Ma, la piena confessione del disinganno di Giuliano, la troviamo negli amari sfoghi del Misobarba. Il Misobarba, μισοπώγων, è il capolavoro di Giuliano. Negli altri suoi scritti, eccettuate, s'intende, le lettere, alcune delle quali bellissime, si sente troppo il retore, il letterato scolastico che scrive una specie di compito, sulla falsariga di determinati modelli. Il banchetto dei Cesari, è, come vedremo, una satira non priva di spirito e di sentimento, ma è troppo voluta e manca di spontaneità e d'ispirazione genuina. Nel Misobarba, Giuliano parla proprio ex abundantia cordis, e la sua satira, oltr'essere una pittura vivissima della corruzione di una grande città nel basso Impero, è propriamente rivelatrice dell'indole dell'uomo e del sovrano, e dell'imbarazzata posizione in cui egli era venuto ad impigliarsi. E l'arte dello scrittore non [pg!357] è piccola, poichè, da un capo all'altro di questo lungo libello contro gli abitanti di Antiochia, egli sa mantenere l'ironia con la quale accusa sè stesso e prende, contro di sè, le parti dei suoi denigratori. E quante trovate di spirito! che scoppiettio di frizzi, quante digressioni divertenti, e, sotto a tutto questo, quanta amarezza e quale disinganno!

L'antefatto che ha dato origine alla sfuriata spiritosa dell'offeso imperatore è questo. Giuliano, dopo esser rimasto per quasi un anno a Costantinopoli, ne partiva nell'estate del 362 onde recarsi ad Antiochia e farne la sede dei preparativi per la disegnata spedizione contro il re di Persia. Visitata Nicomedia, dove egli aveva passata una parte della sua adolescenza e che, commosso, rivedeva abbattuta dal terremoto, attraversata Nicea, fermatosi a Pessinunte per adorarvi la dea Cibele, la Madre degli dei, e scrivervi, in una notte, la sua mistica dissertazione, per Ancira e Tarso giungeva ad Antiochia, dov'era accolto da un'immensa moltitudine che salutava in lui il nuovo astro dell'Oriente[324]. Ma il favore popolare subito si spense e, fra l'imperatore e gli Antiochesi, si manifestò un disaccordo radicale. Giuliano, anche in mezzo ai grandi preparativi per la spedizione persiana, non dimenticava l'obbiettivo ch'egli aveva posto al suo regno, la restaurazione del Paganesimo moralizzato. Ora, Antiochia, città in cui il Cristianesimo aveva posto radice fin dai tempi apostolici, era quasi tutta cristiana, ciò che non le impediva di essere una delle città più corrotte, più molli, più viziose dell'Oriente. Giuliano, con lo zelo imprudente del riformatore e del [pg!358] predicatore religioso, urtò di fronte le abitudini, i pregiudizî, gli abusi che vedeva nella grande città. E questa si irritava contro il disturbatore che pretendeva di rialzare riti e cerimonie cadute in disuso, che disapprovava apertamente i costumi licenziosi, che affettava il disprezzo per gli spettacoli teatrali, per le corse di cavalli, per tutto ciò che appassionava i suoi effeminati abitanti, che, reprimendo gli abusi, feriva gli interessi di chi stava in alto e degli affaristi di cui pare fosse gran numero fra le sue mura. Giuliano, in luogo dell'entusiasmo religioso che ardeva nel suo petto, trovava, negli Antiochesi, un'indifferenza ostile, e, per di più, doveva pur riconoscere che le sue tendenze moralizzatrici urtavano contro gli usi inveterati e la ormai irreparabile decadenza dello spirito pubblico. Da qui, dunque, uno stridente disaccordo ed una crescente tensione di spirito, da una parte e dall'altra. Ma gli Antiochesi non avevano nè la vigoria nè la volontà di una aperta ribellione. Era, in essi, l'arguzia e la sottigliezza del Greco, ed essi l'adoperavano a deridere l'imperatore. L'aria severa di Giuliano, il suo fare rozzo e sgraziato, la sua acconciatura disordinata, sopratutto la sua barba che era un'apparizione insolita in mezzo alle faccie rasate ed effeminate degli Antiochesi, erano argomento dei loro motteggi. Correvano per la città dei libelli in versi che mettevano in ridicolo l'imperatore ed erano il divertimento di quella popolazione, per eccellenza, leggiera e frondeuse. Se Giuliano fosse stato un tiranno, od anche solo un sovrano duro e violento, avrebbe potuto assai facilmente vendicarsi dei suoi derisori e reprimere gli scherzi irriverenti. Non solo lo avrebbe fatto un tiranno antico, ma probabilmente lo farebbe anche qualche sovrano moderno. Ma Giuliano, spirito mite [pg!359] e ragionevole per eccellenza, scelse per vendicarsi, un modo assai curioso ed insolito in un imperatore; rispose alle satire degli Antiochesi contro di lui con una satira sua contro gli Antiochesi. E chi avrebbe detto allora che la sua vendetta sarebbe stata la più efficace di tutte? Infatti, se egli avesse punito, col carcere o con la morte, i suoi offensori, costoro sarebbero stati tosto dimenticati o glorificati come martiri, mentre egli, col suo spirito, ne ha imbalsamata la memoria e l'ha offerta al sorriso perenne dei posteri. Ammiano Marcellino, narratore coscienzioso, soldato fedele ed affezionato di Giuliano, di cui ammira la virtù e l'ingegno, non approva la pubblicazione del Misobarba che a lui sembra una satira esagerata ed imprudente. Ma il buon Ammiano era Antiochese lui pure, e quindi inclinato a scusare i suoi concittadini, e poi, scrittore pedantesco, non aveva il sentimento della bellezza letteraria. Egli, probabilmente, avrà ammirate quelle opere del suo imperatore in cui questi seguiva l'indirizzo scolastico della retorica de' suoi tempi, ma, certo, non comprendeva la grazia di questo scritterello, dove Giuliano, liberatosi dai ceppi della scuola, ci dà la misura del suo spirito e del suo talento di poeta.

