Fin qui, dunque, parrebbe, nulla di singolare e, se anche in questa legge fa capolino quella manìa di ingerirsi di tutto che era uno dei difetti di Giuliano, essa non rivelerebbe, per sè stessa, che una lodevole preoccupazione del pubblico insegnamento. Ma è proprio il caso di dire che il veleno sta nella coda. L'imperatore riserbava a sè la revisione delle nomine degli insegnanti, e ciò, dice la legge, per investire quegli insegnanti di un più alto titolo d'onore. Ma la cosa, nella realtà, era meno innocente. Sotto a quella disposizione d'ordine generale, esisteva un'intenzione precisa e determinata. Giuliano voleva raggiungere uno scopo che a lui stava ben più a cuore che il riordinamento generico dell'amministrazione scolastica. La revisione delle nomine dei maestri, ch'egli esplicitamente si riserbava, doveva essere nelle sue mani il mezzo per escludere dall'insegnamento i maestri che fossero cristiani. Giuliano, del resto, non ha fatto un [pg!329] mistero di ciò. Promulgando la sua legge, egli l'accompagnava con una specie di circolare che a noi è arrivata intatta, ed in essa ci dice apertamente qual fosse il risultato a cui tendeva. Ma insieme lo spiega, lo commenta, lo giustifica, con una serie di ragionamenti ingegnosi e sottili che val la pena di esaminare e di discutere perchè conservano ancora, come oggi si direbbe, un sapore d'attualità.

Ma, prima d'entrare nell'esame dei ragionamenti di Giuliano, vediamo quali fossero le condizioni che hanno mosso l'imperatore a promulgare la sua legge. Non era corso che poco più di un mezzo secolo dai giorni in cui il Cristianesimo sanguinante subiva la terribile persecuzione di Diocleziano, ed ecco che un imperatore, nemico acerrimo del Cristianesimo più ancora di quel che fosse stato Diocleziano, perchè ispirato nel suo odio, non già dalla ragione di Stato, ma da convinzioni filosofiche, volendo sradicare la nuova religione, non trova nulla di meglio a fare che chiudere le scuole pubbliche agli insegnanti cristiani, ed ecco gli uomini più cospicui del Cristianesimo insorgere, con uno sdegno ardente e quasi feroce, contro un provvedimento che, per verità, avrebbe dovuto sembrare assai innocuo a chi poteva ancor ricordare i metodi e le condanne dei persecutori precedenti. Il vero è che il Cristianesimo, negli anni trascorsi tra il decreto di Milano e l'insediamento di Giuliano, servendosi del braccio di Costantino e de' suoi figli, era diventato dominatore, si era ormai impadronito di tutto il mondo civile. Se le campagne resistevano ancora, e conservavano tenaci il culto delle antiche divinità che s'intrecciava nella vicenda dei lavori campestri, le città si erano, sopratutto in Oriente, in gran parte convertite, e, cessata la lotta fra Cristiani e Pagani, [pg!330] erano diventate il teatro delle lotte intestine del Cristianesimo, fra Ariani ed Atanasiani. Se non che il Cristianesimo, proclamato religione riconosciuta e dominante della civiltà ellenica, aveva dovuto necessariamente ellenizzarsi. Era fatale che, nell'ambiente di una società la quale, pur decadendo a precipizio, ancor non viveva che delle memorie e delle abitudini del pensiero antico e non sapeva usare altre forme se non quelle che gli antichi le avevano trasmesse, il fiore palestiniano della divina semplicità evangelica andasse perduto e che la propaganda cristiana dovesse vestirsi col paludamento ellenico di quegli stessi scrittori che, dal punto di vista religioso, essa combatteva. Questo movimento pel quale il Cristianesimo si adattava alla cultura ellenica, in mezzo a cui doveva vivere e diffondersi, diventò in breve rapido ed intenso. Le scuole di retorica si riempivano di allievi cristiani, maestri cristiani occupavano le cattedre di eloquenza; sugli stessi banchi della scuola d'Atene, la più illustre fra le facoltà di lettere del secolo quarto, sedevano, al fianco del principe Giuliano, un Gregorio ed un Basiglio; i concilî, che si seguivano senza posa, onde tentar di comporre il terribile dissidio che squarciava la Chiesa, erano una grande palestra, dove si combatteva a colpi d'eloquenza; infine il Cristianesimo si era ellenizzato con una foga ed una celerità che ci dicono come, in questa rivoluzione letteraria, esso fosse guidato dall'istinto della lotta per la vita. Direi, anzi, che la coltura ellenica rifioriva per lui, poichè vi portava un impeto giovanile che, certo, più non poteva trovarsi nella decrepita civiltà del mondo antico. È vero che la letteratura greca decadeva più lentamente della letteratura latina, e mandava ancora nel secolo quarto qualche bagliore, e nei discorsi di [pg!331] Libanio, sopratutto negli scritti di Giuliano, nelle sue lettere, nelle sue satire, in alcune sue orazioni, s'incontrano, talvolta, delle pagine ammirabili, ma, nella letteratura del Cristianesimo ellenizzato, c'è un volo ben più largo, c'è una vita ben più intensa. Se noi poniamo a confronto uno dei discorsi in cui Libanio tesse le lodi del suo adorato Giuliano, con una delle due terribili orazioni in cui Gregorio di Nazianzo si avventa contro l'odiato imperatore, è innegabile che, anche dal punto di vista letterario, la vittoria spetta al polemista cristiano contro il retore pagano. E, se noi ricordiamo quella numerosa schiera di oratori e di scrittori ecclesiastici che, da Atanasio a S. Agostino, hanno riempito il secolo quarto della loro parola infiammata, riconosciamo tosto come l'Ellenismo entrasse quale elemento costitutivo dell'opera loro, fosse diventato uno strumento indispensabile della predicazione cristiana.

