Quali fossero, sotto il rispetto pratico, le intenzioni di Giuliano, nell'organizzazione del suo Politeismo cristianizzato, si rileva da tre importanti documenti, il lungo frammento di lettera ad un ignoto[247], la lettera ad Arsacio, sacerdote di Galazia[248], e un frammento di altra lettera a Teodoro, per investirlo di un alto ufficio sacerdotale[249]. Quest'ultimo frammento si crede possa essere unito al primo, così da formare un tutto interrotto da breve lacuna. Esaminiamoli con attenzione, perchè contengono la parte più curiosa della riforma di Giuliano. E qui noi vedremo uno spettacolo strano; un condottiero eroico, un avventuriero audace che scende ai più minuti dettagli di organizzazione ecclesiastica e che scrive delle pastorali, le quali mostrano come egli prendesse sul serio la sua missione di riformatore religioso. È che Giuliano metteva in tutto ciò che faceva una singolare serietà ed oggettività di proposito. Napoleone che, fra le preoccupazioni del soggiorno di Mosca, prepara il regolamento del Teatro francese è, certo, un esempio di meravigliosa versatilità. Ma Napoleone era un colossale egoista. Le cose non lo interessavano se non in quanto si riferissero a lui od al suo dominio. Non aveva che un ideale, sè stesso, e, pertanto, la sua intelligenza era uno strumento che non lavorava che per lui. Ma Giuliano era altra tempra d'uomo. Egli si era creata una missione nel mondo, e il compierla [pg!248] era per lui il più imperioso dei doveri. Tutta la singolare versatilità del suo ingegno era applicata a quello scopo ideale. In Giuliano l'uomo pratico era ammirabile, ma quest'uomo pratico era posto al servizio di un idealista fervente. È questo un connubio che dà alla figura del giovane imperatore un così strano e, direi quasi, enigmatico risalto.
Il frammento di lettera al sacerdote ci mostra come Giuliano volesse avere un sacerdozio pagano il quale realizzasse l'ideale di virtù che il clero cristiano si poneva davanti agli occhi, salvo a non seguirlo.
Al principio del frammento noi troviamo una violenta e crudelmente ironica allusione ai Cristiani. «Su coloro che non venerano gli dei impera la schiatta dei demoni malvagi, dai quali molti di quegli empi son resi furenti, così che cercano di morire, quasi fossero certi di volare al cielo, quando dalla violenza si spezzi la loro vita. Altri abitano i deserti invece delle città, sebbene l'uomo sia, per natura, un animale socievole e domestico, dominati anch'essi dai demoni malvagi che li trascinano in quella misantropia. E quegli empi si abbandonano volontariamente ad essi, ribellandosi agli dei eterni e salvatori.» Ecco, dunque, come Giuliano giudicava i martiri e gli eremiti, i quali pure rappresentavano, in tutta la sua forza e purezza, l'ideale cristiano. È che questo ideale contrastava radicalmente coi concetti fondamentali del pensiero e della civiltà antica. Il Cristianesimo partiva dall'aborrimento del mondo presente e passeggero per arrivare alla conquista del mondo soprannaturale ed eterno. Ed è perciò che il Cristiano genuino professava l'abbandono e la rinuncia alle cose del mondo, ed aspirava alla morte per rendersi sempre più puro dalle turpitudini della [pg!249] vita terrestre e per affrettare il raggiungimento della felicità promessa. È per questo che il Cristiano genuino, il Cristiano dei primi tempi, volava al martirio; è per questo che, allorquando il Cristianesimo, diventato potente ed entrato nell'organismo sociale, si piegò alle necessità della vita e si corruppe, si disegnò subito una reazione contro questo movimento fatale e nacque il monachismo, il quale, nelle sue origini, rappresentava la rinuncia completa alle transazioni volute dalla convivenza sociale, e conservava intatto il principio ispiratore del Cristianesimo. Ora, l'uomo antico, pel quale la realtà era tutta nel presente, mentre le visioni dell'oltretomba non erano, invece, che larve e sogni, non riusciva a comprendere quel principio che pur costituiva l'essenza del Cristianesimo, il quale a lui pareva il prodotto di un vero pervertimento del giudizio, una follia che sconvolgeva l'ordine sociale, e contrastava con la natura e coi fini dell'uomo. E Giuliano che era rimasto un uomo antico, un greco schietto, non poteva che sentire una cordiale antipatia per la tendenza pessimista del genuino spirito cristiano, e giudicava pazzi furiosi e pericolosi tanto i martiri che, ai suoi tempi, non c'erano più, quanto gli eremiti ed i monaci che cominciavano a popolare, nel nome del Cristo, le solitudini dell'Oriente.
