Qui s'interrompe la lettera di Giuliano, come è giunta a noi. Probabilmente i copisti non hanno voluto riprodurre le frasi ingiuriose che l'imperatore avrà scagliato contro i Cristiani.
A questo frammento, va, forse, unito, come dicemmo, l'altro frammento che costituisce la lettera 63ª, nell'epistolario di Giuliano. In essa, l'imperatore, dopo aver fatta ad un certo Teodoro professione d'amicizia e commentata la circostanza di aver avuto il medesimo maestro, probabilmente Massimo, gli dice di volergli affidare un ufficio di molta importanza, nel quale l'opera sua potrà essere di grande giovamento, ed egli potrà procurare a sè stesso soddisfazioni nel presente [pg!257] e speranze ancor maggiori per l'avvenire. E, per avvenire, Giuliano intende l'al di là della morte. Egli dice, a questo proposito, di non esser di coloro i quali credono che le anime si sperdano insieme col corpo, sebbene di ciò non si possa avere nessuna certezza, e si debba lasciarne la cura e la conoscenza solo agli dei. E poi continua:
«Ma qual'è quest'ufficio che io dico di volerti affidare? Quello d'essere a capo di tutti i servizî sacri dell'Asia, sorvegliare i sacerdoti d'ogni città, e distribuire ad ognuno ciò che gli spetta. Il superiore deve prima di tutto usar buoni modi, ed aggiungere poi la cortesia e l'amorevolezza per coloro che ne son degni. Chi offende gli uomini e non è rispettoso per gli dei ed è prepotente deve esser corretto con franchezza o punito con severità. Di ciò che convenga fare per il culto in generale, fra breve tu sarai istruito insieme agli altri. Ma fin d'ora voglio dirtene qualcosa. E tu farai bene ad obbedirmi. Io non parlo da temerario di queste cose, come lo sanno gli dei, ma sono, quanto è possibile, prudente e fuggo le novità, direi quasi, in tutto, ma, in modo speciale, nelle cose divine, convinto che convenga serbarsi fedeli alle antiche leggi che, come è manifesto, ci furono date dagli dei. Infatti, se ci venissero dagli uomini non sarebbero tanto sagge. Ora, siccome sono state trascurate e guaste dal prevalere dell'avarizia e del vizio, bisogna rifarsi da capo e tornarle in onore. Quando, dunque, io osservava le molte nostre trascuranze verso gli dei, e vedeva cacciato in bando, in causa degli impuri e viziosi costumi, il rispetto a loro dovuto, io mi addolorava fra me stesso, tanto più constatando come coloro che seguono il precetto [pg!258] della pietà (ebraica) erano tanto ardenti di zelo, da incontrar per essa la morte, da soffrire ogni privazione ed anche la fame, piuttosto che assaggiare carne di porco o di animali soffocati. E noi siamo, invece, tanto negligenti in tutto quanto si riferisce agli dei, da dimenticare le patrie consuetudini, da ignorare, anzi, che siano mai esistite. Ma gli Ebrei i quali, fino a un certo grado, possono dirsi devoti a Dio, perchè adorano un dio veramente potentissimo e benefico, il quale governa il mondo e che noi pure veneriamo, ma con altri nomi, mi pare agiscano bene non trasgredendo le loro leggi. In ciò solo essi peccano, cioè, nel non riconoscere gli altri dei, per venerarne uno solo, e nel credere di essere stati i prescelti fra tutte le nazioni, sollevati a tanta stoltezza dalla loro vanità barbarica. Quelli poi che professano l'empietà galilea, affetti da una malattia.....».
