Malgrado questa nera macchia di superstizione e di bigottismo, Giuliano, quale ci è dipinto da Ammiano e dall'entusiastico Libanio, è una figura d'uomo e di principe attraente. Noi ci sentiamo indotti a compiangerne gli errori e le sventure, e proviamo per lui quella simpatia e quell'ammirazione che sempre ispirano gli uomini geniali. Ma, se ci volgiamo a Gregorio di Nazianzo, ecco ci vien fuori una figura del tutto diversa, ci appare davanti l'imagine di uno scellerato e di uno stolto. L'eroe delle imprese di Gallia e di Persia, l'uomo severo di principî e di costumi, lo scrittore brillante e versatile diventa, nei discorsi di Gregorio, «quel drago, quell'apostata, quel gran macchinatore, quell'Assiro, quel comune nemico e corruttore di tutti, che ha versato sulla terra la rabbia [pg!403] e le minacce, che ha scagliato, fino al cielo le sue parole inique[358]. E gli scritti di Giuliano sono scellerati discorsi e scherzi, la cui forza sta tutta nella potenza dell'empietà, ed in una sapienza, son per dire, da ignorante»[359].
È tanto l'odio di Gregorio per Giuliano che il pio scrittore, onde poterlo, con ancora maggior efficacia, accusarlo di perfidia, non esita a farsi l'entusiasta apologista dell'imperatore Costanzo. Qui c'è un voluto e deplorevole oscuramento della verità. Ricordiamo che l'ariano Costanzo era stato, non solo un feroce persecutore dei Pagani, ma un persecutore non meno feroce degli ortodossi, tanto che il grande Atanasio aveva sofferto tutto il peso della sua collera. Ebbene Gregorio è così infervorato nell'esaltare il nemico di Giuliano ch'egli osa scusare in lui il persecutore dei suoi fratelli in Cristo, dicendo che l'imperatore non era mosso che dal desiderio di ricongiungere nell'unità la Chiesa divisa, e dimentica, nel dir questo, che l'unione nell'errore ariano era detestabile e funesta[360]. Ed egli attenua l'eresia di Costanzo, e ne attribuisce la colpa agli altri. Parve, egli dice, che Costanzo desse una scossa all'ortodossia[361]. Ma tale apparenza è da mettersi a colpa di coloro che gli stavano intorno e che hanno ingannato un animo semplice e tutto infiammato di virtù. E, dopo tutto, esclama il polemista, noi non possiamo dimenticare ch'egli è figlio ed erede di colui che ha dato il fondamento della potenza imperiale [pg!404] alla fede cristiana[362]. E non possiamo dimenticare che Costanzo moriva lasciando dominatore il Cristianesimo![363]. Nulla più di queste lodi e di questo esaltamento di un imperatore eretico, tirannico e crudele fatto da uno dei principi della Chiesa, dimostra l'acciecamento delle passioni, ed anche il traviamento morale in cui il Cristianesimo era caduto.
Giuliano diventa, nei discorsi di Gregorio, un tipo infernale intorno a cui si addensano le più oscure e stolte leggende. Una volta, mentre stava sacrificando, le viscere delle vittime gli si disposero in forma di una croce incoronata; gli spettatori ne sentirono terrore, ma l'empio apostata spiegò l'apparizione come un simbolo della sconfitta del Cristianesimo[364]. Un'altra volta, Giuliano, guidato da un maestro dei sacri misteri, discende in una caverna. Ed ecco egli ode suoni orrendi, ed ecco gli si affacciano fantasmi spaventosi. Atterrito Giuliano, quasi senza pensarci, come difesa contro i demoni malvagi, ricorre all'esorcismo a cui era, da fanciullo, abituato e si fa il segno della croce. E tosto i rumori cessano e i demoni scompaiono. Due volte si ripete lo strano esperimento, due volte constata Giuliano la potenza dell'esorcismo cristiano. Egli è scosso; ma il maestro d'empietà che gli stava al fianco — Che temi? gli dice. I demoni fuggirono, non già perchè ebbero paura della croce, ma perchè ne ebbero ribrezzo. — E Giuliano, persuaso da tale affermazione del suo maestro, discende con lui nella caverna. — Leggende [pg!405] assurde ma sintomatiche, perchè rivelano il lavoro della fantasia popolare ed insieme la credulità e l'artifizio dei polemisti cristiani, i quali trasformavano l'utopistico ellenista, di null'altro innamorato che d'Omero e di Platone, in una figura demoniaca che incuteva spavento nell'animo commosso delle plebi cristiane.