Fatto questo piccolo sfogo contro i Cristiani, Giuliano procede nelle sue raccomandazioni ai sacerdoti. Questi devono dare l'esempio dell'obbedienza alle leggi divine; da quell'esempio gli uomini impareranno ad obbedire alle leggi dello Stato. Ora, secondo Giuliano, il primo dovere dei sacerdoti è di essere caritatevoli. E qui pare proprio di udir parlare un buon Cristiano. C'è una specie d'unzione, nel suo discorso, che rivela un'influenza ignota alla schietta [pg!250] antichità. Gli dei, dice Giuliano, danno continue prove del loro amore per gli uomini. E gli uomini, non vorranno amarsi ed assistersi fra di loro? Si vogliono accusar gli dei della miseria che si verifica nel mondo. Ma, se chi ha volesse dare agli altri, in proporzione delle sue sostanze, la miseria più non sarebbe. Lui, Giuliano, è sempre stato contento del bene che ha potuto fare, e ne ha trovato un vantaggio anche per sè. Ed a coloro che gli potrebbero osservare esser facile a lui, imperatore, dar questi consigli, ricorda di essere stato, lui pure, povero, e d'aver fatto parte ai bisognosi del suo esiguo avere. E qui egli esce in queste parole, le quali, più ancora che cristiane, sono propriamente evangeliche, e potrebbero essere attribuite a Gesù, sebbene scritte dal suo più feroce nemico. «Dobbiamo render comuni le cose nostre a tutti gli uomini, più liberalmente ai buoni, e poi a tutti i tapini ed a tutti i poveri, quanto richiede il bisogno loro. Direi anzi, per quanto possa parere un paradosso, che è cosa santa dar vesti ed alimenti anche ai nemici, perchè noi diamo all'uomo non diamo al carattere[250]». E continua, con parole quasi ancora più belle: «Ed io credo che si devono usare tali provvidenze anche a coloro che si trovano in carcere. E questo amor del prossimo non è d'ostacolo alla giustizia. Fra i molti rinchiusi in carcere, alcuni saranno colpevoli ed altri innocenti. Ora, ciò che noi dobbiamo temere non è già di usare pietà ai malvagi per causa degli innocenti, ma bensì di agire senza pietà verso gli innocenti per causa dei malvagi». Di queste gemme che sembrano cavate [pg!251] dalla intatta miniera evangelica, ne troviamo sparse in tutte le opere di Giuliano. Così egli dirà: «A me par meglio, per ogni rispetto, salvare un malvagio con mille buoni, che rovinare i mille buoni per un solo malvagio»[251]. E in altro luogo: «Quali ecatombe possono valere la santità, di cui il divino Euripide cantava, chiamandola — Santità, santità, veneranda dea! — ? Non sai forse che tutte le cose, e grandi e piccole, offerte agli dei, con spirito di santità, hanno la medesima efficacia, e che, senza quello spirito, non solo il sacrifizio di cento buoi, ma il sacrifizio di mille altro non è che un vano sciupìo?»[252]. Parole ammirabili, tanto più ammirabili in bocca di un imperatore, e che pur caddero nel vuoto. Perchè delle parole analoghe a queste, o almeno ispirate ad un analogo sentimento, in bocca di Gesù, hanno portata la rivoluzione nel mondo? Perchè l'umile ed ignorato Maestro di Palestina ha sollevata l'umanità, e il potente imperatore ha parlato al deserto? Non per altra ragione se non per questa che, per cambiare l'orientazione dello spirito umano, per fare della pietà un dovere e per dare, almeno per un istante, alla debolezza la vittoria sulla forza, ci voleva l'apparizione di un dio, e di un dio che, col suo esempio e con la sua persona, illustrasse i suoi insegnamenti. L'errore di Giuliano fu nel non aver compreso che a lui mancava la forza per compiere quel rinnovamento morale che era nei suoi ideali. Si richiedeva un dio per potervi riuscire. Ma gli dei del Paganesimo erano completamente esauriti e vuotati d'ogni realtà. Ci voleva un dio nuovo. È vero che l'accettazione di questo dio avrebbe portata con sè la rovina di quel tesoro prezioso [pg!252] che era l'Ellenismo. Ma era un sacrificio inevitabile. Rinnovare l'Ellenismo, voleva dire togliergli la sua ragion d'essere.