Qui il frammento s'interrompe, ma è ragionevole la supposizione che una qualche frase, ora perduta, lo unisse al testo che abbiamo più su analizzato. Ritorneremo su questo frammento, quando avremo guardato il terzo dei documenti relativi all'organizzazione della Chiesa politeista, ma notiamo subito come qui si ritrovi, in tutta la sua forza, l'espressione della simpatia che Giuliano nutriva per gli Ebrei. Abbiamo già visto, nel trattato contro i Cristiani, quali fossero le ragioni teoriche su cui egli posava quel suo sentimento. Ma qui troviamo una nuova ragione, ed è la tendenza profondamente conservatrice e tradizionale degli Ebrei e, sopratutto, della loro religione. Ora, Giuliano, che pure, nell'essenza della sua azione, era un riformatore, perchè il suo Politeismo, come vedemmo, è tutt'altra cosa del Politeismo naturalistico [pg!259] dei primi tempi, ed anche del Politeismo nazionale di Atene e di Roma, era, nella forma, un rigido conservatore. Egli voleva conservar intatta tutta la compagine esterna della civiltà ellenica e nulla gli era tanto odioso, nel Cristianesimo, quanto la pretesa di sconvolgere tutto e di far casa nuova nello spirito umano. La protezione e la simpatia per gli Ebrei costituivano una buona carta nel gioco di Giuliano contro i Cristiani, ed egli l'adoperava con singolare abilità. Per verità, se v'era popolo che aborrisse il Politeismo, il popolo ebraico era quello. Ma gli Ebrei aborrivano più ancora i Cristiani, e, pertanto, diventavano, per Giuliano, degli alleati preziosi. La restaurazione del culto di Jahve a Gerusalemme non avrebbe recato nessun danno alla sua propaganda, ma sarebbe stato un fiero colpo al Cristianesimo, il quale pretendeva di essere l'erede dell'ebraismo. Inoltre, Jahve era un dio localizzato. Per quanto gli Ebrei dell'epoca ellenica e romana, volessero estenderne il dominio e l'adorazione a tutto il mondo, quel dio aveva il suo santuario a Gerusalemme, e restava quello che era sempre stato, il dio di un popolo determinato. Ora, un dio localizzato non faceva paura a Giuliano, perchè in quella localizzazione era implicita la possibilità di altri dei, presso altri popoli ed in altri santuari.
Il documento più singolare della politica di Giuliano verso gli Ebrei, l'abbiamo nel manifesto diretto a quel popolo, nel momento in cui l'imperatore era sulle mosse per la spedizione di Persia. Riportiamolo nella sua integrità, perchè è uno degli scritti più sintomatici della fine abilità di questo mistico entusiasta, di questo eroico avventuriero: [pg!260]
«Giuliano al popolo degli Ebrei».
«Ancor più grave che il giogo della vostra antica schiavitù è diventato per voi l'obbedire a decreti non pubblicati, e il versare una somma indicibile d'oro a profitto dell'erario. Io stesso l'ho constatato coi miei occhi, ma me lo dimostrarono ancor meglio i ruoli conservati presso di noi. Perciò io frenava ogni nuova imposta a vostro carico, e di forza fermai la sconvenienza di simile abuso, e diedi al fuoco i ruoli che vi riguardavano, conservati nel nostro tesoro, di modo che diverrà impossibile d'ora innanzi scagliare contro di voi tale minaccia d'iniquità. Di tutto ciò non fu tanto colpevole il mio cugino Costanzo, degno di memoria, quanto quei barbari nella intenzione ed empî nell'anima che sedevano alla sua mensa, e che io, prendendoli nelle mie mani, ho annientato scagliandoli nel baratro, così che più non sia, presso di me, nemmeno la memoria delle loro scelleraggini. Di più io voglio pregare il vostro fratello Giulio, il venerando patriarca, ed esortarlo a metter fine a quell'imposta che voi chiamate apostolica ed a non permettere che alcuno tormenti il popolo coll'esazione di simile tributo. Così il mio regno sarà per voi intieramente libero da cure, e, godendo la pace, innalzerete preci ancor più vive pel mio regno a Dio ottimo e creatore, che si è degnato di incoronarmi con la sua destra immacolata. Poichè avviene che coloro i quali sono assorti in qualche cura, hanno la mente distratta e non pensano ad alzare al cielo le mani supplichevoli. Coloro, invece che son liberi di cure si allietano di fare, con tutta l'anima, preghiere e supplicazioni pel bene dell'impero a Dio grande e potente onde indirizzi il nostro regno nella [pg!261] via dell'ottimo, come noi desideriamo. Questo voi dovete fare, affinchè, condotta a buon fine la guerra contro i Persiani, io possa ricostruire, col mio lavoro, la santa città di Gerusalemme da voi fondata, che da tanti anni desidero vedere, e, in essa, insieme a voi, fare omaggio all'onnipossente»[260].
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Ma ora ritorniamo alle pastorali di Giuliano.
Di singolare importanza, per la conoscenza delle intenzioni di Giuliano, è la lettera da lui diretta ad Arsacio, gran sacerdote di Galazia. Eccola: