Morto il cugino, Giuliano, proclamato imperatore, pel consenso di tutti, fatto il solenne ingresso in Costantinopoli, diede alla sua volontà la sanzione della legge. «Scomparso — scrive Ammiano Marcellino — ogni pericolo ed acquistata la facoltà di fare tutto ciò che volesse, Giuliano aperse i segreti del suo cuore e, con chiari e precisi decreti, stabilì che si spalancassero i templi, si presentassero le vittime agli altari, si restituisse il culto degli dei»[264].
Che Giuliano prendesse queste risoluzioni, appena avuta la piena libertà d'azione, era nell'ordine naturale delle cose. Ma quale è stata la sua condotta nei rapporti col Cristianesimo, in cui vedeva un odiato nemico col quale iniziava un duello mortale? Qui è il punto più interessante dello studio che stiamo facendo sulla persona e sulle azioni dell'imperatore Giuliano. La prima mossa ch'egli fece indicò chiaramente l'indirizzo che intendeva di prendere. Mentre provvedeva alla riapertura dei templi ed alla restaurazione del culto pagano, chiamava nel suo palazzo i capi della Chiesa cristiana, divisa, come sappiamo, in due partiti che si detestavano a vicenda, ed, in presenza della plebe cristiana, ammessa anch'essa al cospetto dell'imperatore, li ammoniva cortesemente, [pg!270] affinchè, sopite le discordie, ognuno servisse la propria religione, senza paura di nessun divieto — ut, discordiis consopitis, quisque, nullo vetante, religioni suæ serviret intrepidus —[265]. Con questo discorso ai Cristiani di Costantinopoli, Giuliano riprendeva quel principio di tolleranza religiosa che, inaugurato da Costantino col decreto di Milano, poi da lui dimenticato, doveva spegnersi con Giuliano per non risorgere che dopo quindici secoli di completo oscuramento. A tale principio, Giuliano è rimasto fedele in tutta la sua breve carriera. I polemisti e gli storici cristiani, Gregorio di Nazianzo, Socrate, Sozomene, Rufino, si battono i fianchi per porre in cattiva luce l'azione dell'imperatore, ma non riescono, in nessun modo, a farne un persecutore. Certo, qualche atto di violenza è avvenuto, durante il breve suo regno. Ma era la conseguenza inevitabile delle passioni partigiane e delle abitudini del tempo. L'acerbo Gregorio insinua che Giuliano era lieto di lasciar mano libera al popolo, per riservare a sè stesso la parte più nobile di chi vuol convertire con la persuasione, e afferma che il suo scopo era di far violenza ai Cristiani, senza però dare ad essi l'opportunità di atteggiarsi a martiri[266], ciò che, in realtà, equivale al riconoscimento, da parte del polemista, che non è constatabile nessuna violenza, voluta dall'imperatore. Rufino deve pur ammettere che Giuliano, più astuto dei suoi predecessori, invece delle inutili crudeltà, applicava le lusinghe, i premi, le esortazioni. E Socrate che usa la parola persecuzione, dichiara ch'egli comprende, sotto quel nome, qualsiasi [pg!271] atto che possa disturbare, anche nel più lieve modo, delle persone tranquille[267].
