«In nome di Serapide, ditemi, per quale colpa inferociste contro Giorgio? Risponderete, certo, che egli eccitava contro di voi Costanzo, e introdusse un esercito nella città sacra, e indusse il governatore dell'Egitto ad impadronirsi del tempio più venerato del dio, violando le imagini, le offerte votive e gli ornamenti sacri. Contro di voi che, infiammati di uno sdegno ben naturale, tentavate di difendere il dio, dirò meglio, la proprietà del dio, il governatore, iniquamente, illegalmente ed empiamente, mandò i suoi soldati, temendo, più che Costanzo, Giorgio, il quale lo sorvegliava, se mai si comportasse con voi, non già tirannicamente, ma con temperanza e civiltà. Irritati, perciò, contro quel nemico degli dei che era Giorgio, avete deturpata la sacra città, mentre voi potevate consegnarlo ai voti dei giudici. E così non vi sarebbe stata uccisione nè delitto, ma giustizia perfetta, che avrebbe difeso voi innocenti, e punito quello scellerato sacrilego, e, insieme, resi saggi tutti gli altri, quanti sono, che non rispettano gli dei, e non hanno riguardo a città come la vostra, ed a popoli fiorenti, e ritengono la crudeltà quasi un'appendice della loro potenza. Confrontate questa mia lettera con quella che vi mandai, ora è poco tempo, e vedete la differenza! Quante lodi io vi faceva! E anche ora vorrei lodarvi, ma non lo posso, per la vostra trasgressione. Il popolo vostro ha osato, come i cani, sbranare un uomo; e poi non si è vergognato [pg!285] di innalzare agli dei delle mani lorde di sangue! Ma Giorgio, voi dite, meritava questo castigo. Certo, io rispondo, anzi uno più grave e più acerbo. Per causa vostra, voi direte. Lo ammetto. Ma se voi diceste, per mano vostra, io direi di no. Poichè vi sono leggi che ognuno di voi deve onorare ed amare. E, se avviene che taluno le trasgredisce, voi, nella vostra maggioranza, dovete seguirle ed obbedirle, e non traviare da ciò che in antico fu provvidamente istituito. Siete ancora fortunati, o Alessandrini, di aver commessa la colpa vostra, sotto l'impero mio, poichè, per rispetto alla divinità e per riguardo al mio zio e mio omonimo, che ha governato l'Egitto e la vostra città, io serbo per voi una benevolenza fraterna. Ma una autorità rigorosa e pura tratterebbe l'audacia colpevole del popolo come una grave malattia che bisogna risanare con acerba medicina. Eppure io vi presento, per le ragioni che ho testè dette, ciò che vi sarà ben più grato, esortazioni e ragionamenti, dai quali ben so che voi sarete persuasi, se voi siete, come mi si dice, Greci d'antica stirpe e se di quella origine rimane ancora la traccia mirabile e gentile nell'animo vostro e nelle vostre abitudini.

«Ciò si renda noto ai miei cittadini di Alessandria»[285].

Quando si riflette che questo editto è uscito dalla penna del più convinto nemico che abbia avuto il Cristianesimo, non è possibile non vedervi un esempio di moderazione e di padronanza delle passioni. Il vescovo Giorgio doveva essere doppiamente odioso a Giuliano, e come cristiano intollerante, e come amico e confidente di Costanzo. Pertanto la sommossa [pg!286] degli Alessandrini poteva esser considerata da lui come una prova di zelo e di devozione, come la dimostrazione più solenne del favore che la restaurazione, da lui iniziata, trovava nella capitale del commercio e del pensiero d'Oriente. Ma Giuliano, fedele al suo programma, non vuole nè sangue, nè violenze, nè turbolenze. Egli, certo, non permetteva la violenza dei Cristiani che correvano a perseguitare chi non credeva ciò che essi credevano, ma non permetteva nemmeno la violenza dei Pagani che da sè stessi si facevano giustizia. L'ordine nella tolleranza reciproca era il suo programma, ed egli ancor s'illudeva che il Paganesimo avesse in sè tanta forza d'attrazione che, riposto nella libertà della sua azione e del suo svolgimento, avrebbe visto ritornare a lui le turbe guarite del loro traviamento!

