Durante questo terzo esiglio, che durò dal 356 al 361, Atanasio visse negli eremi dell'alto Egitto, ritornando, però, di nascosto, più volte in Alessandria, dove egli alimentava il suo partito con gli scritti che andava componendo nella sua feconda solitudine. Per verità, se si dovesse prestar fede a Sozomene, il fiero vescovo avrebbe passato meno duramente questo lungo periodo di rinnovata persecuzione. Narra lo storico che Atanasio rimase in Alessandria, nascosto presso una vergine di singolare bellezza, di tale bellezza che nessuna donna d'Alessandria poteva esserle eguagliata. Ma riproduciamo le parole di Sozomene che ci presentano uno strano manicaretto di santità e di romanzo, una miscela che a noi pare eterogenea, e che pur riusciva prelibata ai palati letterari del secolo quarto. «A quanti vedevano quella vergine, essa [pg!306] appariva un miracolo, ma coloro che ci tenevano alla fama di temperanza e di saggezza la fuggivano, pel timore che si sospettasse di loro. Poichè era proprio nel fiore dell'età, e supremamente dignitosa e modesta... Ora, Atanasio, mosso a salvarsi da una visione divina, si rifugiò presso quella vergine. E, se io investigo l'evento, mi par proprio di vedervi la mano di Dio, il quale non voleva che gli amici di Atanasio soffrissero molestia, se mai alcuno volesse interrogarli intorno a lui o costringerli a giurare, mentre, intanto, Atanasio se ne stava nascosto presso colei, la cui bellezza era troppo grande per permettere il sospetto che il sacerdote potesse trovarsi con lei[301]. Essa lo ricevette con coraggio e lo salvò con la prudenza, e fu una custode così fedele ed una servente così premurosa, da lavargli i piedi, da provvedere essa sola al cibo, ed a tutte le altre cose che la natura ci rende indispensabili negli urgenti bisogni[302]. Di più si procurava dagli altri i libri che gli erano necessari. E malgrado che ciò durasse lunghissimo tempo, nessuno dei cittadini di Alessandria mai lo seppe»[303].
Del resto, sia che Atanasio si rifugiasse nei nascondigli del deserto, sia che rimanesse celato nei penetrali della casa verginale della bellissima fanciulla, la sua azione e la presenza erano spiritualmente sentite nell'ambiente eccitato di Alessandria; così che il vescovo Giorgio, il quale, come sappiamo, era un imprudente, non aveva la vita tranquilla, ed era, ad [pg!307] ogni istante, esposto alle sommosse di una popolazione irritata contro di lui, finchè giunto al trono Giuliano, le ire ammassate scoppiarono terribili e lo trascinarono alla catastrofe, alla quale gli Atanasiani assistettero impassibili e, probabilmente, conniventi.
Pubblicato il decreto di Giuliano che permetteva il rimpatrio ai vescovi esigliati dall'ariano suo antecessore, Atanasio, non solo ritornò in Alessandria, ma rioccupò, senz'altro, il seggio vescovile, e riprese, con rinnovata energia, la sua azione di propaganda e di combattimento.
Ora, la condotta di Atanasio disturbava la politica di Giuliano, il quale voleva tenere i due partiti cristiani sul piede d'eguaglianza, e di reciproca tolleranza, nella previsione che si sarebbero indeboliti a vicenda. Ma nulla era più lontano dalle sue intenzioni che il dar mano forte all'ortodossia per vincere l'Arianesimo, e nessuno, pertanto, poteva essergli più sospetto e più odioso dell'ardente Atanasio. Egli, pertanto, s'inalberò davanti alla ricomparsa brillante del vescovo d'Alessandria e sentì di non poterla tollerare. Vide in Atanasio un nemico più forte di lui, che avrebbe reso vano il tentativo a cui aveva dedicata la sua vita, e decise di soffocarlo. Cominciò la persecuzione col pretesto che Atanasio era uscito dalla legge. Infatti l'imperatore aveva, con un editto, concesso il rimpatrio dei Cristiani esigliati, ma, in quell'editto, non era detto che potessero riprendere il governo delle rispettive chiese. Atanasio, invece, non aveva esitato un istante a mettersi al posto del massacrato Giorgio. Ed ecco che Giuliano manda tosto questo nuovo decreto agli Alessandrini. «Un uomo, esigliato da tanti decreti di tanti imperatori, avrebbe dovuto aspettare una speciale autorizzazione, prima di rientrare in