«Di tutti i favori che particolarmente alla vostra città furono largiti dagli dei d'Olimpo, io taccio per non andar per le lunghe. Ma, potete voi, forse, ignorare i favori largiti dagli dei, ogni giorno, non già a pochi uomini, o ad una sola schiatta o città, ma a tutto il mondo insieme? Forse voi soli non vi accorgete del raggio che emana dal Sole? Non sapete che la primavera e l'inverno provengono da lui? Che da lui hanno vita gli animali tutti e le piante? Non comprendete di quanti beni vi sia datrice la Luna che da lui nasce e ch'egli ha fatta sua ministra in tutto? E voi osate non inchinarvi a questi [pg!311] dei? E credete che debba essere per voi verbo di Dio quel Gesù che nè voi nè i vostri padri hanno visto? E quel Sole che tutto il genere umano, fino dall'eternità, contempla e venera, e che, venerato, benefica, il gran Sole, io dico, l'imagine vivente ed animata e razionale ed operosa del Tutto intellettivo...». Qui il testo s'interrompe e noi perdiamo la chiusa dell'entusiastico inno. Ma poi continua:

«Ma voi non travierete dalla retta strada, se crederete a me che la percorro dal ventesimo mio anno, ed è ormai un dodicennio, coll'aiuto degli dei.

«Se a voi sarà caro il lasciarvi da me persuadere, ne avrete gran gioia. Se voi vorrete restar fedeli alla stoltezza ed all'insegnamento di uomini malvagi, intendetevela fra di voi, ma non chiedetemi Atanasio. Son già troppi i discepoli di lui che possono confortare le vostre orecchie, se hanno il solletico o sentono il bisogno di empie parole. Così si limitasse al solo Atanasio la scelleraggine del suo empio insegnamento. Ma voi avete abbondanza di persone capaci e non vi è difficoltà di scelta. Chiunque voi scegliate nella folla, per ciò che riguarda l'insegnamento delle Scritture, non sarà inferiore a colui che voi desiderate. Che se poi amaste Atanasio per qualche sua altra abilità (poichè mi dicono che l'uomo sia un intrigante), e per questo mi rivolgeste le vostre preghiere, sappiate ch'io lo scaccio dalla città proprio per questo, perchè l'uomo che vuole metter le mani in tutto, è per natura, disadatto a governare, tanto più se non è nemmeno un uomo, ma un omiciattolo vile, come questo vostro grande che crede d'esser sempre in pericolo di vita, ed è causa di continui disordini. Pertanto, onde impedire che ciò avvenga, noi prima decretammo che uscisse dalla città, ed ora da tutto l'Egitto.

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«Ciò sia annunciato ai nostri cittadini di Alessandria»[306].

Atanasio non oppose resistenza al decreto di Giuliano. Da quell'uomo sperimentato ed acutissimo che egli era, e che aveva attraversati ben altri pericoli ed avventure, comprese la vanità del tentativo di Giuliano. Sul punto di partire da Alessandria, alla moltitudine che lo circondava piangendo — «Fatevi coraggio, disse, non è che una nuvoletta, e presto sarà scomparsa»[307]. Mirabile vaticinio, pronunciato al momento in cui Giuliano dominava in tutta la sua giovanile potenza, e che rivela, con la calma e serena sicurezza della parola, la grandezza di mente di un uomo insigne, assai più delle iperboliche invettive di un Gregorio e di un Cirillo.