Se non che l'ordine nella tolleranza non era facile a conservarsi, in mezzo alle passioni esaltate. L'esempio degli Alessandrini fu seguito, a quel che narra Sozomene[286], in altre città, a Gaza, ad Aretusa di Siria, dove avvennero tumulti e scene di sangue, promosse da Pagani che si vendicavano di Cristiani, mentre altrove i Cristiani, non spaventati, anzi, parrebbe, irritati dall'inaspettata risurrezione del Politeismo, si riponevano con maggior ardore a distruggere i templi. Il fatto più grave fu quello di Cesarea di Cappadocia, dove la popolazione, in grande maggioranza, cristiana, dopo aver abbattuti i templi di Giove e di Apollo, distruggeva, regnante Giuliano, il tempio della Fortuna[287]. L'imperatore non rispose alla sfida che con [pg!287] castighi, certo, assai gravi, ma d'indole amministrativa. Depose il Prefetto della Cappadocia, confiscò i beni delle chiese cristiane, impose una multa pesante e tolse alla città i suoi privilegi. Ma sarebbe ingiustizia il dare a tale procedimento il carattere di una persecuzione. Dato il compito ch'egli si era imposto, Giuliano poteva lasciar tranquilli i suoi nemici, ma non poteva permettere che impunemente gli si ribellassero, e lo ferissero in ciò che più gli stava a cuore.

Coloro che accusano Giuliano di violenza e di persecuzione per questi atti di difesa dimenticano che il Cristianesimo, appena ottenuta, con Costantino, la vittoria, non seppe sottrarsi alle condizioni dei tempi e dei costumi, e divenne tosto persecutore a sua volta. Come saggio della intolleranza dei primi imperatori cristiani e della persecuzione da loro iniziata, valga questo decreto di Costanzo e Costante, promulgato nell'anno 353. «Decretiamo che, in ogni luogo ed in ogni città, siano chiusi i templi, che nessuno vi possa entrare, e che sia negata agli empi la licenza di delinquere. Vogliamo che tutti si astengano dal far sacrificio. Se taluno perpetrasse qualche cosa di simile sia ucciso con la spada vendicatrice. Decretiamo che le sostanze dell'ucciso siano attribuite al fisco, e vogliamo che siano puniti i governatori delle Provincie che fossero negligenti nel reprimere i delitti»[288]. Certo, nè un Decio nè un Diocleziano potevano [pg!288] far meglio. Ma il documento più interessante per farci conoscere l'oppressione esercitata dai Cristiani sui Pagani, è il discorso intorno ai templi diretto da Libanio all'imperatore Teodosio. Sebbene questo discorso sia posteriore di alcuni anni al regno di Giuliano, pure esso dipinge una condizione di cose che, già da tempo, esisteva, ed è sintomatico dello stato degli animi in mezzo al conflitto di due religioni ancora rivali. L'origine del discorso è questa. L'imperatore Teodosio, con parecchi decreti, e specialmente con uno diretto al Prefetto d'Oriente, Cinegio, nel 385, aveva confermata la disposizione dei precedenti imperatori, vietante i sacrificî. Tollerava però la continuazione di alcuni riti, come l'incensamento e la preghiera, e non aveva imposta e nemmeno incoraggiata la distruzione dei templi. Ma i Cristiani, tale incoraggiamento, pare lo trovassero nella logica delle cose, e, quindi, senza aspettare nè leggi, nè ordini imperiali, si ponevano all'opera di abbattere i templi, fra i quali insigni monumenti, coprendo, coll'apparenza del fanatismo religioso, privati interessi ed avidità di guadagno. Contro tale abuso Libanio innalza la sua voce in un discorso da lui diretto all'imperatore, la cui data può determinarsi nei sei anni che corsero dal 385 al 391[289].

