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Sul medesimo stampo e col medesimo carattere di discorso ufficiale è scritto anche il panegirico dell'imperatrice Eusebia, che, in parte, già conosciamo. Qui però si ode l'accento di un omaggio vero e l'espressione [pg!421] di una giusta riconoscenza e, forse di un affetto più segreto per questa donna insigne che aveva portato in dote «un'educazione corretta, un'intelligenza armonica, un fiore ed un'aura di bellezza da far [pg!422] impallidire le altre vergini, come le lucide stelle, vinte dai raggi della luna piena, nascondono il loro volto»[381]. Ma del panegirico d'Eusebia toccheremo più avanti, cercando di scrutare la natura dei rapporti fra il giovane principe e la sua bella e potente cugina.

Già parlammo dei discorsi filosofici e religiosi che hanno un intento prettamente dottrinario, e che, quindi, non giovano alla nostra attuale ricerca. Ma, negli altri scritti che ci son giunti, la genialità spontanea di Giuliano, che già ci si è rilevata così originale nel Misobarba, si presenta in tutta luce. Nel Banchetto dei Cesari, nei discorsi a Temistio ed a Sallustio, sopratutto nelle lettere, balza fuori l'uomo ed, insieme a lui, lo scrittore vivace, brillante, arguto che, coll'ispirazione genuina, riesce a vincere la pedantesca scolastica letteraria di cui era stato nutrito.

Il Banchetto dei Cesari è una satira piena di spirito e di saggezza, che fa onore a Giuliano, e come scrittore e come uomo e come imperatore. In quella satira egli passa in rivista tutti i suoi antecessori, di cui mostra gli errori, le colpe ed i vizî. Uno solo trova grazia presso di lui, ed è Marco Aurelio. Mirabile, davvero, questo giovane trentenne, che, padrone del mondo, pone, davanti a sè, come modello di condotta, il più savio degli imperatori. E su questa preferenza sono armonizzati tutti i giudizi dello scrittore, i quali, se peccano, talvolta, di severità, sono sempre ispirati da un alto sentimento morale ed espressi con sottile arguzia.

Giuliano, nella festa dei Saturnali, durante la quale era un dovere il ridere ed il divertirsi, non sapendo fare nè l'una cosa nè l'altra, propone ad un amico di [pg!423] raccontargli un mito interessante. L'amico accetta, e Giuliano comincia. — Romolo, egli narra, per festeggiare appunto i Saturnali, venne nel pensiero di chiamare a banchetto gli dei e gli imperatori, su nell'Olimpo. Gli dei, accettato l'invito, accorrono pei primi e siedono su troni splendidissimi, ciascuno al loro posto, Sileno vicino a Bacco, ch'egli diverte coi suoi scherzi e coi suoi frizzi. Seduti gli dei, ecco entrano gli imperatori, ad uno ad uno, e Sileno ha per tutti una frecciata. Viene pel primo Giulio Cesare, e Sileno — «Guardati, o Giove, che quest'uomo per amor del comando, non pensi di portarti via il regno. Non vedi come è grande e bello. Mi assomiglia, se non foss'altro, nella calvizie». — Lo segue Ottaviano, che cambia colore, come i camaleonti; ora è giallo, ora è rosso, ora è nero, ora è grigio. Viene Tiberio, pieno di piaghe e di ulceri, poi Caligola che gli dei non vogliono vedere e che è cacciato via e scagliato nel Tartaro, Claudio, scorgendo il quale, Sileno esclama: «Fai male, o Romolo, a chiamare al banchetto questo tuo successore, senza i liberti Narcisso e Pallante. Falli venir qui, e, con essi, anche la sposa Messalina, poichè, senza di essi, non è che una comparsa nella tragedia». — Ecco Nerone con la cetra e l'alloro. E subito Sileno ad Apollo — «Costui si atteggia ad imitarti. — Ed Apollo — Ed io torrò tosto la corona a questo cattivo imitatore. — E Nerone scoronato è ingoiato dal Cocito». — Così passano tutti, tutti accusati e derisi, all'infuori di Nerva, di Marco Aurelio, a cui però Sileno rimprovera l'indulgenza per la moglie ed il figlio, del secondo Claudio, e di Probo, che non ha altro torto che l'eccessiva severità. Poi viene il quartetto di Diocleziano e dei suoi tre colleghi, quartetto armonico ed eccellente, se non ci fosse [pg!424] la nota discordante di Massimiano; finalmente a quest'armonia succede un tumulto stridente. È Costantino coi suoi rivali. Costantino rimane solo, Licinio e Magnenzio sono scacciati dagli dei.

