Da Beroe Giuliano giunge a Batne, luogo incantevole, paragonabile solo a Dafne, il sobborgo di Antiochia, prima che bruciasse il tempio d'Apollo. La bellezza della pianura, i graziosi boschetti di verde cipresso, il modesto palazzo imperiale, il giardino che lo circonda, meno splendido di quello d'Alcinoo, ma simile a quello di Laerte, le aiuole piene di legumi e di alberi carichi di frutti, tutto lo delizia. E poi da ogni parte s'innalzano i profumi dell'incenso, e da ogni parte sacrifizi e pompe solenni. Ma anche qui l'incontentabile imperatore, a cui lo zelo religioso non lasciava requie e che godeva nel tormentarsi, non è del tutto soddisfatto. A lui pare eccessiva l'agitazione, eccessivo il lusso di quelle feste. Gli dei devono esser onorati con tranquilla dignità. Egli provvederà più tardi ad accomodar le cose. Forse il sospettoso Giuliano vedeva in quell'eccesso di manifestazioni il desiderio di gittargli polvere negli occhi, più che una prova di sincera devozione. Finalmente arriva a Jerapoli. Qui è ricevuto da Sopatre, l'allievo e il genero del filosofo Giamblico, il dio in terra di Giuliano. La sua gioia è immensa, tanto più che Sopatre gli è anche caro, perchè, avendo ospitati Costanzo e Gallo, pressato da essi ad abbandonare gli dei, ha saputo resistere e non fu preso dal morbo[321].
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Intorno alle cose politiche e militari, egli non scrive a Libanio, perchè gli sarebbe impossibile metter tutto in una lettera. Ma, tanto per dargli un'idea di ciò che fa, gli narra di aver mandato un'ambasciata ai Saraceni per averli alleati e di aver organizzato un servizio di esplorazione, di aver presieduto dei tribunali militari, di aver riunita una quantità di cavalli e di muli pei trasporti e di aver raccolte barche fluviali piene di frumento e di pane secco. Si aggiunga a tutto ciò la corrispondenza epistolare che lo segue dovunque e le letture non mai interrotte. Certo nessun uomo non fu mai più intensamente occupato.
Del resto, la prova più evidente dell'insuccesso di Giuliano, ce la dà Ammiano Marcellino. Costui non era cristiano. Sarebbe, dunque, a supporsi che, scrivendo la storia dell'imperatore apostata, avesse parole di entusiasmo pel tentativo da lui iniziato, e salutasse in Giuliano il desiderato restauratore. Nulla di tutto ciò. Ammiano è, per questo rispetto, di una glaciale indifferenza. Egli ha qualche parola di scherno pei Cristiani, che dice odiarsi gli uni gli altri assai più che le bestie feroci, ma non prende nessun interesse all'opera di Giuliano la quale, si vede, non era per lui che un esercizio, un'ubbia fors'anche, di filosofo, a cui non valeva la pena di dar molta attenzione. Ed anzi trova, come vedemmo, eccessivo, inclemens, il decreto che toglie ai maestri cristiani l'uso dei libri pagani e non esita a manifestare la sua disapprovazione per le manie rituali del fervente imperatore. Ora, se tale era Ammiano, un uomo che, per la sua coltura, si deve supporre particolarmente devoto alle memorie antiche, è facile imaginare la profonda indifferenza, anzi, l'ostilità che Giuliano avrà trovata nella massa sociale, a cui gli ideali dell'Ellenismo erano divenuti del tutto [pg!353] estranei. Il vero è che Giuliano non era compreso che dai retori e dai filosofi, i quali facevano parte del piccolo cenacolo neoplatonico. Per vedere apprezzata l'opera sua dobbiamo rivolgerci al discorso necrologico composto da Libanio, il quale, fra i meriti e le glorie di Giuliano, pone anche quello di aver ricondotto in terra il sentimento religioso che ne era stato esigliato[322].
Ma qualche conforto aveva pure Giuliano, in mezzo ai suoi disinganni. Grande doveva esser la sua gioia, quando qualche personaggio cospicuo della Chiesa ritornava nel grembo del Politeismo. Se non che, ciò pare avvenisse con estrema rarità. Era evidentemente profondo, in tutti, il sentimento della vanità completa del tentativo di Giuliano e dell'esaurimento del Politeismo. Il solo caso che si conosca è quello del vescovo Pegasio che ci è narrato, da Giuliano stesso, in una lettera che è una delle più preziose del suo epistolario, anche come vivace pittura d'ambiente. Pare che Giuliano avesse sollevato a qualche dignità sacerdotale il vescovo apostata. Ciò aveva urtata la suscettibilità di qualche puro ellenista. L'imperatore così risponde[323]:
«Noi, certo, non avremmo mai tanto facilmente accolto Pegasio, se non ci fossimo assicurati che anche prima, quando era vescovo dei Galilei, non era alieno dal riconoscere e dall'amare gli dei. Ed io non ti dico ciò perchè l'abbia udito da coloro che son soliti parlare per amore o per odio, chè anzi, anche intorno a me, si era cianciato molto di colui, così che, per gli dei, io quasi credeva di doverlo odiare più di qualsiasi altro di quegli sciagurati. Ma, allorquando, [pg!354] chiamato da Costanzo all'esercito, io mi era messo in viaggio, partendo da Troade, prima di giorno, arrivai a Ilio, sull'ora del mercato. Egli mi venne incontro, e, dicendo io di voler visitare la città — ciò mi serviva di pretesto per entrare nei templi, — mi si offerse per guida e mi condusse dovunque. Ed agì e parlò in modo, da far nascere il dubbio ch'egli non fosse ignaro de' suoi doveri verso gli dei.