Io credo di far cosa grata ai miei pochi ma delicati lettori offrendo loro la traduzione di molta parte del Misobarba. Come tutti gli altri scritti di Giuliano, questo libello manca del lavoro della lima ed è disordinato nella composizione. Ma ha il merito prezioso di esser cosa propriamente viva, sgorgante di getto dalla vena aperta. La personalità dello scrittore balza fuori, con le sue originali ed agitate movenze, dalle pagine spiritose di questa satira amara, in cui ritroviamo parlante un pezzo della vita pubblica del secolo [pg!360] quarto. La maledizione della Chiesa ha soffocato questo libriccino, per tante ragioni, meritevole di studio.

Per comprendere la satira, non bisogna mai dimenticare che, da un capo all'altro, essa è uno scherzo ironico ed amaro, e che Giuliano prende contro di sè le parti dei suoi denigratori, e riproduce le loro parole facendole proprie, e, certamente, caricandone l'espressione[325].

«Il poeta Anacreonte — così egli comincia — ha composte molte canzoni graziose; a lui il fato aveva concesso di godersela. Ma nè ad Alceo nè ad Archiloco concesse il dio di volgere la Musa alla letizia ed al piacere. Costretti, per molte ragioni, ad essere tristi essi usavano della poesia, per rendere più sopportabili a sè stessi le invettive che il demone loro ispirava contro gli iniqui. A me la legge vieta di accusar per nome coloro che io non ho offesi, e che pur mi sono malevoli, e l'uso che or regge l'educazione degli uomini liberi mi vieta di far canzoni, poichè pare ora più vergognosa cosa il coltivar la poesia di quello che paresse, un tempo, l'arricchirsi ingiustamente. Ma, per questo, io non intendo rinunciare, fin dove mi è possibile, all'aiuto delle Muse. Io mi ricordo d'aver udito i barbari, lungo il Reno, cantar con voci che poco si discostavano dal gracchiare dei corvi; eppure essi prendevano diletto di quelle canzoni; poichè pare che l'essere sgradevoli agli altri non tolga ai cattivi musicisti di esser piacevoli a sè...... Ed io pure canto per le Muse e per me. La mia canzone, per verità, sarà in prosa, e conterrà molte contumelie, non contro [pg!361] gli altri, per Giove, — e come farei, se la legge me lo vieta? — bensì contro il poeta e lo scrittore stesso. E nessuna legge vieta di scriver lodi o rimproveri verso di sè. Se non che, io non ho ragione, per quanto vivamente ne abbia il desiderio, di lodar me stesso e, invece, ho molte ragioni di rimproverarmi, a cominciar dall'aspetto[326]. Poichè a questo mio volto, per natura non bello, nè piacevole, nè grazioso, io stesso, per dispetto e per rabbia, ho apposta questa folta barba, quasi per vendicarmi della natura che non mi ha fatto leggiadro. Ed io tollero che i pidocchi vi corran dentro, come le belve in una foresta. E non mi è concesso di mangiare avidamente o di bere a gran