Certo, gli storici ecclesiastici ci narrano alcuni episodi, da cui risulterebbe giustificata la taccia di persecutore attribuita a Giuliano. Ma, non bisogna dimenticare che quegli storici scrivevano un secolo dopo la morte di Giuliano, quando la leggenda si era già formata, e che, privi, com'erano, di ogni senso critico, quanto più una notizia era inverosimile, e tanto più era loro accetta. Di alcune di quelle storie il carattere leggendario è troppo evidente, perchè si possa, in alcun modo, prenderle sul serio; di altre, che forse contengono qualche elemento di verità, non si deve far risalire la responsabilità all'imperatore. Che Giuliano, avuto il potere in sua mano, tendesse ad usarne a vantaggio della causa ch'egli difendeva, che, pertanto, nei suoi giudizî, non adoperasse coi due partiti, una bilancia assolutamente eguale, che le sue preferenze pei Pagani si rivelassero con segni manifesti, lo si può riconoscere e si può anche scusare, perchè, infine, Giuliano era un uomo che mirava ad un determinato scopo, ed era inevitabile che, nello studio per raggiungerlo, si lasciasse trascinare qualche passo più in là di quello che una rigorosa imparzialità avrebbe voluto. Ma questa non può dirsi persecuzione. La persecuzione consiste nel ricercare e nel punire gli avversari solo perchè avversari, nel prendere l'iniziativa di atti diretti a distruggerli, nell'usare la violenza come arma regolare e legittima. Ora, di ciò non è traccia nella condotta di Giuliano. Se fu presa, durante il suo breve regno, qualche misura di rigore, ciò fu opera quasi sempre di prefetti [pg!272] che interpretavano, a loro modo, l'intenzione dell'imperatore, e, quello che più conta, fu la conseguenza di tumulti e di disordini, di cui i Cristiani avevano la colpa principale. Così, dato anche che fosse esatta la notizia, in parte evidentemente leggendaria, riferita da Socrate, del martirio di Teodulo e di Taziano, per ordine del prefetto della provincia di Frigia, bisogna notare che quei due, infiammati di zelo, si erano posti alla testa di una sommossa di Cristiani e, penetrando in un tempio appena riaperto nella città di Mero, avevano spezzate tutte le statue degli dei[268]. Pretendere che il governo di Giuliano assistesse impassibile ad azioni come questa, e chiamarlo persecutore, perchè un suo magistrato ne ha puniti gli autori, è cosa da polemista, non è cosa da storico.
Giuliano, come tutti i riformatori si sarà illuso che il giorno in cui egli potesse manifestare la sua idea ed inaugurare un'era nuova, il mondo gli sarebbe caduto ai piedi. Ma, invece, toccato il potere, egli trovò un'inaspettata resistenza e sentì che l'impresa era assai più ardua di quanto imaginasse. Da qui un turbamento nel suo giudizio, ed un sentimento di irritazione che diede una certa asprezza alla sua azione, nell'ultimo periodo nel suo regno. Ma non si può dire ch'egli rinnegasse mai i principi razionali a cui s'era ispirato e che partecipasse al cieco pregiudizio che aveva promosso la spietata e stolta persecuzione degli imperatori precedenti. Del resto, la moderazione di Giuliano è riconosciuta, esplicitamente, come osservammo, dallo stesso Socrate, il quale dice che Giuliano, avendo constatato che le recenti vittime della persecuzione di Diocleziano erano onorate dai Cristiani [pg!273] e che, col loro esempio, li eccitavano ad affrontare il martirio, prese una via diversa. Depose la crudeltà di Diocleziano, ma non per questo si astenne dal perseguitare, perchè, soggiunge Socrate, «io chiamo persecuzione il disturbare, in qualsiasi modo, la gente tranquilla»[269].
Ora i modi con cui Giuliano disturbava la gente tranquilla ed esercitava la sua persecuzione sarebbero stati, secondo Socrate, il famoso divieto ai Cristiani di insegnare lettere greche — e di questo parleremo, più avanti, — il non volere nella reggia, presso la sua persona, dei soldati cristiani, il non voler affidare ai Cristiani il governo delle provincie, il cercar di persuadere, con le blandizie e coi doni, i Cristiani oscillanti a ritornare al culto degli dei, e, finalmente, l'essersi procurato un tesoro di guerra, per la spedizione di Persia, col mezzo di multe inflitte ai Cristiani che si ostinavano a non convertirsi. Di questi modi di persecuzione, è chiaro che solo l'ultimo potrebbe dirsi propriamente riprovevole, sebbene sempre assai lontano dall'abituale atrocità degli imperatori che davvero avevano perseguitato. Ma di questo provvedimento tirannico non abbiamo nessuna prova contemporanea, nessun accenno nè in Libanio, nè in Ammiano, nè in Giuliano stesso. Che ci sia stato qualche atto di prevaricazione è assai probabile, ma una propria e vera legge che ponesse i Cristiani in una difficile condizione finanziaria non esistette che nella fantasia degli storici posteriori.