Leggendo quel discorso si raccolgono le prove della decadenza, della corruzione morale in cui era precipitato il Cristianesimo, appena diventato dominatore. Questa impressione, che abbiamo già raccolta da tutti i documenti contemporanei, è confermata fortemente dal discorso di Libanio. Perchè costui potesse rivolgersi ad un imperatore, di fede cristiana, e quale [pg!289] imperatore! accusando così esplicitamente i Cristiani, e in particolare modo i chierici ed i monaci, di ogni sorta di soprusi, per la smania del lucro, bisogna pur dire che la verità dell'accusa fosse, almeno in parte, tanto lampante, da togliere ogni pericolo per chi osasse esporla e dichiararla. Noi vediamo, in Libanio, come il Politeismo si fosse ritirato dalle città nei campi, dov'era gelosamente conservato dai coloni, dagli agricoltori, i quali, con la tenacità della gente semplice e lontana dai perturbamenti sociali, adempivano le antiche cerimonie e chiamavano le note e care divinità a proteggere i loro lavori. È contro costoro che maggiormente si esercitava la prepotenza del clero cristiano che poi si arricchiva di spogliazioni, compiute in nome di un principio divino! Queste sono rivelazioni preziose. Per comprendere un movimento, come quello tentato da Giuliano, bisogna, dunque, ricordare che il Cristianesimo, perdendo affatto il suo carattere di rivendicazione morale e di sublime eroismo, si era abbassato alle condizioni del tempo, ed era diventato, nella realtà, una religione alla cui ombra pullulavano tutte le passioni e tutti i vizî che essa, se avesse effettivamente rigenerata la società, avrebbe dovuto estinguere.

Ma, prendiamo qualche fiore dal mazzo di scherni e di accuse che ci offre Libanio. «Tu — egli dice, rivolgendosi a Teodosio — tu non hai ordinato che si chiudessero i templi, nè che nessuno vi avesse accesso, nè che si allontanassero dagli altari il fuoco e l'incenso o l'onore di altri profumi. Ma quella gente, vestita di nero, che mangia più degli elefanti, e che, per le ripetute bicchierate, dà un gran da fare a coloro che, quando canta, la provvedono di vino, e nasconde tutto ciò sotto una pallidezza artificiale, [pg!290] ad onta della legge, o imperatore, corre ai templi, alcuni portando bastoni e sassi e ferri, altri senza di ciò, nell'intento di adoperare le mani e i piedi. Quindi abbattono i tetti, scavano le pareti, strappano le statue, spezzano gli altari. E i sacerdoti devono o tacere o morire. Distrutti i primi templi, corrono ai secondi, poi ai terzi, e, contro la legge, accumulano trofei su trofei. Ciò si osa fare nelle città, ma molto più nei campi... Li percorrono, come torrenti, devastandoli, sotto il pretesto di distruggere i templi. E quando, in un campo, hanno abbattuto il tempio, è come se ne spegnessero ed uccidessero l'anima. Poichè, o imperatore, i templi sono l'anima dei campi, e furono il primo nucleo delle costruzioni cresciute, attraverso molte generazioni, fino allo stato presente. E nei templi son poste le speranze degli agricoltori per la prosperità degli uomini, delle donne, dei figli, dei buoi, delle seminagioni e delle messi. Un campo che ha sofferto tale danno, è rovinato, ed è perduta, insieme alle speranze, la confidenza degli agricoltori. Vano credono il loro lavoro, quando son privati degli dei che lo rendono proficuo... Così l'audacia di quella gente, che si esercita scelleratamente nei campi, conduce ai più deplorevoli risultati. Dicono di far guerra ai templi; ma la guerra si risolve nel rubare, nello strappare ai poverelli ciò che loro appartiene, le loro provviste, raccolte dal suolo, pel loro nutrimento, e se ne partono, portando via, come conquistatori, le spoglie dei debellati. E non basta, chè si appropriano la terra del primo malcapitato, dicendo che è terra sacra, e così molti, per questa parola falsa, son privati dei beni paterni. Ed essi, che pretendono di servire, così dicono, col digiuno il loro dio, gozzovigliano nei [pg!291] mali altrui. E se poi gli sventurati, andando alla città, si lamentano col Pastore (così chiamano un uomo tutt'altro che buono) ed espongono le loro sofferenze, il Pastore loda gli offensori e licenzia gli offesi, dicendo che hanno fatto un guadagno nel non aver sofferto di più. Eppure, o imperatore, anche questi infelici fan parte del tuo impero, e son tanto più utili dei loro offensori, di quanto i lavoratori son più utili degli oziosi. Quelli son simili alle api e questi ai calabroni. Appena essi hanno notizia di qualcuno che possegga un campicello di cui lo si può spogliare, tosto affermano che colui sacrifica e fa cose riprovevoli, e che bisogna far impeto contro di lui, ed ecco entrano in scena i moralisti[290], poichè questo è il nome che danno ai ladri, se pure io non dico troppo poco, poichè i ladri cercano di nascondersi, e negano ciò che osano fare, e si ritengono offesi se li chiami ladri. Ma quelli invece si vantano di ciò che fanno, e sono rispettati, e lo narrano a chi lo ignora, e affermano di essere degni di premio..... E perchè mai, o imperatore, tu raccogli tanta forza, e prepari le armi, e chiami a consiglio i generali, e li spedisci dove maggiore è il bisogno, e a questi scrivi, a quelli rispondi? E perchè queste nuove mura, questi lavori estivi? A che mira, a che serve tutto ciò per le città e pei campi? A vivere senza timore, a riposare tranquillamente, a non esser turbati dalle minacce dei nemici, ad esser certi che, se alcuno ci venisse addosso, se ne andrebbe dopo aver subìto più che recato danni. E dunque se, mentre tu raffreni i nemici esterni, alcuni tuoi sudditi maltrattano altri che sono pure sudditi tuoi, e non permettono [pg!292] loro di godere dei beni comuni, non è, forse, vero che essi offendono la tua provvidenza, la tua saggezza e le tue cure? Non è, forse, vero che, con le loro azioni, essi fan guerra alla tua volontà?»[291].

