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[IL PRINCIPE E L'UOMO]
Nel corso di questo studio, già ci apparve, nella sua genialità, la natura singolare di questo principe entusiasta che, sul trono dei Cesari, poneva a servizio di un ideale irrealizzabile delle virtù di mente e d'animo le quali, liberate dalla preoccupazione religiosa, avrebbero fatto di lui un grande imperatore. Se Giuliano avesse regnato a lungo, senz'altro scopo che la difesa e l'organizzazione dell'impero, non avrebbe, lui pure, fermata la decadenza fatale del mondo antico, ma l'avrebbe, forse, rallentata ed avrebbe fors'anche, impedito che si sfasciasse nella catastrofe barbarica.
Il passaggio di Giuliano sul trono imperiale fu la comparsa di una meteora luminosa che, appena accesa, si è spenta. Egli, quindi, non ebbe il tempo di lasciare, nei fatti e nelle cose, l'impronta duratura della sua azione. La sua memoria non vivrebbe che nella caricatura che ne hanno disegnata gli scrittori cristiani, e parrebbe quasi che l'opera sua si fosse limitata alla guerra contro il Cristianesimo e ch'egli fosse un uomo odioso e vituperabile, se non ci fossero rimasti i suoi scritti che sono lo specchio genuino del [pg!390] suo carattere, delle sue intenzioni, delle doti e dei difetti del suo spirito eccelso. È vero che noi abbiamo in Libanio ed in Ammiano Marcellino le prove dell'ammirazione che Giuliano aveva destata nei suoi contemporanei. Ma Libanio è sospetto, perchè troppo interessato e compromesso nell'impresa della restaurazione politeista, e Ammiano Marcellino non ha autorità sufficiente per tener testa a Gregorio di Nazianzo, a Socrate, a Sozomene, a tutta infine la tradizione cattolica. Così la figura geniale di Giuliano è venuta ai posteri, portando in fronte il marchio dell'apostata, e così si è dimenticato il fatto, che, dal punto di vista psicologico e storico, è il più curioso ed il più interessante di tutti, cioè, che questo sciagurato apostata, che aveva tentato di soffocare il Cristianesimo, era, per ogni riguardo, un uomo essenzialmente virtuoso, il migliore degli uomini che siano sorti sull'orizzonte della vita pubblica del Basso Impero. Il buon Ammiano Marcellino, nel tessere, dopo averne narrata la morte eroica, l'elogio di Giuliano, ci dice[342] come fosse insigne per la castità e la temperanza della vita, per la prudenza in ogni suo atto — virtute senior quam ætate, studiosus cognitionum omnium, censor moribus regendis acerrimus, placidus, opum contemptor, mortalia omnia despiciens. — Perfetta la sua giustizia, mitigata dalla clemenza, mirabile la sua conoscenza delle cose di guerra e l'autorità con cui governava i suoi soldati, impareggiabile il valore con cui combatteva, fra i primi, incoraggiava le sue schiere, le riconduceva alle battaglie, al primo segno di incertezza. Saggia e moderata la sua amministrazione, così da [pg!391] alleggerire i tributi, da comporre le liti del fisco coi privati, da restaurare le finanze rovinate delle città, da mettere, infine, un freno al disordine spaventoso che regnava nell'avido e parassitico governo dell'Impero. E l'onesto storico non dissimula i difetti del suo eroe; ma son ben lievi in confronto alle virtù. Una certa leggerezza nel risolvere, un'eccessiva facilità ed abbondanza di parola, che doveva essere, diciamo noi, il riflesso di un'eccessiva impressionabilità, constatabile anche in quelli, fra i suoi scritti, che sono l'effusione schietta del suo spirito. Finalmente, e questo era il difetto più grave di Giuliano, conseguenza inevitabile del suo sistema filosofico, una tendenza alla superstizione, per cui egli prestava alle esteriorità della religione che voleva restaurare un'importanza che spesse volte toccava il ridicolo ed era una delle cause che indebolivano la sua propaganda. Tale il ritratto morale che Ammiano tratteggia del suo imperatore, del quale descrive anche la figura forte ed agile insieme, e ci fa vedere il volto, singolare per la barba irsuta che finiva in punta, oggetto di scherno per gli Antiochesi, e splendente per la bellezza degli occhi scintillanti, da cui trasparivano le arguzie della mente — venustate oculorum micantium flagrans, qui mentis ejus argutias indicabant.
