Ma Teodosio, dice Libanio, non ha mai emanata nessuna legge che sanzionasse questi eccessi. «Tu non hai mai imposto questo giogo all'anima umana. E se credi che il culto del tuo dio sia preferibile al culto degli altri, non hai dichiarato che questo sia un'empietà, e che giustamente lo si possa vietare». Chè, anzi, egli chiama presso di sè, come consiglieri e commensali, uomini notoriamente devoti agli dei, e non diffida di un amico, perchè ripone negli dei le sue speranze. E, ricordando Giuliano, la cui imagine non è mai lontana dal pensiero di Libanio, egli esclama: «tu non ci perseguiti, imitando colui che, coll'armi ha sconfitti i Persiani, ma coll'armi non ha perseguitati quelli dei suoi sudditi che gli erano nemici.»[294].
❦
Durante il soggiorno di Giuliano in Antiochia avvenne un fatto che lo ha singolarmente irritato. Non v'era cosa che fosse più ripugnante a Giuliano del culto che i Cristiani rendevano ai sepolcri dei loro martiri, dei loro uomini illustri. Questa adorazione dei morti, com'egli la chiamava, offendeva il suo senso estetico di antico greco, gli pareva assurda, e probabilmente gli era odiosa come uno dei mezzi più efficaci per esaltare gli animi in un'aspirazione devota. Quando viene a toccare di questo culto dei morti, egli ha sempre qualche parola di disprezzo o di sarcasmo, e, più ancora, che la distruzione delle chiese, egli desiderava la scomparsa o l'abbandono di quelle tombe che erano diventate luoghi sacri. Tale era appunto la [pg!295] tomba del martire Babila che si trovava nel sobborgo di Dafne, presso Antiochia. Quel sobborgo era un luogo di delizie per la bellezza delle piante e dei fiori, per la vista e la giocondità dell'aura. La leggenda narrava che lì la ninfa Dafne, fuggendo da Apollo, si fosse trasformata in lauro. E questa memoria, congiunta all'eccitante amenità del luogo, faceva dei boschetti di Dafne il ritrovo degli amanti. «Chi — dice Sozomene — passeggiava per Dafne, senz'essere accompagnato da un'amante, era considerato come un uomo stolto e rozzo»[295]. E, in mezzo a quei boschi, sorgeva la più bella statua d'Apollo, e vicino uno splendido tempio di marmo, dedicato al dio.
Se non che, quando Gallo, il fratello di Giuliano, fatto Cesare da Costanzo, e investito del governo d'Oriente, si stabilì in Antiochia, gli venne il pensiero, da quell'esaltato cristiano ch'egli era, di togliere il prestigio a quel famoso santuario dell'Ellenismo, e, per riuscirvi, pensò di costrurre, in faccia al tempio d'Apollo, un tabernacolo e di portarvi le reliquie del martire Babila. Pare che lo scopo, voluto da Gallo, fosse stato raggiunto. La presenza delle reliquie del martire, chiamando nei boschetti profumati di Dafne le turbe devote dei Cristiani, allontanava gli amanti, e spargeva un'aria di tristezza in cui spariva il sorriso del raggio apollineo.
Avvenuta la rivoluzione religiosa, Giuliano, entrato in Antiochia, volle restituire all'antico splendore il tempio ed il culto d'Apollo, e ciò non poteva farsi se non si trasportavano altrove le reliquie del martire, che deturpavano il luogo sacro. Ed infatti ordinò che si eseguisse il trasporto. Quest'ordine fu causa di [pg!296] una grande dimostrazione dei Cristiani d'Antiochia, i quali, al dire di Sozomene, accompagnarono in folla, cantando salmi, per quaranta stadi, la cassa dove giaceva il martire. Giuliano fu per questa dimostrazione irritatissimo e si sarebbe lasciato andare ad atti di rappresaglia, se non fosse stato rimesso sulla buona strada dal prefetto Sallustio. Se non che, pochi giorni dopo, un terribile incendio divorava il tempio d'Apollo. I Cristiani affermarono che un fulmine mandato da Dio aveva posto in fiamme il tempio, ma Giuliano non dubitò un istante a darne la colpa ai Cristiani. Con grande amarezza egli ricorda, nel Misobarba, questo fatto, e pone a raffronto la condotta degli Antiochesi con quella di altre città in cui si rialzavano i templi e si distruggevano le tombe degli atei, cioè dei Cristiani, e si giungeva contro questi ad eccessi ch'egli deplorava. Gli Antiochesi, invece, rovesciavano gli altari appena rialzati, e la mitezza con cui egli li ammoniva a nulla aveva giovato. «Infatti, quando noi facemmo trasportare il cadavere, quelli di voi che non rispettavano le cose divine, consegnarono il tempio del dio agli sdegnati pel trasporto delle reliquie, e questi, non so se nascosti o no, accesero quel fuoco che negli stranieri destò orrore, e nel vostro popolo piacere, e che lasciò e lascia ancora indifferente il vostro Senato!»[296]. E, forse, fu sotto l'impressione di questo fatto che Giuliano diede l'ordine, con un decreto riportato da Sozomene, di distruggere due santuari di martiri che si costruivano, in Mileto, presso il tempio di Apollo[297].
[pg!297]
❦
Tutte queste violenze parziali, che hanno un carattere episodico e che non erano che l'inevitabile rappresaglia vicendevole di due partiti pressochè equivalenti, non bastano a togliere il fatto sostanziale della tolleranza religiosa che Giuliano confidava di poter usare come lo strumento più efficace della restaurazione da lui iniziata. Noi abbiamo già parlato di quel provvedimento così interessante e così caratteristico, preso da Giuliano, del richiamo in patria dei Cristiani, esigliati da Costanzo, in causa dei dissensi teologici. Nelle lettere di Giuliano, troviamo notizie veramente curiose ed istruttive intorno a quel provvedimento.
Il partito che aveva dominato alla corte di Costanzo non era quello dell'Arianesimo puro, ma, bensì, di un Arianesimo opportunista, il quale non ammetteva la consostanzialità del Padre e del Figlio, voluta da Atanasio e dal Concilio di Nicea, ma non affermava nemmeno la distinzione e la subordinazione del Figlio al Padre voluta dagli Ariani schietti. Costanzo, come sappiamo, aveva accettata la così detta formola omoica, che diceva esser il Figlio simile al Padre, secondo le Scritture, e vietava ogni analisi e determinazione di tale somiglianza. Costanzo impose questa formola ai due Concilî di Rimini e di Seleucia, nel 359, e poi mandò in esiglio tutti i vescovi, tanto dell'estrema destra atanasiana, quanto dell'estrema sinistra ariana, che non si piegavano ad essa. Giuliano li richiamava, tutti insieme, senza distinzione. Però è singolare la diversità di trattamento ch'egli usa verso due eroi di [pg!298] quelle lotte teologiche, il diacono Aezio che rappresentava l'Arianesimo intransigente, ed il grande Atanasio, il legislatore del Concilio di Nicea. Al primo, Giuliano manda questo biglietto[298].
«Io richiamai dall'esiglio tutti coloro, quali essi siano, che da Costanzo furono esigliati, per la stoltezza dei Galilei. Quanto a te, non solo ti richiamo, ma, ricordando la nostra antica conoscenza e consuetudine, t'invito a venir da me. Tu potrai servirti pur di giungere al mio accampamento, della vettura di Stato e di un cavallo di rinforzo».