Giuliano presenta anche un altro argomento a sostegno della sua propaganda di carità, ed è l'unità della specie umana, per cui gli uomini son tutti fratelli[253]. Poi procede a raccomandare la venerazione e il culto delle imagini divine, appoggiando i suoi precetti alla necessità che hanno gli uomini, creature corporee, di rappresentare sotto forma materiale anche gli esseri spirituali[254]. Qui Giuliano entra in un lungo e sottile ragionamento, rivolto sopratutto contro l'obbiezione che i profeti degli Ebrei avevano opposta al culto degli idoli, pretendendo di dimostrarne l'irragionevolezza col fatto della distruggibilità degli idoli stessi. Ma allora, esclama acutamente Giuliano, che diranno i profeti degli Ebrei del loro tempio che è stato tre volte abbattuto, e che oggi ancora non è rialzato? E Giuliano, il quale, nella guerra contro i Cristiani, diventati molti e potenti, favoriva gli Ebrei, ormai pochi ed innocui, poichè in essi trovava degli alleati naturali, osserva ch'egli non accenna a quel fatto per recar offesa agii Ebrei. Tutt'altro, tanto è vero che, anzi, stava pensando di ricostruirlo, lui, il tempio di Gerusalemme, in onore del dio che vi si adorava. Egli usa di quell'esempio solo per dimostrare agli Ebrei che tutto ciò che è creato dall'uomo deve perire e che, pertanto, è vana l'obbiezione dei loro profeti. L'errore di costoro, degno di vecchierella imbecillita, soggiunge Giuliano, sempre nell'intento di accarezzare gli Ebrei, non toglie nulla [pg!253] alla grandezza del loro dio, perchè un dio grande può avere degli interpreti inabili. E tali furono i profeti e i sacerdoti degli Ebrei, i quali non seppero purificare l'anima loro con le dottrine da cui pure erano circondati, nè aprire gli occhi inciprigniti, nè dissipare la nebbia che li avvolgeva, in mezzo alla quale la luce pura della verità appariva loro come qualche cosa di indistinto e di spaventoso. Oh quanto inferiori, esclama Giuliano, ai nostri poeti sono quei maestri della scienza di Dio![255].
Se non che, continua Giuliano, non basta onorare i templi e le imagini degli dei, bisogna anche curare la dignità ed il benessere dei sacerdoti, i quali, pregando e sacrificando per noi, sono gli interpreti nostri presso gli dei. Ma, se il carattere sacerdotale basta, per sè stesso, a creare negli uomini il dovere di rispettarlo, impone, insieme, a chi lo porta, dei doveri speciali. Quali sono questi doveri? Il sacerdote deve condurre una vita esemplare, una vita che possa essere, in tutto, modello agli altri uomini. Egli deve, prima di tutto, onorare e servire gli dei, come se gli dei fossero presenti e lo vedessero, anzi, spingessero il loro sguardo, più potente di qualsiasi raggio, fino ai nostri più segreti pensieri. Non deve il sacerdote nè dire nè udir nulla di turpe; non basta ch'egli si astenga dalle empie azioni, ma anche dalle parole e dall'udizione di discorsi siffatti. Non deve leggere autori licenziosi; fugga sopratutto dai comici antichi. Si attenga solo ai filosofi, scegliendo quelli che si sono educati al rispetto degli dei, Pitagora, Platone, Aristotele, Crisippo e Zenone[256]. E anche da questi prenda solo quegli insegnamenti che si riferiscono alla vera natura [pg!254] degli dei, lasciando tutte quelle favole, inventate dai poeti, nelle quali gli dei appaiono come se si odiassero e combattessero a vicenda, quelle favole che hanno fatto tanto torto ai poeti stessi, e che furono abilmente usufruite prima dagli Ebrei, e poi dai miserabili Galilei. E Giuliano insiste, con forza, sulla convenienza di sceglier bene le letture del sacerdote. «Da quel che si legge viene negli animi una certa inclinazione, e da questa, a poco a poco, nascono i desideri, e poi, ad un tratto, sorge una gran fiamma, contro la quale bisogna prepararsi prima».