sorsi, perchè devo star bene in guardia di non ingoiare, col cibo, anche i peli. Quanto al non poter essere baciato e al non baciare, poco mi dolgo, sebbene, anche in ciò, come nel resto, la mia barba è assai incomoda, non permettendo di premere labbra pure a labbra lisce, ciò che fa il bacio più dolce, come dice uno dei poeti che, insieme a Pane ed a Calliope, cantano Dafni. Ma voi dite che si potrebbero, coi miei peli, intrecciar delle corde. Ed io son pronto ad offrirveli, solo che voi possiate strapparli e che la loro durezza non faccia male alle vostre infingarde e morbide mani..... Ma non mi basta la ruvidezza del mento, anche il capo è tutto in disordine, e di rado mi taglio i capelli e le unghie, e le dita ho assai spesso nere d'inchiostro. Che se poi volete sapere una cosa che non ho mai detta, io ho il petto peloso ed irsuto, come [pg!362] quello dei leoni, i quali regnano sulle belve, e non mi son mai curato, per rozzezza e trascuranza, di renderlo, come nessun'altra parte del corpo, liscio e morbido. — Ma parliamo d'altro. Non contento d'aver un corpo siffatto, vi aggiungo abitudini sgradevoli davvero. È tanta la mia rozzezza che io sto lontano dai teatri, e dentro il palazzo imperiale non ammetto la rappresentazione teatrale che una volta sola, all'anno nuovo, e ciò di mala voglia, come uno che paghi un tributo e che sgarbatamente consegni il poco che ha ad un padrone esigente.... È già questo un segno di abitudini odiose. Ma io posso, aggiungere dell'altro. Abborro le corse dei cavalli, come i debitori il mercato. Ci vado di rado, nelle feste degli dei, e non vi passo il giorno, come solevano fare il cugino, lo zio ed il fratello. Dopo di aver assistito, tutt'al più, a sei corse, certo non come uno che ami la cosa, ma, per Giove, come uno che non ci si interessa affatto, son ben lieto d'andarmene. Ma chi potrà dire quante sono le mie offese contro di voi? Le notti insonni sul pagliericcio ed il cibo che non è tale da satollarmi mi fanno un carattere acerbo ed ostile ad una città che ama divertirsi. Ma se io ho queste abitudini, non è vostra la colpa. Un errore grave e stolto in cui son caduto fin da fanciullo mi indusse a far guerra al ventre, nè mi posso avvezzare a riempirlo di molti cibi».

E qui Giuliano racconta che a lui avvenne, una sola volta, di vomitare il pranzo, cosa che, a quel che pare, gli Antiochesi usavan fare, come si narra dei Romani. E fu, durante il suo soggiorno a Parigi, nella sua cara Lutezia, come egli dice. E non avvenne per disordine di cibo. Tutt'altro. Ma per aver riscaldata, con la brace, la camera in cui si trovava, dalla quale [pg!363] imprudenza gli vennero capogiri, svenimenti e nausea. La digressione è assai graziosa, con la descrizione dell'inverno gallico e della Senna gelata e della vigorosa barbarie degli abitanti.

