meno di duemila anni, abita la Palestina. Se egli è Dio e creatore di tutti perchè ci ha trascurati?... E dovremo ammettere che di questo Dio dell'universo, voi soli, o solo taluni della vostra razza, siate riusciti a formarvi un concetto razionale?».[232]