«L'Ellenismo non opera nel modo che noi vorremmo, per colpa di coloro stessi che ne fanno parte. Eppure la situazione è per gli dei splendida e grande, migliore di quanto potevasi sperare. Poichè chi mai avrebbe osato sperare, in breve tempo, una tanta e tale conversione? Ma noi non dobbiamo credere che ciò possa bastare, e chiudere gli occhi al fatto che al progresso dell'empietà hanno grandemente giovato l'amorevolezza con gli ospiti, la cura dei sepolcri e l'ostentata santità della vita. Ebbene, è necessario che noi pure prendiamo a cuore tutto ciò. E non basta che tu lo faccia; ma lo devono fare tutti i sacerdoti della Galazia. Tu devi o rimbrottarli o persuaderli ad essere zelanti, oppure destituiscili dal servizio divino, se mai non conducessero agli dei le mogli, i figli, i servi, e tollerassero [pg!262] che servi e figli e mogli non venerassero gli dei e preferissero l'ateismo alla pietà. Poi esorta il sacerdote a non frequentare il teatro, a non bere nelle taverne, a non darsi a nessun'arte ed occupazione o riprovevole o turpe. Onora gli obbedienti, scaccia gli indocili. Istituisci in ogni città numerosi ospizî, onde i viaggiatori approfittino della nostra filantropia, e non solo coloro che son dei nostri, ma chiunque abbia bisogno di aiuto. Come tu possa provvedere a questo, sarà affar mio. Io disposi che ogni anno siano dati alla Galazia trentamila modii di frumento e sessantamila sesti di vino. Un quinto di tutto ciò conviene sia dato ai poveri che fanno servizio nei templi, il resto agli ospiti ed a coloro che chiedono di essere mantenuti da noi. Poichè è vergognoso che degli Ebrei nessuno chieda soccorso, che gli empi Galilei alimentino, insieme ai loro poveri, anche i nostri, e che questi debbano parer privi d'ogni nostro soccorso. Esorta, dunque, gli Ellenisti a contribuire a tale servizio, e i villaggi greci a dare agli dei la primizia dei frutti. Cerca di abituare gli Ellenisti a queste beneficenze, insegnando loro che così si faceva anticamente. Infatti, Omero fa dire ad Eumene — da Giove ci vengono gli ospiti ed i poveri. — Pertanto, non lasciamo che gli altri ci vincano nelle virtù che sono nostre, e vergogniamoci della nostra inerzia, e procediamo sempre più nella pietà verso gli dei. Se io udissi che tu fai questo, ne sarei lietissimo.

«Va di rado a visitare i magistrati in casa loro. Comunica con essi, il più delle volte, per lettera. Quando entrano nella città, nessuno dei sacerdoti vada loro incontro, e, se si presentano ai templi, l'incontro avvenga nell'atrio. Nessun soldato li preceda [pg!263] nel tempio. Segua chi vuole; poichè, dal momento che il magistrato ha toccato la soglia del tempio, egli è divenuto un individuo qualsiasi. Tu solo, lo sai, comandi dentro il tempio; così vuole la legge divina»[261].