Il grande sforzo di Gregorio è di far di Giuliano un feroce persecutore. Ciò che più irritava, nell'atteggiamento di Giuliano, i difensori del Cristianesimo era la moderazione e la ragionevolezza con cui egli pretendeva di poter ricondurre il mondo all'Ellenismo antico. Che si potesse in altro modo, che con la violenza, combattere il Cristianesimo era, per quegli apologisti, affatto inammissibile, ed essi vedevano, in quel tentativo uno scandalo ed un pericolo supremo. È perciò che il nucleo vero dei discorsi di Gregorio sta nella dimostrazione che, malgrado le apparenze, Giuliano ha perseguitati i Cristiani. E Gregorio è, in tale dimostrazione, un polemista di singolare abilità. Egli adopera, con grande efficacia, la punta del sarcasmo e dell'ironia, e tocca, molte volte, il vero. Infatti che, nella mitezza di Giuliano, ci fosse una parte d'ipocrisia, è ben naturale. Si può affermare, senza fargli torto, che la tolleranza di cui, nelle sue lettere, si fa vanto, non viene tanto da un giudizio imparziale e dal rispetto reale delle convinzioni altrui, quanto dalla persuasione che la tolleranza fosse un'arma migliore della persecuzione per raggiungere lo scopo che gli stava supremamente a cuore. Ma Gregorio non riconosce affatto il vantaggio che, dall'atteggiamento del pagano imperatore, veniva ai Cristiani. «Giuliano, egli dice, dispone le cose in modo ch'egli perseguita, parendo di non farlo, e noi soffriamo senza l'onore [pg!406] che ci verrebbe, se si vedesse che soffriamo per Cristo»[365]. La differenza che corre fra Giuliano e gli altri imperatori persecutori sta nel fatto che questi perseguitavano lealmente, e con animo apertamente tirannico, così che essi traevano gloria dalla violenza che esercitavano, Giuliano, invece, è, nella sua persecuzione, miserabilmente astuto e vile[366]. «Giuliano» — afferma Gregorio con un'acutezza che, sebbene avvelenata dall'odio, riesce, certo, a riprodurre, in parte, il vero — «divideva in due sezioni la sua potenza, quella della persuasione e quella della violenza. Quest'ultima, essendo la più inumana, egli la lasciava al volgo delle città, di cui è più terribile l'audacia perchè irragionevole e più feroce l'impeto. E ciò senza pubblico decreto, semplicemente col non impedire le sommosse. L'ufficio più mansueto, e più degno di un principe, quello della persuasione, lo teneva per sè. Ma non riesciva a mantenervisi sino al fine, poichè non glielo permetteva la natura, come non permette al leopardo di cambiare la pelle macchiata, o all'Etiope il color nero.... Così colui fu, pei Cristiani, tutto fuorchè mite, e la sua stessa umanità era disumana[367], la sua esortazione violenza, la sua cortesia scusa della crudeltà, perchè egli voleva parere di aver il diritto di far violenza dal momento che non era riuscito a persuadere»[368].
In queste parole di Gregorio, c'è indubbiamente un fondo di vero, abilmente usufruito dal polemista che ha saputo opportunamente caricare le tinte, ed ha descritto [pg!407] come uno stratagemma voluto, come una condotta premeditata ciò che era, più che altro, il portato della necessità della situazione. Seguendo il filo di quest'interpretazione necessariamente ostile, Gregorio passa in rassegna quasi tutti quegli atti di Giuliano, che già conosciamo, dei quali dimostrammo non essere l'imperatore direttamente responsabile, oppure esserne giustificata la causa, e naturalmente ne fa tanti capi d'accusa contro il nemico. Tutto questo è necessariamente artifizioso e partigiano. Ma non lo è la mirabile invettiva, in cui l'oratore pone a raffronto le veraci virtù cristiane contro le fallaci ed apparenti virtù pagane, e manda un grido di vittoria[369]. Qui parla veramente un uomo infervorato e pieno di entusiasmo per la verità della causa ch'egli difende. Quando tocca della gloria dei martiri, Gregorio trova le più efficaci parole. Ma più interessante ancora è quel brano in cui Gregorio, con un'originalità di pensiero ed una forza di sentimento, di cui gli esausti oratori d'Atene e d'Antiochia non avevano più nemmeno il sentore, pone in luce le antitesi essenziali del Cristianesimo, quelle antitesi che conseguono dal contrasto fra il concetto pessimista del mondo presente e il concetto ottimista del mondo futuro, quelle antitesi per le quali il Cristiano vero gioisce e si gloria delle pene terrestri come di un processo di iniziazione alle felicità celesti, quelle antitesi che hanno la loro più acuta espressione nel sublime paradosso delle beatitudini evangeliche. Gregorio si meraviglia che Giuliano non sentisse il fascino di una così profonda e così nuova dottrina, ed attribuisce la resistenza dell'indurito [pg!408] pagano, ad ostinazione a stoltezza, ed empi propositi. Gregorio s'ingannava. Egli, piuttosto, avrebbe dovuto cercare la causa dell'inesplicabile resistenza di Giuliano nel fatto che quelle belle antitesi più non rappresentavano la condizione vera del Cristianesimo, per le cui vie ormai si raggiungeva non tanto la felicità celeste e futura, quanto la felicità terrestre e presente, e che presentava uno spettacolo deplorevole di discordia e di cupidigia. Certo il concetto morale che culminava nell'apoteosi dell'umile e dello sventurato aveva dato al Cristianesimo la forza e la vittoria. Ma, nel quarto secolo, quel concetto era diventato una pura espressione retorica, a cui per nulla affatto rispondeva la realtà. Era, dunque, naturale che ad un animo educato nel culto della sapienza e della virtù antica, questa, nel confronto, riapparisse luminosa, era naturale che vedesse, nel ritorno ad essa, la salvezza del mondo.
Il polemista cristiano ha, certo, ragione quando vuole dimostrare che non era atto di buona politica il tentar di ricondurre il mondo al Politeismo, perchè oramai il movimento cristiano si era troppo largamente diffuso e non sarebbe stato più possibile di fermarlo. I successori di Costantino non potevano che seguirne l'indirizzo. Il ritornare, sia pur temperandola nei modi, alla politica di Diocleziano avrebbe indebolito ancor di più l'impero, rendendogli avversa la maggioranza dei cittadini. Però Gregorio esagera nel parlare dell'opposizione che trovava il tentativo di Giuliano. Intanto, come già dicemmo, le campagne erano, in gran parte, rimaste fedeli al Paganesimo, e lo rimasero per molto tempo ancora, se, circa trent'anni dopo la morte di Giuliano, Libanio potè rivolgere all'imperatore Teodosio il suo grande discorso sui templi onde supplicarlo a difendere i templi campestri dal furore distruttore [pg!409] dei Cristiani[370]. E l'esercito rimase sempre intatto e sicuro nelle mani di Giuliano, sebbene Gregorio affermi ch'egli abolisse il vessillo portante il segno della croce[371]. È vero che Gregorio ci narra di un grande scandalo avvenuto nel campo; i soldati cristiani si sarebbero presentati all'imperatore per restituire il dono da lui ricevuto, nell'occasione del suo anniversario, appena si accorsero che, col bruciare un grano d'incenso, secondo il desiderio dell'imperatore, al momento di ricevere il dono, avevano commesso un atto di culto politeista. Giuliano non avrebbe puniti i ribelli che coll'esiglio, non volendo, dice Gregorio, fare dei martiri veri di coloro che, nell'intenzione, già lo erano[372]. Ma, in questo racconto, Gregorio ha, certamente, ingrandito nelle proporzioni di una scena solenne qualche episodio isolato, poichè il vero è che, nell'esercito di Giuliano, non si è mai manifestato il più lieve indizio d'indisciplina. Se, anzi, v'è cosa che dimostri la potenza d'attrattiva del giovane imperatore è la devozione ardente ed illimitata che i suoi soldati avevano per lui. Durante le campagne ardue e faticose di Gallia e di Germania, nell'arrischiata avventura della ribellione a Costanzo, nella grande e, sulla fine, disperata impresa di Persia, i soldati lo seguirono con entusiasmo e fedeltà sicura. E nulla ci dice che i soldati cristiani, e, certo, molti ne avrà avuto l'esercito, oscillassero nella loro disciplina. Se anche fosse vero, ciò che sospettano Libanio [pg!410] e Sozomene, che il giavellotto, uccisore di Giuliano, sia uscito da mano cristiana, il mistero di cui fu avvolta la cosa e la segretezza del complotto provano come nessun proposito di opposizione potesse mai aver probabilità di successo fra le schiere obbedienti di Giuliano.