«Così — continua Giuliano —[327] in mezzo ai Celti, io, come l'Uomo rozzo di Menandro, procurai incomodi a me stesso. Ma la ruvidità dei Celti se ne compiaceva; è ragionevole, invece, che se ne sdegni una città bella, felice, popolosa, in cui son molti i danzatori, molti i flautisti, i mimi più numerosi dei cittadini, e nessun rispetto pel sovrano. Gli uomini deboli arrossiscono di certe abitudini; ma è da coraggiosi, come voi siete, il coricarsi al mattino e il far orgia alla notte. Così voi dimostrate di sprezzare le leggi non già colle parole ma coi fatti.... — E tu credevi — così Giuliano fa parlar gli Antiochesi — che la tua rozzezza e la misantropia e la durezza potessero armonizzarsi con questi costumi? O il più sciocco e il più odioso di tutti gli uomini, è, dunque, così stolta e inetta in te quella che gli ignobili chiamano tua animuccia sapiente, e che tu credi doversi ornare ed abbellire con la saggezza? Tu hai torto, perchè, prima di tutto, cosa sia la saggezza non sappiamo; ascoltiamo il suo nome, ma non vediamo cosa fa. Che se poi consiste, in quello che tu fai, nel sapere che dobbiamo esser servi degli dei e delle leggi, trattar da eguali gli eguali, sopportare la loro eccellenza, curare e provvedere che i poveri non siano offesi dai ricchi, e, per tutto ciò, subire, come avviene tante volte a te, lo sdegno, le ire, i vituperî; e tollerare anche questi serenamente e non irritarsi, e non cedere [pg!364] all'ira, ma frenarla, come conviene, ed esser prudenti; e se qualcuno aggiungesse anche esser opera di saggezza l'astenersi in pubblico da ogni piacere poco conveniente e poco lodevole, nella persuasione che non può esser saggio nel segreto della casa chi pubblicamente non soffre freni e si diletta nei teatri; se questa è la saggezza, tu anderai alla malora e manderai noi pure con te, noi che non tolleriamo, prima di tutto, di udire il nome di servitù, nè verso gli dei nè verso le leggi. È dolce la libertà in tutto. E quale ironia? Tu dici di non essere il padrone, e non tolleri quel nome, e ti sdegni in modo da indurre la più parte di coloro che ne avevano antica abitudine a non usarlo come odioso al principe, e poi ci obblighi a servire al comando delle leggi. Ma non sarebbe assai meglio che tu ti chiamassi padrone, e che, nel fatto, noi fossimo liberi, o uomo mitissimo a parole, acerrimo nelle cose? E non basta; tu tormenti i ricchi, costringendoli ad esser moderati nei tribunali, e trattieni i poveri dall'esser delatori. Rinviando gli attori, i mimi e i suonatori tu hai rovinata la nostra città, così che di te non ci resta altro di buono che la tua pedanteria che abbiamo tollerata per ben sette mesi e da cui speriamo di liberarci, unendoci a pregare colle processioni delle vecchierelle che si aggirano intorno ai sepolcri[328]. Noi abbiamo, del resto, cercato di ottener il medesimo effetto col nostro buon umore e ti abbiamo colpito coi motteggi, come con le frecce. E tu, o valoroso, come sosterrai i proiettili dei Persiani, se tremi davanti ai nostri scherni?».

[pg!365]