In questa lettera si presenta davvero un curioso fenomeno ed è quello di un uomo che odia ferocemente degli avversari, coi quali, invece, dovrebbe andar d'accordo, perchè ha comune con essi il pensiero e la morale: tanto che, non potendo negare che essi seguono un indirizzo che, assai meglio di quello de' suoi amici e partigiani, si avvicina al suo, non esita a dichiararli impostori, e si illude di coprire, con tale accusa, la verità. Ma perchè quest'odio cordiale contro gente con la quale egli avrebbe dovuto andar d'accordo e ch'egli poi, malgrado le sue feroci declamazioni, cercava di imitare? Qui non possiamo che ripetere la considerazione che vien fuori da tutto lo studio che stiamo facendo. Giuliano sentiva che il dio, venuto dalla Palestina, anzi, dalla Galilea, come egli diceva, cacciando in fuga, in nome di nuovi ideali, gli dei sorti dal sacro suolo dell'Ellade, avrebbe radicalmente rovinato l'Ellenismo. E l'Ellenismo, con tutto il suo complesso di tradizioni e di coltura, stava troppo a cuore di Giuliano perchè egli potesse rinunciarvi, perchè non dovesse considerare come suoi nemici coloro che ne scuotevano la base. Volendo, pertanto, opporsi all'avanzarsi del dio galileo, che egli pur sentiva meglio rispondente ai bisogni dell'umanità, e ben più vivo di tutto l'antico Olimpo, Giuliano ha tentato di cristianizzare gli dei della Grecia, e di portare nel Politeismo le abitudini e l'indirizzo morale [pg!264] di cui il Cristianesimo era o, diremo meglio, avrebbe dovuto essere il propagatore. In tale impresa d'impossibile riuscita, il giovane entusiasta mostra una singolare intensità di convinzione e di volontà, certo, degne di rispetto, ma che non ci impediscono di sorridere quando, come in questa lettera tanto curiosa, noi lo vediamo parlare ai sacerdoti di Bacco e d'Afrodite con un accento e con esortazioni che non sarebbero state fuor di luogo sulle labbra di un Ambrogio o di un Agostino predicanti al clero ed ai fedeli delle loro città.

Giuliano voleva, dunque, istituire una Chiesa pagana, la quale si plasmasse sugli esempi o, più ancora, sui precetti della Chiesa cristiana. Ma egli voleva anche che fosse indipendente, ed, anzi, al di sopra del potere dello Stato, come appunto voleva essere la Chiesa cristiana, almeno nelle sue manifestazioni di ortodossia atanasiana. Questo era un concetto del tutto nuovo nell'ellenismo. Nel mondo greco-romano, il tempio, il sacerdote erano stati al servizio del potere politico. Ed era ben naturale che ciò fosse, dal momento che la religione era un'istituzione per eccellenza nazionale e politica. Roma voleva il culto degli dei, non già per qualche ragione metafisica o sentimentale, ma solo perchè nel culto delle divinità nazionali vedeva un'affermazione della potenza dominatrice dello Stato romano. Ma il Cristianesimo genuino staccava la religione dallo Stato, e ne faceva un'istituzione che gli era superiore ed indipendente. Ora, dalla lettera ad Arsacio, si vede che Giuliano tendeva a dare una eguale posizione al Politeismo riformato, ed a considerare la religione come un potere a cui l'autorità dello Stato doveva inchinarsi. Ed era, anche questa, una conseguenza della trasformazione metafisica [pg!265] che gli dei antichi avevano subìta nell'elaborazione del misticismo neoplatonico. E, quindi, noi possiamo concludere che, se Giuliano, invece di due anni, avesse regnato venti o trenta, e se, per un'ipotesi impossibile, il suo tentativo di restaurazione pagana fosse riuscito, il mondo non ci avrebbe guadagnato nulla. La dottrina e la religione di Giuliano, basate anch'esse sul soprannaturale, avrebbero condotto inevitabilmente ad una teocrazia. Solo che, invece di una teocrazia cattolica, avremmo avuta una teocrazia mitriaca.

In questa lettera, del resto, si sente lo scoraggiamento del riformatore che non è compreso e che ha, nella riuscita della sua impresa, minor fiducia di quella che lascia trasparire. Il tentativo di Giuliano doveva cadere ai primi passi, perchè era essenzialmente illogico e portava con sè un'insanabile contraddizione. Se il Politeismo avesse avuta la possibilità di cristianizzarsi, non sarebbe sorto il Cristianesimo. L'ispirazione fondamentale del Politeismo era radicalmente opposta a quella del Cristianesimo. Il Politeismo voleva la glorificazione del mondo e della vita terrestre, il Cristianesimo l'abbominio dell'uno e dell'altra. Il Politeismo non guardava che alla terra, il Cristianesimo non guardava che al cielo. Il Politeismo era la religione della forza e del godimento, il Cristianesimo la religione della debolezza e della sventura. Dall'uno e dall'altro di questi punti di partenza venivano norme di condotta, abitudini, tendenze insegnamenti del tutto diversi. Era possibile, anzi era inevitabile che il Cristianesimo, al contatto con la società del tempo, si corrompesse, così che le virtù, che avrebbero dovuto da lui scaturire, si trovassero costrette a rifugiarsi nell'ascetismo monacale. Ma era cosa assolutamente [pg!266] impossibile che il Politeismo abbandonasse ciò che costituiva l'intima sua essenza per assumere forme e tendenze che a questa erano fondamentalmente ripugnanti. Il Politeismo cristianizzato non poteva essere che il Cristianesimo. Ed è perciò che la restaurazione politeista, iniziata da Giuliano, contro cui Gregorio di Nazianzo e Cirillo di Alessandria hanno versato tanto inutile sdegno, non è stata che una meteora passaggera, la quale si è spenta, senza lasciare dietro a sè nemmeno il più leggero pulviscolo.

