Qui, dunque, Giuliano pone il suo principio fondamentale, pel quale i Cristiani, avendo convinzioni diverse [pg!338] da quelle degli autori antichi, non avrebbero dovuto adoperarli, nel loro insegnamento, perchè non potevano in buona fede esortare gli allievi ad ammirarli ed a seguirne le dottrine, a meno di riconoscere che essi erano simili a mercanti disonesti che cercano di ingannare i compratori e di vendere loro una merce per un'altra. Onde non esista questo deplorevole contrasto, continua Giuliano «è necessario che tutti quelli che si danno all'insegnamento abbiano buoni costumi (e per buoni costumi Giuliano intende l'esercizio palese del Paganesimo) e portino nell'anima delle opinioni le quali non contrastino con quelle professate in pubblico». Qui è un punto veramente capitale dell'argomentazione di Giuliano. Egli pone, come ammesso, il principio che il maestro nella scuola non può dare un insegnamento, il quale non si accordi col sentimento pubblico, e ne deduce la conseguenza che il maestro non deve poi, con la sua condotta e colle sue opinioni personali, cadere in contraddizione con sè stesso. «E ciò — soggiunge Giuliano — io credo tanto più doveroso per coloro che hanno l'insegnamento della gioventù e l'ufficio di spiegare gli scritti degli antichi, siano essi retori, siano grammatici o meglio ancora sofisti, poichè questi, più degli altri, vogliono esser maestri non solo di eloquenza, ma anche di morale... Certo — continua con acerbo sorriso Giuliano — io li lodo per questa loro aspirazione a sublimi insegnamenti, ma li loderei di più, se non si smentissero e si condannassero da sè, pensando una cosa ed insegnandone un'altra. Ma come? E per Omero, per Esiodo, per Demostene, per Erodoto, per Tucidide, per Isocrate, per Lisia gli dei sono la guida di tutta l'educazione. E non si credevano alcuni di essi ministri di Mercurio, altri delle Muse? [pg!339] «A me pare, dunque, assurdo che coloro i quali spiegano le opere loro non onorino gli dei che essi onoravano. Ma, se a me pare assurdo, non dico per questo che essi devano dissimulare davanti ai giovani. Io li lascio liberi di non insegnare ciò che non credono buono, ma, se vogliono insegnare, insegnino prima coll'esempio, e poi convincano gli allievi che nè Omero, nè Esiodo e nessuno di coloro che commentano e di cui, fuori di scuola, condannano l'empietà, la stoltezza e gli errori verso gli dei fu quale essi dicono».
Giuliano insiste sulla necessità dell'accordo fra la condotta esterna del maestro e l'insegnamento da lui dato nella scuola. Il maestro, con gli esercizi del culto, deve dimostrare di credere in quegli dei in cui credevano gli autori da lui letti ai suoi allievi. Se non lo fa, egli implicitamente condanna gli autori che deve insegnare ad ammirare. E in questo caso, continua acutamente il loico imperiale «dal momento che i maestri vivono col guadagno ricavato dagli scritti di coloro, vengono a riconoscere di essere avidi di un guadagno vergognoso e pronti a tutto, per amore di poche dramme».
Se non che Giuliano non si rivolge solo ai maestri veramente cristiani. Egli suppone ci siano anche dei maestri pagani nel cuore, ma che, pel timore degli imperatori che sedevano sul trono prima di lui, e, in generale, per una ragione di opportunismo, trascuravano il culto degli dei. A costoro egli dice: «Certo, fino ad oggi, vi erano delle ragioni per non entrare nei templi, e la paura che, d'ogni parte, ci pendeva addosso, rendeva perdonabile il nascondere la vera dottrina intorno agli dei. Ma ora che gli dei ci hanno donata la libertà, è assurdo che gli uomini diano l'esempio [pg!340] di ciò che non giudicano buono. Se, dunque, essi credono nella saggezza di coloro di cui seggono interpreti, gareggino con loro nella pietà verso gli dei. Ma se, invece, sono convinti dei loro errori intorno al concetto della divinità, in tal caso, entrino nelle chiese dei Galilei, a spiegarvi Matteo e Luca, i quali fanno una legge, a chi da loro è persuaso, di star lontani dalle sacre cerimonie».