Qui viene un passo veramente curioso ed istruttivo sulle intenzioni e sull'animo di Giuliano. Non è a dire che gli Antiochesi avessero contro di lui una prevenzione sfavorevole o che gli negassero l'applauso. È proprio che fra lui e gli Antiochesi esisteva un dissenso profondo. Essi non entravano affatto nello spirito della riforma religiosa che tanto gli stava a cuore e che, anzi, costituiva l'obbiettivo supremo del suo regno. Quando egli entrava nei templi la folla lo seguiva e lo accompagnava di grida e di applausi. Ma Giuliano era assai più colpito della mancanza di rispetto verso il luogo sacro che della festosa accoglienza che riceveva, e, invece di ringraziare il popolo, lo rimproverava. Gli scettici Antiochesi, veri figli di una civiltà che moriva, non comprendevano questo strano imperatore, e ridevano di lui. «Tu entri nei templi — così li fa parlar Giuliano[329] — o uomo rozzo, sgarbato ed odioso in tutto. La folla corre, anch'essa, per amor tuo, nei templi e specialmente i magistrati, e ti accolgono, come nei teatri, con grida ed applausi. E invece di compiacertene e di lodarli di ciò che fanno, tu vuoi esser più saggio del dio stesso, e parli alle turbe e rimproveri acerbamente quelli che gridano, dicendo: — Di rado voi venite nei templi per adorare gli dei, ma ci venite per me ed empite di disordine il luogo sacro. Ad uomini saggi conviene di pregare compostamente e di chiedere in silenzio i favori degli dei. .....Ma voi, invece degli dei, esaltate gli uomini, meglio ancora, invece degli dei, adulate noi uomini. Ed io credo che ottima cosa sarebbe non adulare nemmeno gli dei, ma servirli [pg!366] saggiamente. — .....Tollera, adunque, d'esser odiato e vituperato, in privato ed in pubblico, dal momento che tu giudichi adulazione gli applausi di coloro che ti vedono nei templi. È evidente che tu proprio non puoi adattarti nè alle convenienze, nè alla vita, nè ai costumi degli uomini. E sia. Ma chi potrebbe sopportare anche questo, che tu dormi tutta la notte solitario, e non vi ha nulla che ammollisca il tuo animo duro ed uggioso? Tu chiudi, d'ogni lato, la porta alla dolcezza. E il colmo dei mali è che tu godi di questa vita, e ti fai un piacere di ciò che gli altri detestano. E poi ti sdegni se te lo si dice! Dovresti piuttosto ringraziar coloro che, per benevolenza, con gran premura, ti esortano, nei loro versi, a strapparti i peli dalle guance, e ad offrire, a questo popolo amante del ridere, qualche spettacolo, a cominciar da te stesso, che gli sia gradito, mimi, suonatori, donne senza pudore, fanciulli che, per la bellezza, si possano scambiar per donne, uomini così privi di peli, non solo sulle guance, ma in tutto il corpo, da esser più lisci delle donne stesse, feste, processioni, non però, per Giove, quelle sacre, in cui bisogna aver del contegno. Di queste ce n'è abbastanza, ne siam proprio satolli. L'imperatore sacrificò una volta nel tempio di Giove, poi nel tempio della Fortuna, andò tre volte di seguito in quello di Cerere; non ricordo quante volte entrò in quello d'Apollo, — nel tempio tradito dalla trascuranza dei custodi, distrutto dall'audacia degli empi. — Viene la festa siriaca, e l'imperatore tosto si presenta al tempio di Giove; poi viene la festa comune, e l'imperatore di nuovo al tempio della Fortuna; si astiene un giorno nefasto, e poi subito ancora innalza le sue preghiere nel tempio di Giove. Ma chi [pg!367] dunque può tollerare un imperatore che frequenta con tale eccesso i templi, mentre gli sarebbe lecito di disturbare solo di quando in quando, una volta o due gli dei, e di celebrare quelle feste che possono essere comuni a tutto il popolo, ed a cui possono prender parte anche quelli che non conoscono gli dei, e dei quali è pur piena la città? Queste, sì, ci darebbero piaceri e godimenti, che ognuno potrebbe allegramente cogliere contemplando uomini danzanti, e fanciulli e donne in quantità. — Quando io penso a tutto ciò, — così Giuliano risponde agli Antiochesi — mi congratulo delle vostre felici disposizioni d'animo, ma non sono scontento di me stesso, poichè, per grazia di qualche dio, le mie abitudini mi son care. Pertanto, come ben sapete, io non mi irrito contro coloro che vituperano il mio metodo di vita. Anzi, ai frizzi che essi mi scagliano, io aggiungo, per quanto mi è possibile, questi vituperi che io stesso verso contro di me, ed è giusto che lo faccia dal momento che non seppi comprendere quale fosse, dall'origine, il costume di questa città. Eppure io son convinto che nessuno de' miei coetanei ha letti più libri di me».

E qui Giuliano racconta la nota storia d'Antioco che si era innamorato della matrigna, per dedurne la conseguenza che gli abitanti di una città, che da Antioco aveva preso il nome, dovevano essere gente dedita al piacere non meno di lui. — «Non si può, — egli dice con uno spirito scherzoso ma amaro insieme[330] — non si può mover rimprovero ai posteri se cercano di gareggiare col fondatore e con l'omonimo, [pg!368] poichè come gli alberi si trasmettono le loro qualità, tanto che i rampolli assomigliano in tutto al ceppo da cui germogliarono, così, presso gli uomini, i costumi degli avi si trasmettono ai nipoti».