La corte di Costanzo era stata tutta cristiana, perchè Costanzo era un cristiano intollerante, che non avrebbe permessa, vicino a sè, la presenza di un cortigiano che fosse rimasto fedele alla religione antica, e cristiani erano, dunque, gli intimi suoi consiglieri di cui Giuliano si prese vendetta. Ma ci voleva davvero l'acciecamento partigiano di Gregorio per insinuare che Giuliano, nell'infliggere le pene, era spinto non già dall'odio contro i consiglieri di Costanzo quanto dall'odio [pg!277] contro i Cristiani, come se fosse possibile che l'imperatore iniziasse una persecuzione sanguinosa proprio nei giorni in cui chiamava i Cristiani alla sua Corte, per invitarli alla concordia e per annunciar loro la piena e sicura libertà di culto! Che i cortigiani di Costanzo fossero cristiani e che, da questa circostanza, Giuliano traesse una ragione per condannare, nel suo giudizio, anche il Cristianesimo, è chiaro e naturale. Ma ciò non toglie che, nella sua condotta, egli fosse mosso da sentimenti in cui il parteggiamento religioso non entrava per nulla. Ciò vediamo, in tutta luce, in una lettera da lui diretta all'amico Ermogene, proprio nei giorni in cui aveva nominata la Commissione inquirente: «Permettimi di esclamare, come un parlatore poetico. — Oh! io che non sperava d'essere salvato, non sperava di udire che tu sei scampato dall'idra dalle tre teste! — Per Giove, non credere che io parli di Costanzo! Costui era quello che era. Voglio parlare di quelle belve che erano intorno a lui e che spiavano tutti, e che lo rendevano ancor più crudele: e sì che, per sè stesso, non era affatto mite, sebbene a molti paresse tale. Ma a lui, dal momento che è morto, sia lieve la terra, come si dice. Quanto a coloro, Giove lo sa, io non vorrei che avessero a soffrire contro giustizia. Ma, siccome si presentano molti accusatori, io ho istituito un tribunale. Tu, intanto, amico mio, vieni, e cerca di affrettarti più che puoi. È già da tempo che io supplico gli dei che ti possa vedere, ed ora che tu sei salvo, con massima letizia ti esorto a venire«[278].
E in un'altra lettera, deplorando certi soprusi sofferti [pg!278] dagli Ebrei, Giuliano ne dà la responsabilità a coloro che «barbari nel giudizio, empi nell'anima, sedevano alla sua mensa, e che io, prendendo nelle mie mani, ho annientati, scagliandoli nel baratro, così che io non abbia più a sopportare nemmeno la memoria della loro scelleraggine»[279].
È indubitabile, pertanto, che anche questo, che pure fu il solo atto duro e spietato, commesso da Giuliano, non può dirsi, per nessun modo, un episodio di persecuzione. Giuliano, come vedremo dalle sue lettere, è rimasto fedele al principio da lui posto, inaugurando il suo regno, il principio della tolleranza religiosa. Questo principio armonizzava con le tendenze del suo spirito equanime e ragionatore, al quale ripugnava la violenza. Egli aveva l'amore della discussione e del dibattito logico, e, del resto, doveva comprendere, anche senza il recente insuccesso di Diocleziano, come dovesse riuscire del tutto inefficace, anzi, impossibile una persecuzione contro una religione che aveva ormai invasa, certo, più della metà dell'impero. Ma noi crediamo, però, che vedesse pur bene ed acutamente Ammiano Marcellino, quando attribuiva la tolleranza religiosa di Giuliano anche ad un calcolo di abilità opportunista[280]. Le discordie intestine del Cristianesimo erano un lievito potente di dissoluzione, erano l'impedimento più forte alla costituzione di una Chiesa che potesse imporsi con un'autorità assoluta ed indiscussa. La tolleranza era una virtù che il Cristianesimo ignorava affatto, una virtù che era in contraddizione con le sue tendenze essenziali, una virtù che [pg!279] diventava per lui un vizio. L'intolleranza dogmatica era un fenomeno nuovo nel mondo, era la conseguenza necessaria del fatto che, intorno al nucleo monoteista della fede, si formava un complesso di dottrine