E, in altro luogo, Libanio esce in questa eloquente apostrofe agli dei, interessante anche perchè ci rivela di quali e di quante illusioni si pascesse lo spirito del partito ellenista che circondava Giuliano, e perchè ci si sente l'eco degli infervorati colloqui che egli avrà avuto col suo imperatore, quando questi si preparava, in Antiochia, a dare, con la sperata vittoria sui Persiani, il suggello e la sanzione alla restaurazione dell'antica civiltà.

«Perchè mai, o dei, o demoni, non confermaste le vostre promesse? Perchè non avete fatto felice colui che vi conosceva? Che potevate rimproverargli? Che non lodare nelle sue imprese? Non rialzò gli altari? Non costrusse i templi? Non onorò solennemente gli dei, gli eroi, l'etra, il cielo, la terra, il mare, le fonti, i fiumi? Non combattè coloro che vi combattono? Non fu più saggio di Ippolito? Giusto come Radamante? Più riflessivo di Temistocle? Più coraggioso di Braside? Non salvò forse l'umanità che stava per perire? Non fu nemico dei malvagi? Mite coi giusti? Avverso ai prepotenti? Amico dei modesti? Quale grandezza di imprese! Quante espugnazioni! Quanti trofei! Oh, fine indegno del principio! Noi credemmo che tutta la Persia avrebbe fatto parte dell'impero romano, governata dalle nostre [pg!397] leggi, e avrebbe da qui ricevuti i suoi reggitori e pagati i tributi, e cambiata la lingua, e mutata la foggia delle vesti, e recisa la chioma, e già vedevamo, in Susa, sofisti e retori educare, con grandi discorsi, i figli dei Persiani, e i nostri templi, ornati con le spoglie, portate di là, narrare ai posteri la grandezza della vittoria, e il vinto stesso gareggiare coi lodatori dell'impresa, ammirando questo, non ripudiando quello, compiacendosi di una cosa, non sdegnandosi di un'altra, e la sapienza, come una volta, esser amata, e le tombe dei martiri cedere il posto ai templi, e correre tutti spontaneamente agli altari, rialzati da quelli stessi che li avevano abbattuti, e quelli stessi praticare i sacrifizi che rifuggivano dal sangue, e risorgere la prosperità delle famiglie, per mille cause, e per la tenuità dei tributi, poichè si dice che, in mezzo ai pericoli, egli pregasse gli dei che la guerra finisse in modo che a lui poi fosse possibile ridurre a nulla le pubbliche imposte. Ah, la turba dei demoni perversi rese vane tutte le nostre aspettazioni, ed ecco che l'atleta, già vicino alla corona, a noi giunge nascosto nella bara. Felice chi è morto dopo di lui, sventurato chi vive! Prima di lui era notte, notte dopo di lui; fu il suo regno un puro raggio di sole. Oh, città che fondasti! Oh, città cadenti che risollevasti! Oh, sapienza che alzasti al massimo onore! Oh, virtù, di cui ti facesti forte! Oh, giustizia discesa di nuovo dal cielo in terra, per risalire tosto al cielo! Oh, radicale rivoluzione! Oh, comune felicità cominciata appena e subito finita! Noi soffriamo come un uomo assetato che, portata alle labbra una tazza d'acqua limpida e fredda, appena toccatala, se la vedesse strappar via»[350].

[pg!398]

Libanio così narra la conversione di Giuliano:

«Sembrando che, per ogni rispetto, egli fosse adatto a regnare, ed essendo concordi in questo le testimonianze di quanti lo conoscevano, non volle (l'imperatore Costanzo) che la sua fama si diffondesse in troppa gente, in una città di spiriti inquieti. E, pertanto, lo manda a vivere a Nicomedia, città più tranquilla. Questo fu il principio d'ogni bene per lui e per tutta la terra, poichè là era ancora una scintilla di scienza divina, a stento sfuggita alle mani degli empi. — Scrutando, dietro a questa, le cose occulte, deponesti, — si rivolge direttamente a Giuliano — ingentilito dagli insegnamenti, il fiero odio contro gli dei. Quando poi tu andasti nella Jonia, e conoscesti un uomo che è creduto ed è saggio[351] e udisti ciò ch'egli insegnava intorno a quegli spiriti che hanno composto e che conservano l'universo, e mirasti la bellezza della filosofia, e gustasti la più pura delle bevande, scotendoti di dosso l'errore e rompendo, come un leone, i ceppi, tu, liberato dalla nebbia preferisti la verità all'ignoranza, la divinità legittima alla falsa, gli antichi numi a quello che, da poco tempo, perfidamente s'era insinuato. Unendo poi alla compagnia dei retori quella di ancora migliori sapienti (e anche qui si vede l'opera degli dei che, col mezzo di Platone, ti ingrandirono l'intelligenza, onde con alti concetti tu potessi accingerti alla grandezza delle azioni) già forte, e per la fluidità della parola e per la scienza delle cose, prima ancora di poter giovare agli interessi sacri, tu accennasti che non vorresti trascurarli, venuta che fosse l'occasione, [pg!399] piangendo su ciò che si era abbattuto, sospirando su ciò che era stato contaminato, dolorando su ciò che era stato oppresso, lasciando vedere a chi ti stava vicino la futura salvezza nel dolore presente»[352].