Giuliano, pertanto, si trovava davanti una religione potentemente costituita, appunto perchè aveva saputo ellenizzarsi, plasmandosi nelle forme del pensiero antico. Se anche lo avesse voluto, non avrebbe potuto combatterla con la persecuzione. La persecuzione romana contro il Cristianesimo non era stata, da Nerone a Diocleziano, che una coercitio, che un provvedimento di polizia, una misura d'ordine pubblico contro una setta che si credeva pericolosa. Ma tali procedimenti non si possono seguire che da una maggioranza contro una minoranza. Il giorno in cui la minoranza diventa maggioranza le parti generalmente s'invertono, i perseguitati diventano a loro volta persecutori. Nel Cristianesimo l'inversione si era già iniziata coi figli di Costantino. Per tanto Giuliano, non potendo più perseguitare i Cristiani che costituivano, se non la maggioranza, [pg!332] circa una metà dei suoi sudditi, s'era messo in capo di convertirli con le buone, di persuaderli con l'esempio e coi ragionamenti a ritornare all'antico. E, con queste idee, voleva organizzare un sacerdozio pagano che vincesse di virtù e di zelo il sacerdozio cristiano, e scriveva, egli stesso, trattati e discorsi di teologia, e componeva preghiere ferventi, e diramava, se la parola mi è concessa, delle pastorali, piene di buoni consigli e che rivelano una tendenza, come oggi si direbbe, allo spirito bigotto. In fondo, Giuliano aveva tutta la disposizione necessaria per essere un cristiano. Ma, le terribili vicende della sua fanciullezza, la minaccia continua di esser trucidato negli anni della prima gioventù, l'educazione ellenica avuta, in Costantinopoli, dal suo primo pedagogo, l'azione dei maestri, in mezzo a cui s'era più tardi trovato a Nicomedia, lo spettacolo disgraziato della Corte cristiana di Costanzo, l'antagonismo naturale contro il cugino in cui vedeva l'uccisore del padre, del fratello, degli altri suoi congiunti, la corruttela del clero ariano che gli si era messo al fianco, finalmente un sentimento vivissimo della coltura e dell'arte greca lo avevano chiuso alle attrattive che il Cristianesimo avrebbe dovuto esercitare su di uno spirito alto ed aperto come il suo. Padrone, come nessun altro, della letteratura cristiana, ch'egli scrutava con l'occhio del nemico, Giuliano si era accinto all'impresa di persuadere il mondo che il Cristianesimo poggiava sul falso, e di ricondurlo al Politeismo, ma ad un Politeismo riformato metafisicamente con le dottrine simboliche del Neoplatonismo, moralmente e disciplinarmente secondo regole ch'egli attingeva al serbatoio di quella religione stessa che voleva distrutta.