metafisiche, le quali venivano a far parte integrante della religione, come una manifestazione di verità divina. Da qui la conseguenza che l'eresia diventava una colpa, che i dissensi intestini nel Cristianesimo non potevano essere tollerati, e che i Cristiani di parti avverse si guardavano e si combattevano gli uni gli altri, con un odio assai maggiore di quello che tenevano in serbo pei Pagani. Ora, Giuliano, abilmente, ed era arte di buona guerra, volle e seppe approfittare di tale condizione di cose per indebolire il nemico. E, siccome l'Arianesimo, avendo stretta alleanza con Costanzo, era diventato potentissimo, era diventato una vera religione di Stato, che aveva perseguitati e cacciati in bando i vescovi atanasiani. Giuliano non esitò un istante a pubblicare un decreto con cui concedeva agli esigliati la facoltà del ritorno in patria[281], non dubitando, e con ragione, che, dal contatto delle due parti, si sarebbe immediatamente riacceso il foco delle ire e delle lotte. Qui stava propriamente il pericolo pel Cristianesimo. E Giuliano qui mostrava una grande acutezza. Se Giuliano fosse ritornato vittorioso dalla Persia ed avesse avuto un lungo regno, il Cristianesimo, abbandonato a sè stesso, divorato dalle sue discordie, poteva consumarsi e forse trasformarsi essenzialmente. Il Cristianesimo, fosse ariano, fosse atanasiano, aveva ormai bisogno del braccio imperiale. Il Cristianesimo, tralignato dalle sue origini, non poteva vivere che a [pg!280] patto d'essere intollerante. E l'intolleranza, per essere efficace, richiede d'aver per sè la forza materiale. La morte prematura di Giuliano rese possibile, pochi anni dopo, a S. Ambrogio di dare, con l'aiuto di Graziano e di Teodosio, la vittoria definitiva al dogmatismo cattolico.
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Le lettere di Giuliano, fra le quali, insieme a confidenze amichevoli, troviamo decreti e manifesti imperiali, ci danno il modo migliore e più sicuro di penetrare nelle intenzioni di lui e di giudicare la sua condotta nelle sue relazioni coi Cristiani. Che, malgrado l'odio cordiale che sentiva per questi, Giuliano volesse astenersi da ogni atto di violenza contro la loro persona e non esitasse a condannar questi atti, quando avvenivano all'infuori della sua volontà e per effetto di passioni popolari, è dimostrato dai più chiari documenti. Ad Artabio egli scrive: «Per gli dei, io voglio che i Galilei non siano uccisi nè maltrattati contro giustizia, nè che abbiano a soffrire danno alcuno. Dico solo che si devono tenere in maggior conto gli adoratori degli dei, poichè, la stoltezza dei Galilei ci manderebbe in rovina, se non fossimo salvati dalla benevolenza degli dei»[282]. E in un manifesto diretto agli abitanti di Bostra, in occasione di minacciati tumulti fra Cristiani e Pagani, così conclude: «Mettetevi d'accordo e nessuno commetta violenza od ingiustizia. I traviati [pg!281] non devono offendere chi adora gli dei rettamente e giustamente, secondo le norme date a noi da tutta l'eternità, e gli adoratori degli dei, dal canto loro, non devono assalire le case di quelli che errano più per ignoranza che per convinzione. Dobbiamo persuadere ed istruire gli uomini con la ragione, non già con le percosse, con le violenze o coi tormenti del corpo. Ora, come già da tempo, io esorto coloro che procedono nella via della vera pietà di non recar danno alle turbe dei Galilei, di non dar loro addosso, di non far loro violenza. Noi dobbiamo non già odiare, ma compiangere coloro che hanno una cattiva condotta nelle cose di suprema importanza. Ora, il massimo dei beni è la pietà, e il massimo dei mali è l'empietà. Coloro che, abbandonando il culto degli dei, si son dati a quello dei morti e delle reliquie trovano in sè stessi il loro castigo. Noi dobbiamo compiangerli, come compiangiamo chi è affetto da qualche malattia, mentre ci rallegriamo di quelli che dagli dei furono liberati e salvati»[283].