patria, [pg!308] e non già offendere, con audacia e con follia, le leggi, quasi non avessero valore. Noi abbiamo concesso ai Galilei, esigliati da Costanzo, non già il ritorno nelle loro chiese, ma, bensì, il ritorno in patria. Ed ora apprendo che l'audacissimo Atanasio, gonfiato dall'abituale impudenza, ha ripreso quello che essi chiamano il trono vescovile, ciò che non è poco sgradevole al pio popolo di Alessandria. Noi, pertanto, gli ordiniamo di uscire dalla città, immediatamente nel giorno in cui avrà ricevuto questa lettera, che si deve considerare come un segno della nostra mitezza. Ma, s'egli rimane, noi gli decreteremo maggiori e più molesti castighi».[304] Pare che Atanasio restasse, malgrado le minacce, ed, anzi, non pago di combattere gli Ariani, facesse opera di feconda propaganda presso i Pagani, guadagnando al Cristianesimo sopratutto le donne. Giuliano, furente, manda al governatore dell'Egitto, Edichio, questo biglietto:
«Se non volevi scrivermi d'altra cosa, dovevi però scrivermi di quel nemico degli dei che è Atanasio, tanto più che ti è noto ciò che, già da tempo, fu da me saviamente stabilito. Io giuro pel grande Serapide che se, prima delle calende di Decembre, quell'Atanasio, nemico degli dei, non se n'è andato dalla città, anzi, da tutto l'Egitto, io imporrò alla provincia da te amministrata una multa di cento libbre d'oro. Tu sai quanto io sia lento nel condannare, ma molto più lento nel perdonare, se ho una volta condannato».
Pare che fin qui, Giuliano, dettasse il suo decreto ad un segretario. Preso da un subitaneo impulso di sdegno, afferra lui lo stilo, e scrive: «Di mia propria [pg!309] mano. — A me duole assai essere disobbedito. Per tutti gli dei, nulla potresti farmi di più grato che lo scacciare, da ogni angolo d'Egitto, Atanasio, quello scellerato che ha osato, me imperante, battezzare le donne greche di illustri cittadini. Sia perseguitato!»[305].
Nel primo decreto agli Alessandrini, l'imperatore comandava che Atanasio fosse bandito dalla città. Ora, ciò non gli basta, deve esser esigliato da tutto l'Egitto. E questo nuovo ordine, trasmesso al governatore con quel biglietto di poche frasi iraconde, è poi svolto largamente in questo proclama al popolo d'Alessandria:
«Giuliano agli Alessandrini».
«Dato anche che voi aveste per fondatore uno di coloro che, trasgredendo la legge paterna, hanno avuto il castigo meritato, e preferirono vivere illegalmente ed introdurre una rivelazione ed una dottrina novella, voi non avreste ragione di chiedermi Atanasio. Ma avendo, invece, per fondatore Alessandro e dio protettore Serapide, insieme ad Iside, la vergine regina dell'Egitto... (qui il testo s'interrompe...) voi non volete il bene della città; siete una parte ammalata di essa, che osa di appropriarsene il nome.
«Io mi vergognerei, per gli dei, o Alessandrini, se anche uno solo di voi confessasse di essere Galileo. I padri degli Ebrei anticamente furono servi degli Egizî. Ed ora voi, o Alessandrini, dopo aver soggiogati gli Egizî (poichè il vostro fondatore conquistò [pg!310] l'Egitto), voi offrite, agli sprezzatori delle patrie leggi, a coloro che anticamente avete incatenati, la vostra volontaria servitù. Nè vi ricordate della vostra antica prosperità, quando tutto l'Egitto era unito nel culto degli dei, e godeva di ogni bene. Ma coloro che introdussero presso di voi questa nuova rivelazione, di qual benefizio, ditemelo, furono promotori per la vostra città? Vostro fondatore fu un uomo pio, Alessandro il Macedone, che, certo, per Giove, non assomigliava, in nulla, a costoro, e neppure agli Ebrei che pur valgono tanto più di loro. Successi a quel fondatore i Tolomei non favorirono forse paternamente la vostra città come figlia prediletta? La fecero forse prosperare coi discorsi di Gesù, o le procurarono l'opulenza di cui ora è felice, con la dottrina dei pessimi Galilei? Infine, quando noi romani diventammo signori della città, rimovendo i Tolomei che governavano male, Augusto, presentandosi a voi, diceva ai cittadini: — Abitanti di Alessandria, tengo irresponsabile di quanto è avvenuto la vostra città, per rispetto del gran dio Serapide... —