Così disposto il banchetto, Mercurio fa la proposta di aprire un concorso per esame fra gli imperatori per vedere chi di loro otterrebbe il premio degli dei. La proposta è accolta, tanto più che Romolo già da tempo desiderava di poter avere qualche suo successore presso di sè. Ma Ercole pretende che si chiami anche Alessandro, ciò che gli è concesso. Gli dei stabiliscono che al concorso siano chiamati solo alcuni dei più insigni imperatori, e si scelgono Alessandro, Cesare, Ottaviano, Traiano, Marco Aurelio, e finalmente, su proposta di Bacco, anche Costantino, che, però, è trattenuto al limitare della sala degli dei. Ad ognuno dei sei chiamati è concesso di fare un discorso per esaltare le proprie imprese. Questi discorsi sono scritti, dal nostro poeta, con fine accorgimento. Giulio Cesare ed Alessandro gareggiano fra di loro, per attribuirsi la maggior gloria, Cesare tentando di dimostrare che le sue imprese furono assai più ardue ed eroiche di quelle d'Alessandro, questi ribattendo gli argomenti dell'altro, ed insistendo, sopratutto, sulla circostanza da lui affermata che la gloria di Cesare viene dall'imperizia e dalla pochezza dell'ingegno del suo avversario, Pompeo. Costui, si vede, non era nelle buone grazie di Giuliano. Ottaviano vanta la saggia amministrazione ch'egli ha fatto dell'impero, la fine della guerra civile, l'aver dati alla potenza romana due confini ben definiti, l'Istro e l'Eufrate, l'aver sanate le piaghe che le guerre continue avevano inflitte allo Stato. Pare ad Ottaviano di aver meglio governato degli imperatori guerrieri. Traiano ricorda, insieme alle [pg!425] imprese di guerra, la sua mitezza verso i cittadini, la temperanza del suo governo, e, con le sue parole guadagna la simpatia degli dei. Gli succede Marco Aurelio, e subito Sileno dice sottovoce a Bacco — «Ascoltiamo questo stoico; chi sa quali paradossi, e che meravigliose massime ci vorrà rivelare! — Ma Marco Aurelio, guardando Giove e gli altri Dei — Per me non è il caso, o Giove, o Dei, di far discorsi e gare. Se voi ignoraste le cose mie, sarebbe conveniente che io ve ne istruissi. Ma siccome a voi nulla è nascosto, così voi mi darete quel premio che io posso davvero meritarmi. — E Marco parve agli Dei mirabilmente saggio, come colui che sapeva quando convenisse parlare e quando fosse bello tacere.»[382] — Finalmente Costantino, rimasto sul limitare della sala, non vorrebbe parlare, ben sentendo come le sue imprese siano inferiori a quelle degli altri. Ma, dovendo dir qualche cosa, cerca goffamente di dimostrarsi superiore agli altri per le qualità dei nemici da lui combattuti, e perchè, invece di insorgere contro buoni cittadini, come avevano fatto Cesare ed Ottaviano, aveva vinto dei perversi tiranni. — Marco Aurelio, egli soggiunge stoltamente, col suo silenzio ha dimostrato di esser inferiore a tutti noi. — E Sileno — «O Costantino, tu ci presenti, come opera tua, i giardini d'Adone. — E che vuoi tu dire, coi giardini d'Adone? — Son quelli che le donne, in onore dell'amante di Afrodite, compongono con vasetti, in cui hanno piantate delle erbe. Verdeggiano per un istante, e poi subito appassiscono!». — E Costantino arrossì, comprendendo come ciò alludesse all'opera sua[383].

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Si vede che Giuliano sentiva una profonda antipatia per lo zio e cercava di diminuirne la fama. Quest'antipatia ha la sua naturale origine dalla posizione che Costantino aveva fatto al Cristianesimo. Ma può parer singolare che in questo esame che gli imperatori subiscono davanti agli dei, non si faccia alcun cenno di ciò appunto che ai loro occhi doveva essere la colpa maggiore di Costantino. Ma, forse, Giuliano non voleva dare a quel fatto, che per lui era un episodio passeggero, per quanto empio, una importanza maggiore di quella che a lui pareva avesse; fors'anche, non voleva scemare l'effetto della frecciata finale che, come vedremo, egli ha scagliata all'apostasia di Costantino.