«V'ha, in Ilio, un sacrario dedicato ad Ettore, dove, in un piccolo tempietto, si vede la sua statua di bronzo. Di contro hanno collocato il grande Achille, a cielo scoperto. Se mai visitasti il luogo, sai di che parlo.... Io, scorgendo ancor accesi, direi quasi divampanti gli altari, e lucida d'unguenti la statua d'Ettore, rivolgendomi a Pegasio — Che vuol dir ciò? — dissi — Gli abitanti d'Ilio seguono ancora i riti degli dei? — Voleva, non parendo, scrutarne l'opinione. — Ed egli — Che v'ha di strano, se essi onorano un uomo valoroso, loro concittadino, come noi onoriamo i nostri martiri? — La similitudine non era opportuna, ma l'intenzione, scrutata in quel momento, era lodevole. Dopo ciò — Andiamo, io dissi, al tempio di Minerva Iliaca. — Ed egli, pieno di buona volontà, mi ci condusse ed aperse di sua mano il tempio, e mi mostrò, con premura, come cosa che gli stesse a cuore, che tutte le sacre imagini erano salve, e non fece nulla di ciò che son soliti a fare gli empi, nè si fece sulla fronte il segno della croce, nè mormorò, come quelli, da solo a solo. Poichè il colmo della teologia presso coloro sta in queste due cose, imprecar mormorando contro i demoni e segnarsi la croce in fronte.
«Di questi due fatti già ti parlai. Ma or non voglio [pg!355] tacerti un terzo che mi viene in mente. Egli mi seguì al santuario d'Achille, e me ne mostrò intatto il sepolcro. E seppi che era stato da lui scoperto. Ed egli ci stava in atto di grande rispetto. Tutto ciò vidi io stesso. Seppi poi da coloro che ora gli sono nemici che, segretamente, pregava e si prosternava al Sole. Forse non mi ricevette in quel modo quando ancora io non facevo professione di fede che in privato? Della disposizione di ciascuno di noi verso gli dei, quale testimonio più sicuro degli stessi dei? E noi avremmo forse nominato Pegasio sacerdote, se sapessimo ch'egli peccasse in qualche cosa verso gli dei? Se, in quei tempi, sia per vanità di potere, sia, com'egli più volte ci disse, per salvare i templi degli dei, si pose intorno quei cenci e finse, solo nelle parole, di seguire l'empietà (infatti non fece altro danno ai templi che di gettar giù qualche pietra dal tetto, onde poi gli fosse lecito di salvare il resto), gli faremo colpa di ciò? E non sentiremo ripugnanza a trattarlo in modo da render lieti i Galilei che vorrebbero vederlo soffrire? Se hai riguardi per me, tu onorerai non questo solo, ma tutti gli altri che si convertono, onde più facilmente prestino orecchio a noi che li invitiamo al bene. Se noi respingiamo quelli che spontaneamente vengono a noi, nessuno seguirà la nostra chiamata...».
Questo Pegasio doveva essere un furbo matricolato. Probabilmente egli avrà avuto il sentore delle tendenze ellenistiche di Giuliano. Prevedendo l'eventualità di veder chiamato al trono, malgrado la gelosia di Costanzo, un giorno forse non lontano, quest'unico superstite erede della famiglia di Costantino, l'astuto vescovo ha voluto preparare il terreno ad una sua futura [pg!356] evoluzione, ma ciò senza compromettersi con le autorità dominanti. L'arte con cui ha saputo insinuarsi nell'animo di Giuliano, dire senza dire, è assai fine ed abile, e Giuliano, ingenuo come tutti gli apostoli infervorati, si è lasciato abbindolare, ed ha scambiato uno scaltro intrigante ed una scena da commedia per un uomo serio e per le prove di una convinzione profonda. Le reclute ch'egli faceva fra i disertori del Cristianesimo non potevano essere che di uomini disprezzabili come Pegasio. Contro gli onori ch'egli loro accordava protestavano i suoi amici ed i suoi partigiani, ma l'infelice imperatore, nella povertà dei risultati, doveva accontentarsi di ogni parvenza di successo, e trovar nell'impostura una ragione di ricompensa.
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