[pg!267]

[L'AZIONE DI GIULIANO CONTRO IL CRISTIANESIMO]

Finchè Giuliano visse sotto le minacce di Costanzo o come suo rappresentante nel Governo della Gallia, egli tenne celate le sue idee, la sua fede ed i suoi eventuali propositi, dato che un giorno avesse in sua mano la somma delle cose. Durante tutti quegli anni di necessario infingimento, il giovane entusiasta, che, in mezzo alle cure della guerra e del governo, non dimenticava mai lo studio e la meditazione, s'infervorava nel suo amore per l'Ellenismo, nel suo desiderio di poterlo salvare dalle minacce del Cristianesimo invadente, con un ardore intimo, reso, direi quasi, più intenso dall'impossibilità di espandersi apertamente. Ma egli non si è mai compromesso con un atto che potesse poi creargli, nella pericolosa posizione in cui si trovava davanti a Costanzo, difficoltà insuperabili. Anzi, noi abbiamo veduto come, già creato imperatore dai suoi soldati, mentre però ancora non s'era risoluto alla guerra civile e sperava in un accordo con Costanzo, partecipasse, con una prudenza tanto grande che può dirsi simulazione, alla festa solenne dell'Epifania.

[pg!268]

Ma, quando, svanita ogni illusione di accordo, Giuliano si gettò nell'avventura, che doveva parer disperata, di marciare contro Costanzo, egli depose la maschera, e, risoluto di giocare il tutto pel tutto, si rivelò restauratore della religione antica. Non è ben chiaro ch'egli facesse atto pubblico di fede politeista, prima della sua partenza dalla Gallia, ma, durante il viaggio dalla Gallia a Sirmio, diede apertamente, con una certa ostentazione, alla sua spedizione il carattere di un'impresa posta sotto il patrocinio degli dei. Giuliano stesso ce lo dice, in una lettera da lui diretta al suo venerato maestro, il filosofo Massimo, e scritta, appunto, mentre egli era in marcia verso i Balcani. In mezzo alle cure urgenti da cui è premuto, Giuliano è grato agli dei che gli permettono di poter scrivere a Massimo, e che spera gli permetteranno di rivederlo. Egli protesta, e chiama in testimonio gli dei, di esser diventato imperatore contro la sua volontà[262]. Poi, con quella facilità e grazia di descrizione che gli è naturale, racconta l'incontro da lui fatto, con un inviato di Massimo stesso, e gli esprime tutta l'ansia che aveva provata al pensiero dei pericoli ai quali il maestro e l'amico del Cesare ribelle poteva esser esposto. Infine chiude la lettera parlando del favore con cui gli dei accompagnano la sua impresa che si compie senza violenza e con grande facilità, e così finisce: «Noi adoriamo gli dei apertamente, e la maggior parte dell'esercito che mi accompagna è devoto ad essi. Noi sacrifichiamo in faccia a tutti, ed offriamo agli dei il dono di molte ecatombi. Gli dei mi comandano di santificare ogni mia azione, ed io obbedisco con [pg!269] tutta l'anima, ed essi mi assicurano grandi frutti della mia impresa, pur che si persista»[263]. Qui si sente la fiducia e l'entusiasmo del riformatore che è ai primi suoi passi, ed a cui tutto par facile e pieno di speranze. Basteranno pochi mesi a fargli perdere le illusioni, così da indurlo a scrivere quello sfogo di amarezza che è il Misobarba!