Finiti i discorsi, il concorso dovrebbe esser chiuso. Ma gli dei non sono ancora soddisfatti, perchè, per determinare il merito di ciascuno, non basta conoscere le opere, nelle quali anche la Fortuna può aver avuta gran parte; bisogna conoscere l'intenzione con cui si son fatte. E qui Mercurio incomincia un nuovo interrogatorio. — Con qual fine, dice egli ad Alessandro, hai tu agito e ti sei tanto affannato? — Per vincer tutti, egli risponde. — E lì Sileno, con un lungo e scherzoso discorso, conduce Alessandro a riconoscere di non aver saputo vincere sè stesso. — E quale, fu, domanda Mercurio a Cesare, lo scopo della tua vita? — Essere il primo, e non solo non essere ma anche non esser creduto secondo a nessuno. — Certo, osserva Sileno, tu fosti il più potente dei tuoi concittadini. Ma a farti amare da essi non riuscisti, per quanto ti atteggiassi a filantropo, e per quanto li adulassi. — Augusto che risponde di aver avuto a scopo della sua vita il governar bene, e Traiano che afferma aver avuto le medesime aspirazioni di Alessandro, ma con [pg!427] maggior moderazione, sono anch'essi scherniti da Sileno. Il solo Marco Aurelio, con la semplicità delle sue risposte, vince i sarcasmi del satirico dio. — Quale a te sembra, chiede Mercurio a Marco Aurelio, esser la scopo più bello della vita? — Imitare gli Dei, egli risponde. — Ma cosa intendi, dice Sileno, per imitazione degli Dei? — E Marco Aurelio — Aver meno bisogni che sia possibile, e beneficare quanti più si può. — E tu, dunque, avevi bisogno di nulla? soggiunge Sileno. — E Marco — Io di nulla, e di ben poco questo mio corpicciattolo. — Sileno, esaurita ogni risorsa, cerca di imbarazzare il saggio imperatore, rammentandogli le riprovevoli indulgenze verso la moglie ed il figlio. Ma Marco Aurelio esce d'impiccio con una citazione d'Omero ed invocando l'esempio dell'indulgenza di Giove che ha insegnato a tollerar la moglie, ed una volta, ha detto a Marte — io ti colpirei col fulmine, se non ti amassi perchè mi sei figlio. — Venuto il turno di Costantino, questi è addirittura schiacciato dagli scherni di Sileno, e gli dei finiscono per votare, in maggioranza, per Marco Aurelio. Allora Mercurio, per incarico di Giove, annuncia ai concorrenti che, per larghezza divina, tutti, e vincitori e vinti, possono scegliersi un dio presso cui vivere protetti. Alessandro, appena ciò udito, siede presso Ercole, Ottaviano presso Apollo, Marco Aurelio si stringe a Giove e Saturno, Cesare è raccolto da Marte e da Venere, Traiano si accosta ad Alessandro. E qui viene la strana chiusa che bisogna riprodurre con le parole stesse di Giuliano: «Costantino, non trovando negli dei un archetipo della vita, scorgendo, vicino a sè l'Incontinenza, le corse incontro. Essa lo accolse dolcemente, lo abbracciò, lo adornò di pepli brillanti, e lo condusse alla Dissolutezza, presso la quale era Gesù che [pg!428] gridava; — Corruttori, assassini, uomini esecrabili e scellerati, venite a me con fiducia. Lavandovi con questo poco d'acqua io vi renderò puri in un istante, e, se di nuovo diventerete colpevoli, io darò il modo di purificarvi ancora, pur che vi battiate il petto ed il capo. — Costantino fu ben lieto di star con lui, e condusse via i suoi figli dal consesso degli dei. Ma i demoni, vendicatori dell'empietà lo tormentarono, lui ed i suoi, e loro fecero pagare il fio del sangue che hanno sparso dei loro congiunti».

Sul finir della scena, Giuliano presenta sè stesso, ultimo degli imperatori, e si fa dire da Mercurio: « — A te concedo di conoscere il padre Mitra. Tu attienti ai suoi comandi, e troverai un insegnamento ed una traccia sicura della tua vita, e quando dovrai andartene, la buona speranza di aver per guida un dio clemente»[384].