In questo appello, nel quale lo scherno si unisce all'invettiva ed al ragionamento, Libanio ci pare davvero eloquente e pieno di abilità. E si sente nella parola dell'oratore un accento di verità, il sentimento di un diritto offeso, il grido dei vinti ingiustamente calpestati. Gli uomini non mutano nelle loro passioni. I Cristiani, diventati vittoriosi, avevano preso il posto dei dominatori di prima, e rinnovavano, in nome di un nuovo principio, quei procedimenti e quegli eccessi che già erano stati compiuti, in nome di un principio opposto. E Libanio, da pagano perseguitato, confuta energicamente l'argomento che i Cristiani persecutori presentavano a difesa delle loro violenze, cioè, che con esse costringevano i Pagani a convertirsi. Con tale procedimento, dice Libanio, non si ottengono che [pg!293] conversioni di apparenza. Ed allora, esclama Libanio, quale vantaggio ne avranno i Cristiani, se i nuovi convertiti lo saranno a parole, ma nol saranno a fatti? «In cose di questa natura bisogna persuadere e non costringere. Colui che, non potendo persuadere, usa la violenza, sebbene creda di riuscire, in realtà non riesce a nulla»[292]. Ma la colpa di questa tristissima condizione di cose non è di Teodosio, pel quale l'abile e prudente Libanio non ha che parole di lode, ma di un perfido consigliere. E par che Libanio voglia indicare Cinegio, prefetto d'Oriente, marito di Acantia, matrona che godeva fama di santità. «Questo uomo ingannatore, empio e nemico degli dei, e crudele e avaro, funesto alla terra che lo riceve, godendo di una fortuna irragionevole e male usandone, è servo della moglie, a cui compiace in ogni cosa, a cui tutto subordina. E costei deve, a sua volta, obbedire a coloro che le si impongono, e che fanno pompa di virtù coll'indossare vesti di lutto, anzi, per pompa ancor maggiore, vesti di quella tela di cui i tessitori fanno i sacchi. Questa combriccola inganna, illude, agisce sotto mano, e dice il falso»[293]. Curioso, davvero, questo quadretto di un prefetto d'Oriente che è guidato dalla moglie, la quale, a sua volta, è guidata dai monaci! E come è strana la diversità dei giudizî degli uomini, a seconda del colore della lente passionale con cui guardano gli oggetti! Libanio vede la perfidia ed il ridicolo, là dove un Gregorio ed un Atanasio avranno veduto l'espressione più pura della santità delle intenzioni e della condotta!

[pg!294]