Certo, non si può essere più espliciti, più ragionevoli e temperati, dirò anche, più moderni di quello che è Giuliano nelle sue dichiarazioni: più moderni, perchè il principio di tolleranza religiosa, posto dal restauratore del Paganesimo, non doveva rivivere se non quando fosse caduto l'impero del dogmatismo infallibile. Ma Giuliano doveva trovare qualche difficoltà ad applicare intieramente quel suo principio, in mezzo alle accese passioni popolari. I Cristiani, diventati, dopo Costantino, dominatori della posizione, eran diventati a loro volta persecutori, ed avevano, in più luoghi, distrutti e saccheggiati i templi antichi. Era, [pg!282] dunque, inevitabile che nascesse nei Pagani tornati al potere, il desiderio della rappresaglia. Ma la situazione, già intricata per sè stessa, lo diventava ancor di più per le discordie intestine del Cristianesimo, discordie che, come notammo, tornavano a vantaggio di Giuliano, ma che pure egli non poteva lasciar divampare, senza ferir quel principio di rispetto e tolleranza reciproca che doveva essere il perno della sua politica religiosa. Come Giuliano si destreggiasse in mezzo a queste difficoltà, lo vediamo nell'episodio dell'uccisione del vescovo Giorgio d'Alessandria.
Sotto il regno di Costanzo era governatore d'Alessandria un suo fidato consigliere, Artemio, e vescovo l'ariano Giorgio. L'uno e l'altro, per le loro delazioni al sospettoso imperatore e per la tirannia crudele del loro governo, erano odiati dal popolo di una città, la quale, come dice Ammiano Marcellino, il verace narratore dell'episodio[284], era sempre pronta alle sommosse, appena se ne presentasse l'occasione. Successo Giuliano, egli fece venire a Costantinopoli Artemio, che, trovato reo di grandi delitti, fu condannato a morte. Gli Alessandrini, che avevano, per qualche tempo, vissuto nel timore di un possibile ritorno di Artemio e di una ripresa del suo crudele arbitrio, avuta la notizia della sua morte, insorsero contro il vescovo Giorgio, il quale poi era specialmente odioso alla parte pagana della popolazione alessandrina, perchè eccitava i Cristiani alla distruzione dei templi. Giorgio fu miseramente massacrato dalla turba furente, e lo furono con lui due suoi compagni di fede e di intrighi, Draconzio e Diodoro. I cadaveri furono bruciati, e le ceneri disperse nel mare, pel timore che le loro tombe, [pg!283] come quelle dei martiri, diventassero luoghi sacri. Ammiano osserva che i Cristiani, se avessero voluto, avrebbero potuto impedire il misfatto, ma rimasero, invece, spettatori inerti. Probabilmente questi inerti Cristiani erano i fautori di Atanasio, ai quali la morte dell'ariano Giorgio non sarà stata sgradita.
Giuliano, che confondeva in un odio solo, e col solo nome spregiativo di Galilei, Ariani ed Atanasiani, non doveva, dal suo punto di vista di restauratore del Paganesimo, essere scontento di una così chiara prova dello zelo degli Alessandrini. Ma egli era imperatore e si atteggiava a reggitore imparziale e giusto. Non poteva, quindi, lasciar passare impunito il delitto. E Ammiano ci narra che, infatti, egli era risoluto a infliggere il meritato castigo. Ma gli amici, che gli stavano al fianco, e che, come sempre avviene, erano più imperialisti dell'imperatore, lo persuasero a limitarsi all'invio di un editto, che rimproverasse gli Alessandrini, lasciandoli, nel fatto, impuniti. Questo editto, che ci è conservato integralmente, è di un grande interesse per la conoscenza di Giuliano e del suo indirizzo governativo:
«L'imperatore Cesare Giuliano Massimo Augusto al popolo degli Alessandrini».
«Se anche voi non rispettate il vostro fondatore Alessandro e, meglio ancora, il grande e santissimo dio Serapide, come mai, vi domando, non vi venne il pensiero del vostro dovere davanti all'Impero ed all'umanità? Aggiungerò anche il pensiero di noi, che gli dei tutti e, fra i primi, il grande Serapide, credettero degni di governare la Terra? Di noi, che avevamo il diritto di istituire il processo contro coloro che vi avevano offeso? Ma, forse, vi trasse in inganno l'ira e la passione, la quale è solita [pg!284] a fare il male ed a sconvolgere il giudizio, così che voi, malgrado il vostro impulso che, sulle prime vi aveva ben consigliato, siete poi corsi a trasgredire la legge, e non vi vergognaste di commettere, tutti insieme, quei delitti, che, giustamente, condannaste negli altri.