Fra le letture pericolose e da sconsigliare, Giuliano pone Epicuro e Pirrone e ringrazia gli dei che hanno lasciato distruggere una parte dei loro libri. Nulla di più sintomatico di questo decreto di Giuliano che pone all'indice Epicuro. In fondo in fondo, il principio che guidava Giuliano, l'odio pel razionalismo portato nella conoscenza e nell'interpretazione dell'universo, è quello ancora che è legge per la Congregazione dell'Indice che siede al Vaticano. Ciò vuol dire, come vedremo meglio al termine di questo studio, che la rivoluzione voluta da Giuliano era affatto superficiale, perchè egli partecipava all'indirizzo intellettuale del suo tempo, ed avversava il concetto scientifico non meno dei metafisici neoplatonici e dei teologi cristiani.
Il sacerdote, continua il pio e rigoroso imperatore che prendeva sul serio il suo ufficio di pontefice massimo, deve non solo astenersi dai discorsi e dai libri sconvenienti, ma anche, e più ancora, dai pensieri tentatori, perchè è il pensiero che trascina la lingua. Egli deve conoscere tutti gli inni in onore degli dei, e fare le sue preghiere, pubblicamente e privatamente, tre volte al giorno, o, almeno all'alba ed al tramonto. Durante il periodo del suo servizio [pg!255] nel tempio, che, in Roma, è di trenta giorni, egli deve stare nel tempio, purificarsi coi riti prescritti, non andare nella sua casa privata, nè sulla piazza, non vedere i magistrati se non nel tempio, vivere filosofando e servendo gli dei. Compiuto il periodo e ritornato alla vita comune, potrà visitare qualche amico ed assistere anche a qualche banchetto, scegliendo però le case dei cittadini più stimati. Potrà anche recarsi qualche volta sulla piazza, conferire coi magistrati ed occuparsi di opere di beneficenza. Quando è nel servizio divino, il sacerdote deve usare vesti splendidissime; ma, fuori del tempio, deve vestirsi come è consueto e senza sfarzo; poichè sarebbe assurdo ch'egli adoperasse a scopo di stolta vanità ciò che riceve per onorare gli dei. Il portare in mezzo alla gente i vestimenti sacri è un offendere gli dei, senza dire che, al contatto degli impuri, quegli oggetti sacri rimangono contaminati[257].
Il sacerdote non deve mai assistere ad uno spettacolo teatrale. Se fosse stato possibile ricondurre il teatro al culto puro di Bacco, Giuliano lo avrebbe tentato. Ma ciò non potendosi più fare, bisogna completamente astenersi dal frequentarlo. Il sacerdote non solo deve star lontano dal teatro, ma non deve farsi amico o lasciar venire alla sua porta nessun attore o danzatore. Egli potrà entrare agli spettacoli sacri, ma solo a quelli ai quali è vietato alle donne non solo di prender parte ma anche di assistere[258].
Nella scelta dei sacerdoti non si deve guardare alla posizione ed alla ricchezza dei candidati, ma solo a due cose, che, cioè, il futuro sacerdote sia un uomo amante di Dio ed amante del prossimo. Sarà indizio [pg!256] del suo amor di Dio, se egli indurrà tutti i suoi di casa al culto degli dei; sarà indizio del suo amor del prossimo, se egli, di buona voglia, soccorrerà i poveri anche col poco di cui può disporre. E qui Giuliano esce in queste curiose e sintomatiche parole: «Dobbiamo aver gran cura di questo esercizio di filantropia, perchè qui forse troveremo il rimedio ai nostri mali. Dopochè si accorsero che i poveri erano trascurati dai sacerdoti sprezzanti, gli empi Galilei scaltramente si applicarono a questa filantropia, e diedero forza alla peggiore delle azioni coll'apparenza delle provvide cure. Come coloro che tendono agguati ai fanciulli, li persuadono a seguirli coll'offrir loro, due o tre volte, la focaccia, poi, quando son riusciti ad allontanarli dalla casa, li gittano su di una nave, e li rapiscono, e così per un pezzettino di dolce presente, diventa amara tutta la loro vita futura, nel medesimo modo costoro, cominciando da quello che essi chiamano l'amorevole servizio dei pasti in comune, trascinarono molti nell'empietà...»[259].