Fermiamoci un istante, prima di procedere alla chiusa del documento. È veramente curioso, ed è una prova della passione che altera tutti i giudizî relativi a Giuliano, che si possa accusare di intolleranza religiosa la sua legge, dopo una dichiarazione tanto esplicita e chiara. Intolleranza ci sarebbe stata, solo nel caso ch'egli avesse proibita la propaganda cristiana, ch'egli avesse posto ostacolo alla predicazione ed alla diffusione dei libri cristiani. Ma egli dice proprio l'opposto. Egli dice che le chiese dei Cristiani sono aperte ed esorta i loro maestri ad entrarvi per leggere coi fedeli i libri in cui sta la loro dottrina. Quando noi pensiamo che Giuliano era ardentissimo nell'amore della causa pagana e ch'egli era un imperatore onnipotente e che combatteva il Cristianesimo per ragioni dogmatiche, dobbiamo riconoscere che non solo non era intollerante, ma ch'egli ha dato un esempio veramente meraviglioso di tolleranza e che, per questo rispetto, egli offre la mano al mondo moderno, passando al di sopra del Medio Evo e dei secoli seguenti. Questa condotta di tolleranza assoluta è affermata anche nelle ultime parole della sua circolare. «Per quanto sta in me — esclama Giuliano, rivolgendosi ai Cristiani — io vorrei che le vostre orecchie, e la vostra lingua si rigenerassero, come voi direste, mercè quella dottrina a cui io mi auguro, e lo auguro a chiunque pensi ed operi d'accordo con me, di partecipare per sempre.
[pg!341]
«Questa sia legge generale per tutti gli educatori e maestri. Ma nessuno dei giovani che voglia entrare nelle scuole venga escluso. Poichè non sarebbe ragionevole chiudere la buona strada a fanciulli che ancor non sanno da quale parte rivolgersi, come non lo sarebbe il condurli, con la paura, e contro loro voglia, alle patrie consuetudini, sebbene possa parer lecito guarirli, loro malgrado, come si fa coi deliranti. Ma è posta per tutti la tolleranza di tale malattia, e, gli ignoranti, noi dobbiamo istruirli, non dobbiamo punirli»[317].
Da tali parole rimane naturalmente confutata l'accusa che dagli scrittori ecclesiastici vien mossa a Giuliano, di aver, cioè, vietato ai giovani cristiani di frequentare le scuole dove s'insegnavano lettere greche. Giuliano dice esplicitamente che la legge non riguarda che i maestri; i giovani son liberi d'andar dove vogliono. Sarebbe stato, del resto, inconcepibile che un uomo, come Giuliano, che aveva tanta fiducia nell'efficacia persuasiva degli scrittori antichi, avesse chiusa ai giovani cristiani quella che a lui pareva la più diretta e più sicura via della conversione.
Liberato così il terreno delle accuse basate sull'equivoco, esaminiamo il ragionamento fondamentale di Giuliano, per analizzarne il valore. Egli parte dalla premessa che fra la convinzione e l'insegnamento di un uomo deva esistere un accordo perfetto, e tale premessa non può che essere approvata da ogni persona ragionevole e coscienziosa. Da quella premessa egli trae la conseguenza che non potevano leggere e spiegare agli allievi Omero e gli altri autori antichi quei maestri i quali non credevano negli dei in cui [pg!342] aveva creduto Omero. Ora, noi sorridiamo a questa conseguenza di un principio giusto, perchè ora a nessuno può passar pel capo di prendere sul serio la teologia d'Omero. Noi ammiriamo lo stile e l'arte d'Omero e di Virgilio, e siamo ancora commossi dalla parte umana dei loro poemi, ma la parte mitologica, se può interessare il critico, come documento letterario o storico, per la coscienza nostra è cosa morta. Ma non dobbiamo dimenticare che Giuliano si trovava in posizione affatto diversa. Al tempo suo si poteva ancora credere, e si credeva effettivamente nella verità del Politeismo; la lotta fra il Politeismo ed il Cristianesimo ferveva ancora intensamente, ed egli aveva presa in mano la causa politeista e voleva restaurare il culto antico. Quindi, per lui, i libri della cultura politeista erano propriamente testi sacri, ed era ben naturale ch'egli li volesse rispettati. Ora, si potevano dare due casi; o i Cristiani, spiegando nelle scuole i testi delle antiche letterature, ne prendevano argomento ed occasione per combattere il Politeismo, che era la dottrina fondamentale di quei testi, ed essi offendevano una religione, che lo Stato e le città riconoscevano, con le armi stesse che lo Stato e le città mettevano loro in mano, o i Cristiani per salvarsi il posto di maestri, per avidità di guadagno, per essere, come dice Giuliano, αισχροκερδέστατοι, professavano, nelle scuole, una dottrina, e ne praticavano un'altra fuori di scuola, ed essi davano uno spettacolo che a Giuliano sembrava incoerente ed immorale.
