Ma, se Giuliano non offendeva la tolleranza religiosa, con la sua legge, come veniva da lui interpretata, può dirsi che non offendesse la libertà d'insegnamento? La quistione è delicatissima e non può esser sciolta a colpi di maledizioni eloquenti, come facevano gli antichi polemisti, perchè essa involge il gran problema dei diritti e dei doveri dello Stato, problema che vive ancora ai giorni nostri, e vivrà, del resto, finchè vi sarà costituzione sociale. Ricordiamo, prima di tutto, che la legge di Giuliano si riferiva alle scuole delle città, che rappresentavano propriamente l'insegnamento pubblico, mantenuto a spese delle città stesse, e, quindi, dato l'ordinamento amministrativo e finanziario dell'Impero, era un vero insegnamento di Stato, dipendente dall'autorità suprema dell'imperatore. Ebbene, Giuliano affermava che l'insegnante non doveva avere opinioni che fossero in urto con quelle dello Stato. Egli non si ingeriva delle opinioni di coloro che insegnavano nelle scuole dei Cristiani, ma non ammetteva che, nelle scuole dello [pg!345] Stato politeista, entrassero dei maestri cristiani che ne scuotessero le basi. Il ragionamento di Giuliano potrebbe determinarsi così — lo Stato è un organismo creato per esercitare date funzioni. Sarebbe, pertanto, assurdo il volere che lo Stato permettesse che quelle sue funzioni fossero esercitate da chi se ne vale allo scopo di offenderlo; ciò equivarrebbe ad un suicidio. — Questo ragionamento è tanto vitale che, ai tempi nostri, con le modificazioni volute dalle diverse condizioni della coltura, resiste ancora, e si trovano gli argomenti per sostenerlo. È vero; il pensiero moderno, che vive nell'ambiente della civiltà scientifica, conquista gloriosa del secolo nostro, ha posto per canone fondamentale che l'intelligenza è padrona assoluta di sè stessa e che, pertanto, lo Stato, nella scienza, non può aver un'opinione da imporre agli altri, e deve lasciar libero il campo alla discussione ed alla diffusione di tutte le dottrine. Non ci può essere nè una fisica, nè un'astronomia, nè una filologia di Stato. Ma, si soggiunge, tutto ciò è vero e sta bene, finchè si tratti di scienze positive, ma la cosa cambia aspetto per quelle dottrine le quali influiscono direttamente sulle tendenze morali dell'individuo e ne determinano la condotta. Lo Stato, appunto perchè è un organismo destinato ad esercitare date funzioni, è basato, lui pure, su di una dottrina morale. Pertanto, essendo egli pure costretto ad entrare, come un combattente interessato, nella lotta delle idee, non gli si può chiedere di aprire la porta di casa sua ad un nemico e di consegnargli le armi stesse che sono in sua mano. Lo Stato ha non solo il diritto ma il dovere di difendere la propria organizzazione. E come lo potrebbe quando, davanti alla libertà di movimento lasciata ai suoi nemici, egli vincolasse la propria, ed affidasse [pg!346] l'esercizio delle sue funzioni a coloro che le vogliono abbattute?
Tutte queste ragioni, che sono implicite nella legge di Giuliano, e che tendono a far sentire e prevalere l'azione dello Stato nell'insegnamento che è dato a spese dello Stato stesso, sono, oggi ancora, tanto vive che le vediamo, in Francia, ispirare una legge annunciata dal ministro Waldeck-Rousseau, per chiudere le carriere dello Stato a chi non sia istruito dalle scuole dello Stato stesso, e, meglio ancora, la legge testè votata dal Parlamento francese, che toglie la facoltà d'insegnamento a quelle corporazioni religiose che non ne abbiano avuta speciale autorizzazione. Anche in questo caso, si verifica quel fenomeno divertente, e che prova in modo luminoso l'ironia delle cose umane, che reazionari e radicali si accusano a vicenda per la scelta dei metodi di governo, quando questi tornano a loro danno, ma si affrettano, e gli uni e gli altri, ad adoperare i metodi identici appena s'accorgono che sono a loro vantaggio. Giuliano non voleva che, nelle scuole pubbliche del suo tempo, i giovani fossero educati da maestri necessariamente nemici dello Stato pagano ch'egli voleva conservare. Il ministro francese non vorrebbe che le pubbliche carriere dello Stato repubblicano, ch'egli governa, fossero aperte a giovani che escono da scuole in cui si insegni ad odiare e ad insidiare la Repubblica. Contro la legge francese s'innalza il medesimo grido di protesta che ha accolto, or son diciasette secoli, la legge di