Descritta l'azione salutare di Giuliano nella Gallia, così esclama Libanio: «Certo, tu non avresti fatto tutto ciò, senza l'aiuto di Minerva. Ma, avendo, fin da quando partisti da Atene, quella dea compagna nel consiglio e nell'azione, come lo fu per Ercole contro il cane mostruoso, comprendesti ogni cosa rettamente con la ragione, ed ogni cosa bene operasti con le armi, non restando seduto nella tenda ad udire i rapporti delle battaglie. Ma gittandoti avanti, ed agitando il braccio, e scotendo la lancia, e brandendo la spada, incoraggiavi col sangue dei nemici i tuoi soldati, re nei consigli, duce nelle imprese, eroe nelle pugne»[353].

Dalle pagine di Libanio esce fuori un'imagine attraente e geniale. Ardente di spirito, appassionato dei più nobili ideali, generoso ed eroico, il giovine imperatore ci appare veramente degno dell'ammirazione e dell'amore di cui lo circondavano i suoi amici, i suoi maestri, i suoi soldati. Certo, Giuliano era un uomo squilibrato. La sua fantasia bollente e disordinata si univa, in modo singolare, alla pedanteria del retore e del formalista. Ma c'è in lui un soffio eroico, qualche cosa di giovanilmente baldanzoso, un sentimento vivo della civiltà ellenica, che tolgon via, dalla sua figura, le macchie e i difetti, o, almeno, li celano sotto i raggi di una luce abbagliante. Ma una di quelle macchie [pg!400] rimane, pur troppo, evidente e dominante, anche nel ritratto dipinto da Libanio, ed è la macchia della superstizione. Già lo dicemmo, più su, parlando del Neoplatonismo. L'antichità era tutta superstiziosa. Perchè non lo fosse, il pensiero antico avrebbe dovuto seguire la strada aperta da Democrito, da Epicuro e da Lucrezio. Avendo, invece, seguita la strada opposta, esso era venuto, col Neoplatonismo, a sovrapporre il soprarazionale e il soprannaturale alla ragione ed alla natura, ciò che vuol dire rinunciare a trovar le cause logiche degli effetti, ed a vedere in tutto l'intervento continuo di un arbitrio assoluto. Nessuno più di Giuliano si era gittato in questo indirizzo funesto, nessuno, quindi, più di lui ardente promotore di tutti quegli esercizi di culto con cui credeva di guadagnarsi il favore degli dei. «Dovunque, esclama Libanio, erano altari e fuoco, e sangue ed odori di sacrifizi, ed incensi, ed espiazioni, ed indovini liberi di paura. Ed erano pellegrinaggi e canti sulle cime dei monti, e buoi che egli stesso, di sua mano, sacrificando, offriva agli dei, e di cui poi banchettava la gente. Ma, siccome non era facile all'imperatore uscire, ogni giorno, dalla reggia per recarsi ai templi, eppure nulla è più giovevole della continua convivenza con gli dei, così egli aveva costrutto, nel mezzo della reggia stessa, un santuario al dio che conduce il giorno, e partecipava e faceva partecipare gli altri ai misteri a cui si era iniziato, ed innalzava altari separatamente a tutti gli dei. E la prima cosa che faceva, appena alzatosi da letto, era di riunirsi, coi sacrifici, agli dei»[354]. E nella Monodia, piangendo [pg!401] la morte all'eroe, domanda: «Quale degli dei dobbiamo accusare? Tutti egualmente perchè hanno trascurata la vigilanza del caro capo, pur dovuta in ricambio delle molte offerte, delle molte preghiere, dei continui aromi, del molto sangue versato e di notte e di giorno. Egli non era devoto agli uni e negligente degli altri, ma a tutti quanti ci furon fatti conoscere dai poeti, e genitori e generati, e dei e dee, e superiori ed inferiori, egli dava libazioni, e, per loro, ingombrava le are di buoi e di agnelli»[355].

Era poi particolarmente dedito alla scienza augurale, e vi era tanto versato che gli auguri, narra Libanio, lui presente, dovevano rigorosamente dire la verità, perchè i suoi occhi sapevano scrutare e scoprir tutto[356]. E noi già vedemmo come, nelle sue imprese, egli si facesse accompagnare da schiere di auguri, e nulla tentasse senza aver prima esplorate le viscere delle vittime e il volo degli uccelli. E l'onesto Ammiano, col suo buon senso, riconosce che l'imperatore era dedito ad un'eccessiva ricerca di presagi, e più superstizioso che legittimo osservatore del culto — presagiorum sciscitationi nimiæ deditus... superstitiosus magis quam sacrorum legitimus observator[357].

Tutto ciò per noi riesce veramente odioso, e ci pare che in questo ristabilimento dei sacrifizi sanguinosi, nella rifioritura, da lui tentata, di riti puerili ed assurdi, egli abbia propriamente fatto opera di reazionario. Uno dei meriti più evidenti del Cristianesimo è quello appunto di aver purificato il culto, di aver liberati gli altari del ributtante spettacolo delle vittime [pg!402] sgozzate. Però, se guardiamo bene in fondo alla quistione, troviamo che il concetto del sacrifizio che riscatta le colpe ed ottiene il perdono del dio esiste e da una parte e dall'altra, riassuntivo e simbolico nel Cristianesimo, reale e continuo nel Paganesimo. Il Cristianesimo, s'intende non quello del Vangelo, che pone semplicemente l'idea sublime di un Dio paterno, ma il Cristianesimo metafisico e dommatico, ha portato nel culto reso alla divinità delle forme nuove ed assai migliori, ma non ha portato un concetto veramente nuovo. Il principio essenzialmente superstizioso di un arbitrio onnipotente che si placa a forza di vittime non era stato strappato alla radice. Giuliano, anche per questo rispetto, non è stato nè reazionario nè progressista. Non ha fatto che vivere e muoversi nell'ambiente intellettuale del suo tempo.