Fra gli atti di persecuzione attribuiti all'imperatore, Gregorio pone, come già vedemmo, il famoso decreto, scolastico. Ma abbiamo già discusso il valore del suo giudizio. Fermiamoci, piuttosto, un istante a guardare i colpi ch'egli mena alla sua vittima, pel tentativo di imitare, con le istituzioni del Paganesimo riformato, le istituzioni del Cristianesimo. Gregorio deve pur riconoscere l'umanità dell'iniziativa di Giuliano, ma non riconosce la lealtà dell'intenzione. Giuliano, dice Gregorio, ha voluto imitare quel generale assiro il quale, non riuscendo ad espugnare Gerusalemme, si accinse a trattar con gli Ebrei, parlando dolcemente ebraico, onde adescarli coll'armonia della sua loquela. Così Giuliano fondava scuole, ospizî e perfino monasteri, voleva stabilire una gerarchia sacerdotale simile alla cristiana, ed esortava all'esercizio della carità verso i poveri. — Io non so, dice acutamente Gregorio, se sia stato un bene pei Cristiani che questo tentativo di Giuliano di cristianizzare il Paganesimo venisse fermato, in sul nascere, dalla morte dell'imperatore, poichè, continuando, avrebbe rivelato il suo carattere di imitazione scimmiesca. E in quel modo che le scimmie, per voler imitare gli uomini, si lasciano pigliare, così sarebbe accaduto anche di lui che si sarebbe impigliato nelle proprie reti, poichè le virtù cristiane son parte intima della natura del Cristianesimo, e «non son tali da potersi emulare da nessuno di coloro che vogliono tener dietro a noi, essendo esse vittoriose [pg!411] non già per sapienza umana, ma per forza divina e per la saldezza che viene dal tempo»[373].
Tutto il primo discorso di Gregorio è fatto per lo scopo di dimostrare che Giuliano era un persecutore. Siccome questo è uno dei punti più interessanti la personalità dell'enigmatico imperatore, esaminiamolo ancora una volta.
Che Giuliano abbia abbandonato il suo principio moderatore, la sua norma di condotta che gli impediva di ricorrere alla violenza per ottenere il trionfo della sua causa, non v'ha scrittore imparziale che lo possa affermare. Per quanti sforzi si facciano, non si riuscirà mai a trasformare il neoplatonico sognatore in un principe persecutore. Tuttavia, una tesi sostenuta dall'acutissimo Rode, ed oggi ripresa da un altro scrittore, nell'ultimo studio pubblicato intorno a Giuliano, è che, nell'azione di Giuliano, vi sia stata una specie di evoluzione, così che, cominciata sotto l'ispirazione di una grande temperanza ed equanimità, sia poi andata mano mano inacerbendosi per modo da presentare, sulla fine, degli atti di rigore, che, se proprio non si possono identificare a procedimenti di persecuzione, vi si avvicinano assai.
A me pare che questa tesi sia affatto artifiziosa e rispondente, più che altro, ad uno schema preconcetto. Intanto, il regno di Giuliano fu così breve, da non permettere un'evoluzione fondamentale del suo pensiero. E poi quelle sue azioni non si lasciano affatto disporre nell'ordine cronologico che si vorrebbe loro imporre, per dedurre la conseguenza che Giuliano precipitava alla persecuzione. Così, uno degli atti suoi [pg!412] che, a torto, a nostro parere, ma che pure da uno scrittore partigiano, come Gregorio, potevano essere messi sotto la luce sinistra di una persecuzione religiosa, la condanna dei cortigiani di Costanzo, avvenne proprio all'esordio del suo regno, mentre l'editto di disapprovazione degli Alessandrini per l'uccisione del vescovo Giorgio, fu scritto da Antiochia. Quanto alle sommosse, ora dei Cristiani contro i Pagani, ora di questi contro quelli, ne avvennero parecchie durante il suo breve regno. Ma è impossibile il dire ch'egli le fomentasse per infierire contro i Cristiani. Vedemmo, anzi, come, in casi gravi, egli si appagasse di pene puramente amministrative.