Ma, prima di studiar Giuliano nei suoi scritti, che sono la fonte schietta della verità, diamo ancora una occhiata all'imagine che di lui ci lasciarono i suoi due contemporanei Libanio e Gregorio di Nazianzo, negli opposti intenti, il primo di esaltarne la memoria, il secondo di vituperarla, di lasciarla coperta di fango e di vergogna. Nel corso del nostro studio noi abbiamo già mietuto nel campo di questi scrittori. Ma non sarà fatica sprecata lo spigolarvi ancora. Vi raccoglieremo qualche mazzo di notizie preziose.
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Cominciamo coll'osservare come, nei lamenti di Libanio per la catastrofe di Giuliano, è impossibile non sentire l'espressione di un sentimento vero e profondo, tanto più quando si pensa che il Discorso necrologico e la Monodia furono scritti quando già era scomparsa ogni traccia del tentativo di restaurazione pagana, quando il Cristianesimo dominava di nuovo sovrano nella corte e nel popolo, e quando, pertanto, la manifestazione di quel dolore poteva, per lo scrittore, costituire un pericolo. Come adattarsi, esclama Libanio, al pensiero che l'empio Costanzo «dominò sulla terra, ch'egli contaminava, per quarant'anni, e poi se ne andò per malattia. E costui, il quale ha rinnovate le sacre leggi, ha riordinate le buone istituzioni, risollevate le dimore degli dei, riposti gli altari, richiamate le schiere dei sacerdoti, nascosti nelle tenebre, restaurate le statue, sacrificate mandre ed armenti, ora nella reggia ed ora fuori, ora di notte ed ora di giorno, sospesa tutta la sua vita alle mani degli dei, dopo aver tenuto per breve tempo l'ufficio minore dell'impero, e per un tempo ancor più breve l'ufficio maggiore[343], se ne partiva, così che la terra, che appena aveva gustato tanto bene, non se ne potè saziare..... Almeno, il ritorno dei nostri mali fosse venuto grado grado. Ma la buona fortuna, appena affacciatasi a noi, tosto si ritraeva, come in fuga. Per Ercole, ciò è troppo acerbo, ed è l'opera di acerbi demoni»[344]. Poi Libanio, dopo aver ricordata la desolazione dell'esercito, quando Giuliano, ferito a morte, [pg!393] ma ancor respirante, veniva trasportato dal campo di battaglia alla tenda, e aver detto che le Muse piangevano la morte del loro allievo e che la sventura cadeva sulla terra, sul mare, sull'aere, esclama: «E noi tutti piangiamo, ognuno per la parte che gli spetta; i filosofi piangono colui che spiegava la dottrina di Platone, i retori l'oratore valente a parlare ed a scrutare il discorso degli altri, i litiganti un giudice migliore di Radamanto. Oh, infelici agricoltori, che sarete preda di coloro che avranno l'incarico di spogliarvi! Oh, forza della giustizia che già precipita e che presto più non sarà che un'ombra! Oh, magistrati, come sarà vilipesa la dignità del vostro nome! Oh, grida dei poveri maltrattati, come invano vi innalzerete al cielo! Oh, schiere di soldati che perdeste un imperatore il quale, nei campi, provvedeva ad ogni vostro bisogno! Oh, leggi, a buon diritto credute di Apollo, ed ora calpestate! Oh, ragione che hai, quasi nel medesimo punto, acquistata e perduta la potenza ed il vigore! Oh, rovina totale della terra!»[345].
