Dobbiamo, intanto, riconoscere che a Giuliano sarebbe stato impossibile di rinnovare la persecuzione classica degli imperatori precedenti. Come dicemmo più su, oramai è provato che le persecuzioni avvenivano per coercitio, cioè per semplice misura di polizia. I Romani non s'incaricavano punto della dottrina dei Cristiani, poichè la persecuzione dogmatica era ad essi ignota affatto, e non andavano nemmeno a ricercare i delitti di cui i Cristiani si imaginavano colpevoli. I Cristiani erano considerati una setta pericolosa allo Stato; quindi, in date occasioni, l'autorità imperiale ne faceva, come oggi si direbbe, una retata, e, se ricusavano un atto di devozione all'imagine dell'imperatore, li mandava al supplizio. Ma questi procedimenti di polizia non sono possibili che contro un'esigua minoranza. Il giorno in cui la minoranza diventa maggioranza essa si ribella, e ripete, a sua volta, contro gli antichi avversari il processo di cui è stata, per tanto tempo, vittima. Ed è ciò che i Cristiani avevano fatto, dopo che Costantino ebbe data al Cristianesimo un'esistenza legale e riconosciuta.
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Giuliano, dunque, se anche lo avesse voluto, non poteva più perseguitare i Cristiani col sistema antico. Ed egli non lo ha mai tentato. Ma non bisogna poi pretendere da Giuliano più di quello ch'egli potesse dare. Giuliano non poteva essere un protettore del Cristianesimo. Egli lo combatteva, voleva arrestarne la diffusione, voleva riporgli di fronte il Politeismo ellenico. Questo era il suo programma, e non si può volere che tenesse una condotta che fosse in contraddizione con quel suo programma. Egli non poteva nè favorire i Cristiani, nè tenere in piedi i privilegi e le prerogative che avevano saputo conquistare, durante il mezzo secolo del loro dominio. I Cristiani, come vedemmo in Sozomene ed in Socrate, protestavano contro questo ritorno all'antico. Dal punto di vista dei loro interessi, avevano ragione, ma la condotta di Giuliano non era, per questo, persecutrice o riprovevole. È con questi criterî che vanno giudicati quei provvedimenti di rigore amministrativo contro i Cristiani che già abbiamo esaminati. Il vero è che Giuliano si riponeva semplicemente nelle abitudini antiche di governo e di eguaglianza fra i cittadini, come egli doveva pur fare per realizzare il suo programma. Nell'amministrazione della giustizia egli era tanto imparziale, che si diceva che la Giustizia, fuggita in cielo, ritornava, lui imperante, in terra. Ed, anzi, il buon Ammiano ci dice esplicitamente che «sebbene Giuliano uscisse, talvolta, nella domanda inopportuna, quale fosse la religione di ognuno dei litiganti, pure nessuna sua definizione di lite fu mai trovata dissonante dal vero, nè mai gli si potè muover rimprovero di aver deviato, o per religione o per qualsiasi altro motivo, dal retto cammino della equità. [pg!414] Nec argui unquam potuit ob religionem, vel quodcumque aliud ab æquitatis recto tramite deviasse»[374]. Questa dichiarazione tanto esplicita dello storico imparziale, che pur non tace le colpe e i difetti del suo eroe, e che era del tutto impervio ad ogni fanatismo religioso, risolve nel modo più chiaro la quistione. Giuliano fuor che nel caso, affatto personale, della sua lotta con Atanasio, non ha mai fatto opera di persecutore. Tutti gli atti che i suoi nemici e gli scrittori ecclesiastici, Gregorio, Socrate, Sozomene, Rufino, additano come prove di persecuzione, non sono che provvedimenti intesi a togliere, senza violenza, alla Chiesa cristiana, la posizione privilegiata che le era stata creata. Ora, il dare a tale condotta, la quale era nella logica dello scopo che Giuliano si era prefisso, il colore di una persecuzione, per la quale il Cristianesimo dovesse essere forzatamente sradicato e sostituito dal Paganesimo, mi pare sia l'effetto di un giudizio parziale, di un giudizio mancante di oggettività, e che va a cercare la colpa coll'intenzione prestabilita di trovarla.