Or si guardi cosa curiosa; in fondo, in fondo, il regolamento italiano che regge l'istruzione religiosa nelle scuole elementari, e che fu dettato da quell'ingegno finissimo ed equilibrato che era Aristide Gabelli, si ispira all'identico principio che fu posto, la prima volta, [pg!343] da Giuliano. Cosa diceva il Gabelli? Diceva, dal momento che il catechismo entra nella scuola, deve essere affidato a persone che credono alla dottrina che vi è esposta, ed, in mancanza di queste, al solo maestro davvero competente che è il sacerdote, poichè, può essere quistione discutibile se il catechismo deva entrare nelle pubbliche scuole, ma, una volta entrato, è cosa che ripugna ad ogni coscienza onesta il lasciarlo cadere nelle mani di chi ne farebbe argomento di confutazione o di dileggio. Ebbene Giuliano diceva una medesima cosa. — Io non voglio, diceva, che i libri nei quali, ad ogni pagina, si parla degli dei di Grecia e di Roma, in cui io credo e metà del mondo crede ancora, siano nelle mani di maestri, interessati a smuovere la fede in quegli dei. — Per verità, mi par difficile essere un persecutore più ragionevole e più mite!
Certo, pei Cristiani del secolo quarto, la quistione si complicava e diventava più grave per la circostanza che i libri che Giuliano voleva togliere loro di mano, erano i soli testi di cui si servisse l'insegnamento. Il mondo antico non conosceva la scienza, nel senso moderno della parola. L'insegnamento, nelle scuole, si riduceva alla retorica, con la quale non si imparava che a diventar oratore, ad adoperare quelle forme letterarie di cui il pensiero, sia politico, sia giuridico, sia religioso doveva vestirsi per essere accolto e compreso. Quest'arte non si acquistava che sugli esempi della letteratura antica, per cui l'impedirne l'uso ai maestri cristiani era propriamente un escluderli, in modo assoluto, dal pubblico insegnamento. E, infatti, dei maestri che avevano grande fama, Proeresio ad Atene e Simpliciano a Roma, non volendo piegarsi a nessun atto di apostasia, avevano dovuto abbandonare del tutto la scuola. Ora è certo che Giuliano doveva [pg!344] esser ben lieto di questa circostanza, che gli dava il mezzo di raggiungere lo scopo d'imbarbarire il Cristianesimo. Era un caso fortunato per lui, e del quale egli aveva il diritto di usare, come di un'arma di buona guerra, che dal principio di probità intellettuale, da lui posto, derivassero conseguenze di un'importanza sostanziale. Egli rimandava i Cristiani ai libri genuini del Cristianesimo, e riserbava ai Pagani i libri genuini del Paganesimo. Un imperatore cristiano non avrebbe permesso che il Vangelo fosse commentato e schernito da un maestro pagano; Giuliano non voleva che una sorte analoga toccasse, per parte dei Cristiani, ad Omero e ad Esiodo. La tolleranza religiosa, in tutto ciò, non è punto ferita.