Giuliano. Eppure, c'è, nell'una e nell'altra, una base razionale. Si potranno dire leggi inopportune, non mi pare si possano dire leggi tiranniche. Lo sarebbe una legge che soffocasse la libera espansione delle idee, non può dirsi tale una legge con la quale lo Stato [pg!347] cerca di impedire che le idee che gli sono avverse riescano a dissolverlo coi mezzi stessi che sono da lui forniti. Il maestro o l'impiegato che, nella scuola o negli uffici, agisce con le parole o coi fatti contro lo Stato da cui riceve il mandato e lo stipendio dà uno spettacolo, checchè si dica, propriamente immorale. Lo Stato ha il diritto di non volere che questo avvenga. Ma ciò naturalmente non è mai riconosciuto da coloro che si dicono offesi, perchè, nelle quistioni d'ordine morale, il giudizio necessariamente rimane offuscato dalla passione, e non c'è come l'atteggiarsi a vittima per far credere, ed anche per credere, d'aver ragione. È questa, chi ben guardi, una considerazione che dovrebbe trattenere chi ha in mano il potere dal prendere dei provvedimenti i quali, per quanto razionali e giustificati in sè stessi, ottengono molte volte dei risultati opposti a quelli che se ne aspettano. L'imperatore Giuliano, che pure non aveva l'intenzione di far delle vittime, ha avuto il torto, come tanti altri dopo di lui, di parere di volerlo, e con ciò ha dato a coloro ch'egli voleva combattere l'opportunità di gridare alla persecuzione. La sua mossa, pertanto, è stata infelice e molto più dannosa a lui che ai suoi nemici, perchè il parere perseguitato è, a questo mondo, per chi deve esercitare un'azione morale, il miglior modo d'essere forte.
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[IL DISINGANNO DI GIULIANO]
L'infelice Giuliano nella sua breve carriera, preparava a sè stesso un doloroso disinganno. Egli doveva, ben presto, persuadersi che tutti i provvedimenti, da lui escogitati, non riuscivano allo scopo che tanto gli stava a cuore. La propaganda politeista, sebbene voluta e diretta dall'imperatore stesso, non aveva che scarsissimi risultati. Il mondo anche là dove non esisteva fervore cristiano, era indifferente alla restaurazione del culto antico. Lo sforzo di Giuliano si consumava nel vuoto. Egli raccoglieva, dovunque, le prove di tale condizione di cose e, col suo ingegno arguto, ne comprendeva tutto l'amaro significato. Ad un amico di Cappadocia, scrive[318]: «Mostrami, in tutta la Cappadocia, un sol uomo che sia genuinamente ellenico, poichè finora io non veggo che gente la quale non vuol fare i sacrifici, e quei pochi che vogliono non sanno come fare». E nella chiusa di quella lettera al gran sacerdote di Galazia, di cui già [pg!350] conosciamo le istruzioni relative all'organizzazione del sacerdozio, egli dice: «Io sono pronto a venire in aiuto degli abitanti di Pessinunte, se essi si renderanno propizia la Madre degli dei; se la trascureranno, non solo ne avranno rimprovero, ma, per quanto acerbo il dirlo, subiranno gli effetti del mio sdegno
A me nè accor, nè rimandar con doni
Lice un mortal che degli Eterni è in ira!
«Persuadili, dunque, se hanno caro che io mi occupi di loro, ad essere unanimemente devoti della Madre degli dei»[319].
Strano davvero e sintomatico il fatto che, nella città stessa dove sorgeva il santuario della Dea che era la figura principale del Politeismo rinnovato, Giuliano si vedesse costretto a pungere lo scarso zelo degli abitanti e ad eccitarli ad onorare gli dei!
Ma particolarmente interessante, anche per questo rispetto, è la graziosissima lettera che Giuliano scrive a Libanio, per narrargli la marcia da Antiochia, a Jerapoli[320]. Al termine della prima tappa, a Litarbo, Giuliano è raggiunto dal Senato d'Antiochia, a cui dà udienza nella casa dove alloggia. Probabilmente gli Antiochesi desideravano placare lo sdegnato imperatore che, abbandonando Antiochia, aveva dichiarato di non voler più ritornarvi. Egli non dice il risultato della conversazione, riserbandosi di riferirlo a voce a Libanio, nel caso ancor non lo sapesse, quando si rivedranno. [pg!351] Da Litarbo va a Beroe, dove rimane un giorno per visitare l'Acropoli, sacrificare a Giove un toro bianco, e conferire brevemente col Senato intorno al culto degli dei. Ma, ahi, dice Giuliano, con un sorriso tra il triste e l'ironico, «tutti lodarono il discorso, ma ben pochi furono convinti, e questi lo erano già prima del mio discorso!».