Esaltato nella metafisica teurgica che Giamblico ed [pg!333] i suoi allievi avevano messo in onore, Giuliano credeva nella verità del Politeismo, trasformato in un mistico simbolismo; e i racconti della mitologia ellenica diventavano una serie di simboli sacri. Omero ed Esiodo erano per lui ciò che la Bibbia era pei Cristiani. Egli era, quindi, convinto che quei libri, letti e studiati con amore e senza prevenzioni ostili, dovevano esercitare un'azione irresistibile ed essere il più efficace strumento di riconversione all'antico. Eppure, era forza constatare che la lettura di quei libri non opponeva una barriera all'invasione del Cristianesimo. Come mai ciò avveniva? Giuliano rispondeva — avviene perchè i libri sacri del Politeismo, nelle scuole pubbliche, sono in mano di maestri cristiani i quali o non li comprendono, o li contraddicono con la loro condotta fuori delle scuole, o ne fanno argomento di dileggio e d'offesa. — Egli, dunque, pensò che uno dei provvedimenti più efficaci, anzi, più doverosi che egli potesse prendere, fosse quello di sottrarre la gioventù agli effetti di quel pervertimento, e deliberò, pertanto, di impedire ai maestri cristiani di salire sulle cattedre delle scuole. Per riuscire a ciò, promulgava la sua legge, per la quale nessuno poteva darsi al pubblico insegnamento, se non fosse stato, dall'imperatore stesso, confermato nell'ufficio, ciò che equivaleva a dire che nessun maestro cristiano avrebbe avuta la necessaria conferma. La conseguenza naturale del provvedimento di Giuliano, quando avesse potuto rigorosamente applicarsi, sarebbe stato quello di imbarbarire, di nuovo, il Cristianesimo, di strappargli di dosso quella veste letteraria con cui si presentava al mondo civile, e lo guadagnava alla sua dottrina. Si comprende, pertanto, come il Cristianesimo del secolo quarto insorgesse contro questa legge come [pg!334] contro la più grave offesa ed il più pericoloso attacco che gli fosse mai stato mosso. Se Giuliano avesse rinnovata la persecuzione di Diocleziano, il Cristianesimo l'avrebbe affrontata impavido, sicuro di trovarvi una nuova forza. Ma la mossa di Giuliano, che tentava di levargli di mano gli strumenti della propaganda, lo riempiva di sdegno e di spavento. Certo, S. Paolo, pel quale la sapienza del mondo non era che stoltezza, avrebbe sorriso di una legge siffatta. Ma il Cristianesimo, come vedemmo, s'era trasformato; era diventato una potenza mondana, doveva adoperare le armi di questo mondo, e la coltura ellenica era un'arma indispensabile. «Donde mai — esclama Gregorio — donde mai, o il più stolto ed il più scellerato degli uomini, ti venne il pensiero di togliere ai Cristiani l'uso dell'eloquenza? Fu Mercurio, come tu stesso hai detto, che te lo pose in mente? Furono i demoni malvagi?... A noi, tu dicevi, spetta l'eloquenza, a noi il parlar greco, a noi che adoriamo gli dei. A voi l'ignoranza e la rozzezza, a voi pei quali tutta la sapienza si riassume in una parola: credo!»[314]. Lo storico ecclesiastico Socrate, scrittore misurato e giudizioso, che pur riconosce che Giuliano rifuggiva dalla persecuzione violenta e sanguinosa, lo chiama egualmente persecutore perchè, egli dice, con quella legge voleva impedire che i Cristiani, acuendo la loro lingua, potessero rispondere ai ragionamenti dei loro avversari[315]. Ma il giudizio più sintomatico è quello di Ammiano Marcellino. Costui, che non era cristiano, e sentiva una viva ammirazione per Giuliano, col quale aveva militato, [pg!335] colloca quel decreto fra le poche cose riprovevoli commesse dal suo imperatore, e lo giudica — un decreto inclemente, meritevole di esser coperto da perenne silenzio — obruendum perenni silentio[316]. — Ora, Ammiano Marcellino era un soldato espertissimo, un onesto ed imparziale narratore, ma uno spirito mediocre, il quale non prendeva nessun interesse alle quistioni religiose. Non era cristiano, ma non era nemmeno un pagano convinto e fervido. Era un indifferente, il quale, col suo buon senso, deplorava che un uomo tanto geniale e valoroso, come Giuliano, si fosse impigliato nella rete delle dispute teologiche, e sciupasse in ubbie fantastiche le doti preziose che gli erano state largite. Quel suo giudizio è interessante appunto perchè non può essere il frutto di un meditato giudizio personale, ma, bensì, l'eco dell'opinione pubblica, la quale era prevalentemente cristiana e tanto diffusa ed energica da trascinare con sè anche il voto di un pagano indifferente.