A questo grido di dolore fa naturale contrasto il ricordo delle speranze e delle aspettazioni che Giuliano aveva destate. L'imperatore, dice Libanio, dava una suprema importanza all'istruzione; anzi, egli credeva che la dottrina ed il culto degli dei fossero cose fraterne[346]. Per rimettere in onore l'istruzione completamente trascurata, egli stesso scriveva discorsi e trattati di filosofia. Voleva anche che le città fossero governate da uomini colti, e li investiva dell'ufficio, appena trovasse in essi qualche virtù dell'uomo di [pg!394] governo. C'è, davvero, un soffio poetico nell'entusiastica pittura che Libanio ci fa del viaggio di Giuliano da Costantinopoli ad Antiochia. L'imperatore è mosso da un pensiero dominante, la restaurazione dell'Ellenismo, e gode dei discorsi assai più che dei doni, e piange di commozione, e si consuma in un'attività prodigiosa di spirito e di corpo, e non lascia negletto un tempio, non ascoltato un filosofo, un retore, un poeta. «Fioriva il giardino della sapienza, esclama Libanio, e la speranza degli onori stava tutta nell'acquisto della coltura.... Egli tutto si adoperava onde rinverdisse l'amore delle Muse»[347]. Era infine una nuova primavera ellenica, una rifioritura di pensiero, di abitudini, di idee che allietava gli spiriti sgomenti ed accasciati dalla barbarie incipiente e dal predominio di tendenze che erano nel più aperto contrasto con quelle idee e con quelle abitudini. Per comprendere, nella sua portata e nel suo significato, la restaurazione tentata da Giuliano, dobbiamo cercar di risentire le emozioni di questi superstiti amatori di una civiltà che rapidamente scendeva al tramonto ed a cui essi si illudevano di poter imprimere un movimento a ritroso che la riconducesse all'antico splendore.
Al movimento intenso di mente e di lavoro che gli imponevano i suoi compiti di riformatore religioso, di generale e d'uomo di Stato, Giuliano provvedeva con la sua facoltà di concentrarsi nei suoi pensieri e con una prodigiosa attività. Quando egli era costretto ad assistere alle corse dei cavalli, narra Libanio, distrattamente volgeva gli occhi altrove, onorando insieme la solennità coll'esser presente ed i suoi pensieri [pg!395] coll'esser assorto in essi. Non v'era lotta, nè gara, nè applauso che potesse distrarlo dalle sue meditazioni. Quando dava un banchetto, vi prendeva parte quanto appena bastasse per dire che non era assente[348]. E della sua attività, egli ci fa questa interessante descrizione: «Essendo sempre assai sobrio e non gravando mai il ventre di peso eccessivo, egli, direi quasi, volava di cosa in cosa, e, nello stesso giorno, rispondeva a parecchie ambascerie, mandava lettere alle città, ai comandanti degli eserciti, agli amici che partivano, agli amici che venivano, ascoltava la lettura dei messaggi, esaminava le domande, rendeva lente le mani degli scrivani in confronto della velocità della sua lingua..... I suoi segretari dovevano pur riposare, ma non lui, che passava da un'occupazione all'altra. E quando cessava dall'amministrare e pranzava, perchè bisogna pur vivere, egli imitava le cicale, e, posando su mucchi di libri, cantava, finchè il crepuscolo o la cura degli affari lo richiamassero altrove. E la cena era ancor più scarsa del primo pasto, e breve il sonno per questa tanta moderazione di cibo. E allora venivano altri scrivani, che avevano passato sul letto, il giorno, poichè era indispensabile questa successione nei servizî, e questo darsi a vicenda il riposo. Egli mutava le forme del lavoro, ma lavorava sempre, rinnovando, nella sua azione, le trasformazioni di Proteo, facendo da sacerdote, da scrittore, da augure, da giudice, da generale, da soldato, ed, in ogni cosa, da salvatore»[349]. Le cure del regno [pg!396] non impediscono a Giuliano di perseverare nei suoi studi prediletti. «La tua molta e bella e varia coltura — così a lui si rivolge, in altro luogo, Libanio — non è solo il frutto del lavoro che facesti prima di diventare imperatore. Ma tu continui ancora a vegliare per amor suo. L'impero non ti costrinse a trascurare i libri. La notte è ancora nella sua prima parte, e tu già canti più mattutino degli uccelli, e componi i tuoi discorsi e leggi le composizioni degli altri».