Il proclama di Giuliano è singolarmente interessante e prezioso per penetrare nell'animo e nelle intenzioni di Giuliano. Non è, certo, privo di abilità l'artifizio polemico col quale lo scrittore cerca di far vergogna agli Alessandrini, che si piegano al giogo dei discendenti degli Ebrei, essi che, un tempo, avevano tenuto in servitù il popolo ebreo. Egli si meraviglia profondamente che gli Alessandrini possano essere caduti in tanta debolezza intellettuale da prender sul serio una figura, priva affatto d'ogni importanza storica, come quella di Gesù, che essi e i loro padri non avevano mai veduto, mentre contemplano, ogni giorno, il Sole, che è datore di vita e che rappresenta visibilmente il dio supremo! Siccome Giuliano era affatto chiuso al fascino che emana dal Vangelo, per lui la [pg!313] storia di Gesù non era che una favola, composta di elementi mal cuciti insieme, ed, anzi, essenzialmente irrazionali. Ed egli si stupiva che si potesse avere un parere diverso del suo. Ma, pure, malgrado quella sua convinzione, che qui si rivela, nell'inno al Sole, con parole tanto sentite, da essere una prova della sua sincerità, Giuliano non si lascia distogliere dalla prestabilita tolleranza. Deplora la cecità degli Alessandrini, e, per ragioni di antipatia personale, non vuole che Atanasio eserciti su di essi la sua influenza. Ma, non impedisce che i Cristiani d'Alessandria vengano istruiti nella loro dottrina, e seguano i molti maestri di cui possono disporre. A lui pare veramente inconcepibile e doloroso che gli orecchi degli Alessandrini sentano il desiderio del solletico della parola cristiana; ma, se ciò è, ne usino pure a loro piacimento, col solo divieto di udire la parola di Atanasio. Questa feroce antipatia che Giuliano sentiva pel vescovo di Alessandria torna tutta ad onore di quest'ultimo, ed è la dimostrazione parlante del valore singolare dell'insigne personaggio. E, certo, c'è, in Giuliano, l'ira del partigiano che vede davanti a sè un nemico che è più forte di lui e ch'egli non riesce a domare. L'uccisione del vescovo Giorgio, che pareva fosse un sintomo del ritorno degli Alessandrini all'Ellenismo, non aveva servito che a ridare ad Atanasio la sua antica potenza, e, quindi, a rendere più efficace la propaganda cristiana. Era, dunque, naturale ed umano che Giuliano s'irritasse di questa condizione di cose ed uscisse dalla sua moderazione. Ma, nell'aver dato alla sua collera il carattere di una lotta personale, Giuliano ha dimostrato come anche l'insuccesso ed il disinganno non riuscissero a spingerlo ad una persecuzione sistematica e generale.

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L'argomentazione di Giuliano, in questo proclama agli Alessandrini, è proprio sintomatica del suo pensiero. La civiltà antica, con tutte le sue glorie, le sue tradizioni, i suoi ricordi, pare a lui un bene così prezioso ch'egli non sa comprendere come si possa accogliere una dottrina che non la riconosce, che ha origini ad essa estranee, e che, se vittoriosa, finirà per rovinarla e per distruggerla. Ma come? La tradizione sarà interrotta, la storia chiusa? Tutto lo splendido passato cancellato per sempre? E cancellato dall'intrusione di un elemento straniero? Ma chi potrebbe porre a raffronto il valore di questo elemento straniero con la grandezza delle memorie patrie? E Giuliano, per far sentire l'umiltà disprezzabile dell'origine della nuova dottrina, non chiama i Cristiani che col nome di Galilei. È possibile che da un piccolo, ignorato, barbaro cantuccio dell'immenso impero venisse una forza capace di combattere e di vincere le più luminose e potenti tradizioni? È possibile che i Galilei fossero più sapienti e più forti dei Greci? È possibile che gli Alessandrini dimentichino Alessandro e i Tolomei e i Romani e Serapide ed Iside e tutto, infine, quel complesso d'uomini, di leggi, di religione, di storia su cui si è innalzata la loro civiltà, la loro ricchezza, la loro fortuna? Perchè mai abbandonano queste care e grandi e gloriose memorie, per seguire la chiamata di Gesù? Di un uomo, nato in Galilea, straniero affatto al mondo greco e romano, di un uomo oscuro, conosciuto per non altro che per incerte e confuse notizie, senza sapienza, senza forza, che si è lasciato miseramente uccidere? Non è questa una suprema follia?

Questa argomentazione di Giuliano che poteva parer valida a chi non credeva nel Cristianesimo, non aveva [pg!315] valore alcuno per chi già credeva. Il credere non è cosa di ragionamento, di convenienza o di opportunità. La fede nasce per un impulso spontaneo dell'anima umana che sente il bisogno di soddisfare speciali aspirazioni, e non v'ha ragionamento che valga a spegnerla quando sia nata. Tutti questi ricordi, questi richiami di Giuliano ad un passato glorioso cadevano nel vuoto e non giungevano a toccar un'anima che già avesse sentito il fascino del Cristianesimo, e che, attratta da altri ideali, fosse già accorsa là dove quegli ideali trovavano la loro soddisfazione. D'altronde, era troppo tardi. Un discorso, come quello di Giuliano, sarebbe stato compreso, ed avrebbe forse avuta una certa efficacia, pronunciato, da un Marco Aurelio, due secoli prima, quando il Paganesimo viveva ancora in tutta la sua maestà, ed il Cristianesimo era sul nascere. Ma, nella metà del secolo quarto, quando il Cristianesimo era già stato ufficialmente riconosciuto ed era padrone di mezzo il mondo, quel discorso doveva far l'effetto di una voce fioca che veniva da una grande lontananza e che non aveva la forza di destare eco alcuna nell'anima di quelli a cui giungeva.