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Il secondo dei due discorsi infamanti è un grido di gioia per la catastrofe di Giuliano. Il terribile oratore accumula sul capo del caduto tutti gli oltraggi che gli fornisce la sua ricca fantasia o ch'egli attinge al gran serbatoio della letteratura biblica. Per poter esprimere tutta la nequizia di Giuliano si dovrebbe chiamarlo insieme Geroboamo, Acabbo, Faraone, Nabuccodonosor. Nessuna natura più pronta della sua [pg!415] nella scoperta e nelle macchinazioni del male[375]. E di ciò è prova il favore da lui largito agli Ebrei, e la promessa da lui fatta di ricostruire il tempio di Gerusalemme, promessa resa vana dal miracoloso intervento di Dio. La narrazione della campagna di Persia è irritante per lo spirito ingiusto e partigiano con cui è fatta. Tutta la meravigliosa preparazione e l'abilità singolare con cui l'imperatore riuscì a condurre trionfalmente l'esercito fino a Ctesifonte è negata da Gregorio, che attribuisce quel successo all'artifizio dei Persiani che volevano attrarre il nemico nel cuore del paese per meglio sconfiggerlo; taciuto è l'eroismo di Giuliano che è dipinto come un pazzo furioso. Gregorio propriamente non sa a chi attribuire il merito dell'uccisione di Giuliano. Egli non accenna alla possibilità che il colpo sia partito da mano cristiana. Ma gioisce della morte dell'imperatore, come della salvezza del mondo, e ci narra che Giuliano voleva che il suo corpo fosse gittato nascostamente nel fiume, onde si credesse ch'egli fosse scomparso e salito al cielo, e quindi ascritto al numero degli dei! Come lo spirito di parte oscura il giudizio e travisa la verità! Ecco che diventa, nelle mani di un nemico, la scena commovente e sublime che ci hanno descritta Ammiano e Libanio. Ma se il sentimento critico insorge davanti a questa tempesta di insulti immeritati o, almeno, eccessivi, e davanti a questa voluta caricatura del personaggio storico, è, d'altra parte, impossibile resistere all'impeto dell'eloquenza del trionfante oratore. La chiusa del discorso di Gregorio risuona come [pg!416] un clangore di tromba che saluta la vittoria. «Dammi, egli grida, dammi i tuoi discorsi imperiali e sofistici, i tuoi irresistibili sillogismi, le tue meditazioni. Le porremo a raffronto con ciò che rustici pescatori dissero a noi. Ma il mio profeta mi comanda di far tacere l'eco dei tuoi canti, il suono dei tuoi strumenti... Deponga l'ierofante la stola infame; sacerdoti, indossate la giustizia, la stola gloriosa, la tunica immacolata di Cristo. Taccia il tuo nunzio di disonore, risuoni il nostro nunzio di verità divina. Si chiudano i tuoi libri falsi e magici; si aprano i libri dei profeti e degli apostoli... A che ti giovarono tanti apparecchi d'armi, tante invenzioni di macchine, tante miriadi d'uomini, tante falangi? Fu più forte la nostra preghiera e la volontà di Dio»[376]. Gregorio esulta all'idea di tutti i tormenti del Tartaro ellenico e di altri ancor peggiori, applicati a Giuliano, poi esclama: «Queste cose ti diciamo noi a cui doveva essere vietata la parola, per quella tua grande ed ammirabile legge. Vedi che, condannati dai tuoi decreti, non rimaniamo silenziosi, ma innalziamo una libera voce, che maledice la tua stoltezza. Non pensi alcuno di trattenere le cataratte del Nilo, cadenti dall'Etiopia nell'Egitto, nè i raggi del sole, se anche per poco nascosti dalle nubi, nè di frenare la lingua dei Cristiani che pubblicamente vitupera la tua condotta. Questo ti dicono Basilio e Gregorio, i nemici e gli oppositori del tuo tentativo che tu, sapendo esser illustri e famosi in tutta la Grecia per la vita, la dottrina e la concordia, riservavi all'estremo cimento, come un dono trionfale e splendido pei demoni, [pg!417] se mai avessimo dovuto riceverti ritornante dalla Persia, o che, forse, tu speravi, nel tuo perverso pensiero, di trascinar teco nel baratro...