Sozomene, come al solito, si attiene all'esposizione di Socrate, amplificandola ed intensificando il colorito leggendario. Le scene di martirio, da lui narrate, anche [pg!274] se fossero veritiere, non si potrebbero far risalire alla responsabilità dell'imperatore, senza porre in contraddizione con sè stessi Socrate e Gregorio, i quali riconoscono la tolleranza di Giuliano, pur attribuendola ad un calcolo perfido. Una notizia interessante che troviamo in Sozomene è quella dell'abolizione dei privilegi di cui godeva il clero cristiano, abolizione che, certo, sarà stata considerata acerba persecuzione. Giuliano tolse ad esso l'esenzione di cui godeva delle imposte e le prebende di cui era stato investito da Costantino e da Costanzo, ed obbligò i suoi membri a rientrare, se chiamati, nei consigli comunali, ciò che era quasi sempre un forte gravame, per la responsabilità dei singoli consiglieri nel pagamento delle tasse e delle spese municipali, un gravame a cui i cittadini cercavano ansiosamente di sfuggire. Questa persecuzione amministrativa è lamentata da Sozomene, come poco meno dannosa della crudeltà degli antichi imperatori. Ma la storia imparziale deve pur riconoscere che il meno che Giuliano potesse pretendere, dal momento che voleva restaurare il Paganesimo, era di togliere i privilegi dei Cristiani e di porre tutti i cittadini sul piede dell'eguaglianza[270].
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La tolleranza di Giuliano è dimostrata e commentata da Libanio, nel discorso necrologico, in modo da non lasciar dubbio che essa costituisse propriamente, per l'imperatore, un principio fondamentale di condotta. [pg!275] Dopo aver narrato come Giuliano rendesse i dovuti onori alla salma del suo nemico Costanzo, Libanio ci dice ch'egli inaugurava il culto degli dei «rallegrandosi di coloro che lo seguivano, deridendo gli oppositori, tentando di persuadere, ma non lasciandosi mai indurre a far violenza»[271]. Eppure, continua Libanio, non gli mancavano gli eccitamenti a rinnovare le sanguinose persecuzioni d'un tempo, ma Giuliano stette fermo, convinto che «non è col ferro e col fuoco che si può imporre la rinuncia ad un falso concetto degli dei, poichè se anche la mano sacrifica, la coscienza rimprovera[272] ed allora si ha un'ombra di conversione, non già un cambiamento di opinione[273]. E poi avviene che, più tardi, costoro ottengono il perdono, mentre quelli che furono uccisi, vengono onorati al pari degli dei. Persuaso dunque di tutto ciò, e vedendo che dalla persecuzione la causa dei Cristiani ha giovamento, se ne astenne. Coloro che volevano il bene, egli li addusse alla verità, ma non fece violenza a quelli che amavano il male[274]..... Egli godeva nel visitare le città che avevano conservati i templi, e le credeva meritevoli dei suoi benefici; quelle che, in tutto o in parte, si erano staccate dal culto degli dei, egli le riteneva impure, ma dava loro, come agli altri sudditi, ciò di cui avevano bisogno, certo non senza dispiacere»[275].
[pg!276]
Giuliano, nella sua carriera, non ebbe che un solo momento di rigore eccessivo, al dire dello stesso Ammiano, un momento in cui lasciò libero sfogo allo sdegno che gli si era accumulato nel cuore. Entrato in Costantinopoli, trovò il palazzo imperiale pieno dei cortigiani di Costanzo. Costoro formavano una casta che, fattasi opulenta con le spoglie dei templi e con ogni abuso, dava un esempio spaventoso di corruzione, di lusso e di vizio[276]. Giuliano li cacciò via, con una precipitazione che, secondo l'onesto Ammiano Marcellino, gli tolse la serenità del giudizio e la possibilità di qualsiasi scelta. Ma, insieme a costoro, Giuliano trovava gli alti ufficiali e consiglieri di Costanzo, primo, fra tutti, quello sciagurato eunuco Eusebio, che era stato l'istigatore dell'assassinio di Gallo e il più implacabile nemico ch'egli avesse presso il cugino. Giuliano non seppe trattenere il desiderio della vendetta, e nominò una commissione inquirente e giudicante, a cui deferirli, e questa, credendo di seguire le intenzioni dell'imperatore, infierì contro gli accusati, macchiando di sangue, non sempre giustamente sparso, l'esordio del regno[277].