La condanna scagliata dai Cristiani contemporanei contro l'editto di Giuliano passò in giudicato anche pei secoli seguenti, divenne un verdetto irrivedibile, ed oggi ancora costituisce uno dei capi d'accusa contro l'utopistico imperatore. Ma tale condanna, certo, giustificabile dal punto di vista dell'apologia cristiana, può sostenersi se guardata con la serena imparzialità del critico, da un punto di vista puramente oggettivo? Ecco la quistione che io vorrei esaminare. Noi dobbiamo collocarci al posto di Giuliano, e non dimenticare che, convinto della bontà del Politeismo, egli voleva ricondurvi il mondo. Era, dunque, naturale [pg!336] ch'egli cercasse i mezzi più opportuni per resistere all'azione invadente del suo nemico. Fin qui nessuno, mi pare, potrebbe condannarlo. La condanna non sarebbe giustificata se non quando fosse provato che i mezzi da lui scelti erano iniqui, o che, nell'usare dei mezzi legittimi, che si trovavano in sua mano, egli è andato al di là dei limiti che gli erano imposti dal rispetto delle opinioni altrui.

Giuliano ha previsto l'accusa ed ha scritto la sua circolare per confutarla. La temperanza della parola e delle ragioni non ha servito che a guadagnargli la taccia d'ipocrita. Quell'infelice Giuliano non riusciva mai ad indovinarne una. Se si abbandonava ad un atto d'impazienza era un tiranno, se ragionava tranquillamente era un ipocrita. Il vero è che Giuliano era un uomo che aveva la passione del ragionamento, uno di quegli uomini che frugano e rifrugano dentro di sè per chiarire le ragioni di quello che fanno, che non sono mai paghi, se non quando riescono a provare, non solo agli altri, ma anche a sè stessi, la razionalità della loro condotta. Nel caso, che stiamo esaminando, egli non aveva nessun bisogno d'essere ipocrita. Nulla poteva opporsi all'esecuzione della sua legge, di cui non doveva render conto a nessuno. E poi le sue ragioni, quali esse fossero, non avrebbero avuto nessun valore pei Cristiani ed erano del tutto inutili pei Pagani. Ma egli ha voluto, propriamente, fondare la sua legge su di una base razionale, di cui ha tracciate le linee nella sua famosa circolare.

[pg!337]

L'affermazione fondamentale di Giuliano, su cui si svolge il filo del suo ragionamento, è che non vi deve essere contraddizione fra l'insegnamento dato da un uomo e la sua fede e la sua condotta, e che, pertanto, non era tollerabile che i maestri i quali non erano pagani adoperassero, nel loro insegnamento, quei libri che erano i testi sacri del Paganesimo. Ciò costituiva, per Giuliano, una vera mostruosità morale.

I maestri che insegnavano ad ammirare Omero ed Esiodo e gli altri autori dell'antichità dovevano dimostrare, con la pratica della vita, di credere nella pietà e nella sapienza di quegli autori. Se non avevano tale convinzione, dovevano riconoscere che, per amore dello stipendio, insegnavano il falso. Ma seguiamo passo passo l'argomentazione di Giuliano. «Noi crediamo — egli scrive — che la buona educazione si trovi non già nell'euritmia delle parole e dell'eloquio, ma, bensì, nella disposizione di una mente sana che ha un concetto vero del buono e del cattivo, dell'onesto e del turpe. Colui, dunque, che pensa in un modo ed insegna in un altro, è tanto lontano dall'essere un educatore quanto dall'esser un uomo onesto. Nelle piccole cose, il disaccordo fra la convinzione e la parola, può essere un male tollerabile, sebbene sempre un male. Ma, nelle cose di suprema importanza, se un uomo la pensa in un modo ed insegna proprio l'opposto di ciò che pensa, la sua condotta è simile a quella dei mercanti, non dico degli onesti ma dei perversi, i quali raccomandano più che possono le cose che sanno cattive, ingannando ed adescando con le lodi coloro ai quali vogliono trasmettere ciò che hanno di guasto».