«Io ti dedico — così chiude Gregorio la sua invettiva — questa colonna più alta e più splendida delle colonne d'Ercole. Queste son fisse in un luogo e non sono vedute se non da chi là si reca. Questa, essendo mobile, può vedersi dovunque e da tutti. Sarà trasmessa, credilo, anche al futuro, infamando te e la tua impresa, ed insegnerà a non osar mai una tanta ribellione a Dio, perchè ad eguale misfatto seguirebbe eguale castigo»[377].
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Davanti alle imagini così diverse, anzi, opposte l'una all'altra che ci presentano di Giuliano questi scrittori suoi contemporanei, per alcuni dei quali egli era un nume raggiante d'ogni virtù, per altri un mostro abbominevole e turpe, noi saremmo davvero imbarazzati a conoscere il vero, se non avessimo gli scritti di Giuliano stesso, sui quali non è difficile il formarsi un concetto esatto dell'indole e delle doti dell'uomo. Una gran parte di questi scritti venne già da noi esaminata, nel corso di questo studio, e vi abbiamo trovati gli indizî del suo modo di vedere nei problemi della filosofia e della religione, e la spiegazione della sua condotta nelle complicate condizioni in cui si trovava avvolto. Ma ora vogliamo tentar di [pg!418] entrare nell'intimo del suo spirito e sorprendere l'uomo. Per questo non ci possono essere di nessun aiuto le due stucchevoli declamazioni, composte da Giuliano, in onore di Costanzo, quando rientrò nel favore del cugino. Due brani, scritti sotto la pressione della prudenza politica, non rispondenti, in alcun modo, alle convinzioni di lui, e, quindi, leggibili solo come una prova della decadenza in cui era precipitata la letteratura greca, nelle scuole dei retori, dove l'arte dello scrivere si riduceva all'applicazione di un determinato formolario e ad un esercizio di artificiose imitazioni degli esempi della storia e della letteratura antica.
Però, diciamo il vero, quei due discorsi non sono onorevoli per Giuliano. Si comprendono facilmente le ragioni di opportunità che possono aver mosso il nuovo Cesare a comporre quegli elogi. Portato improvvisamente al vertice degli onori, rivestito di un'autorità che lo rendeva quasi collega dell'imperatore, sorretto, come egli si sentiva, dell'appoggio vigilante e possente di Eusebia, egli poteva credere che si iniziasse un'era nuova per lui. Da qui la necessità di non compromettere nè il presente nè l'avvenire, e di guadagnarsi il favore del sospettoso e vanaglorioso Costanzo, col dedicargli i primi frutti del suo ingegno e del suo studio. Ma, ammesso tutto ciò, e fatta anche una parte grande al ricettario scolastico ed enfatico della scuola retorica a cui apparteneva, noi troviamo, in quegli elogi, un'adulazione così eccessiva da farci un senso penoso, sopratutto se ricordiamo ciò che Giuliano stesso narrava pochi anni più tardi, agli Ateniesi, cioè, ch'egli si era subito accorto della malafede di Costanzo nell'attribuirgli il nome ed il potere di Cesare, perchè si trovava circondato da spie, guardato con sospetto dai [pg!419] generali del suo esercito, tenuto quasi come un prigioniero[378].
Davvero bisogna supporre, in Giuliano, una gran potenza di dissimulazione perchè, nelle condizioni tristissime in cui si trovava, potesse mandare questi inni di ammirazione e di riconoscenza allo sciagurato cugino, all'uccisore della sua famiglia! È un vero conforto, quando, giunti al termine di queste declamazioni, noi udiamo lo scrittore scusarsi di non dar le prove della virtù di cui ha abbellita la figura di Costanzo, col dire che ciò lo porterebbe troppo in lungo, ed egli non ha tempo di servire le Muse, perchè il momento lo chiama all'azione[379], e quest'azione era, forse, la grande campagna contro la coalizione germanica guidata dal re Conodomario, quella campagna che si chiuse con la gloriosa battaglia di Strasburgo![380].