Qui c'è davvero uno scherno atroce ed un'interpretazione supremamente iniqua dell'ispirazione di Gesù. Ma dobbiamo osservare che qui l'indicazione — Gesù — non si riferisce alla persona del Cristo evangelico, ma ad una personificazione della religione cristiana, quale era ai tempi di Giuliano, e quale a lui si palesava. Ora, il vero è, come già l'abbiamo osservato più volte, che il Cristianesimo aveva, per nulla, moralizzati i costumi degli uomini. Nel passo di Giuliano, ciò ci appare evidente dal fatto che fu possibile allo scrittore di accusare Gesù di esser stato addirittura il demoralizzatore del mondo. Il Cristianesimo aveva potuto metter radice, perchè poteva soddisfare certe aspirazioni dell'anima umana al momento [pg!429] in cui era apparso. Ma il Cristianesimo non poteva moralizzare gli uomini, perchè gli uomini non si moralizzano per effetto di una dottrina che venga loro impartita dal di fuori, migliorano, bensì, per le condizioni dell'ambiente in cui vivono, e del quale è conseguenza diretta l'idea tutta relativa della moralità. Pagani o cristiani, gli uomini avevano quella data quantità di doti buone o cattive che armonizzavano con la tempra dei costumi esistenti; non è la morale che crea i costumi, sono i costumi che creano la morale. Nei primi tempi del Cristianesimo, quando a diventar Cristiani si correva un grande pericolo, non lo diventavano che coloro i quali erano suscettibili di un esaltamento di convinzione, e di una disposizione eroica al sacrifizio di sè stessi; tutti quindi ci sembrano santi. Ma, quando il Cristianesimo fu riconosciuto come religione prima tollerata, poi dominante, esso divenne, come tutte le altre religioni, una veste che si indossa, ma che lascia intatto l'uomo che ne è ricoperto. Fra i cristiani non meno che fra i pagani, v'erano i buoni ed i cattivi, gli egoisti ed i benefici, i crudeli ed i pietosi. S. Ambrogio sarà stato un uomo migliore di Simmaco o di Libanio rimasti pagani, ma Giuliano, rimasto pagano, era moralmente tanto ammirabile quanto erano disprezzabili Costantino e Costanzo, sebbene convertiti al Cristianesimo. Ora, la corte scellerata, per quanto cristiana, dei Costantiniani non poteva non essere un focolare putrido di ogni fermento abbominevole. Giuliano vedeva nello zio e nel cugino gli assassini della sua famiglia, e li vedeva, insieme, esaltati dai Cristiani e lavati d'ogni macchia, pel semplice effetto di una conversione affatto formale. Da qui il suo aborrimento, il quale, date le condizioni speciali in cui aveva vissuto, diventa spiegabile. L'errore [pg!430] di Giuliano, errore, del resto, comune negli uomini, fu quello di imaginare un responsale in ciò che era inevitabile, e quindi di far risalire, con una sacrilega leggerezza, al fondatore del Cristianesimo la responsabilità di ciò che era la conseguenza della natura umana, posta in un determinato momento della sua evoluzione[385].

In questo dialogo, al quale, come a tutti gli scritti di Giuliano, non manca che il lavoro della lima, per esser eccellente, egli ci dice quale sia secondo lui il dovere di un sovrano. Ed è così alta la sua idea del dovere ch'egli comprende in una disapprovazione comune tutti gli imperatori che l'hanno preceduto, eccettuando il solo Marco Aurelio. Pare che anche le glorie guerresche non trovassero grazia agli occhi suoi, e non costituissero un merito per chi le avesse guadagnate. Giuliano, pertanto, avrebbe dovuto essere un imperatore pacifico, tutto intento a quella propaganda religiosa [pg!431] che era la sua più viva preoccupazione. Ma la natura vinse la ragione ed egli dimostrò che, malgrado le sue belle teorie, egli aveva molto di quell'Alessandro a cui per bocca del sarcastico Sileno non risparmiò le sue frecciate. Questo neoplatonico incoronato era, nel profondo dell'essere, un soldato, e le attrattive della gloria avevano per lui un fascino ch'egli non confessa, ma che era irresistibile. È così che il primo suo pensiero, appena toccato il trono, fu di gittarsi in quella folle guerra di Persia, che non era voluta che dallo spirito di avventura e dal desiderio di far stupire il mondo con un'impresa colossale. Quanto fosse vivo ed impaziente quello spirito ce lo dice Libanio, il quale, nel discorso necrologico, descrive l'ardore di Giuliano nel correre a quell'impresa. A stento egli concesse un breve indugio pur necessario all'istruzione dei soldati e dei cavalli, e, intanto, fremeva pel timore che alcuno potesse dire di lui, schernendolo, che egli era della medesima famiglia del timido Costanzo. Il re di Persia gli manda una lettera, proponendogli di deferire ad una commissione arbitrale il componimento delle discordie fra la Persia e l'Impero. Tutti scongiuravano Giuliano di accettare la proposta. Ma egli, gittando via la lettera, dichiara esser disonorevole il discutere coi distruttori di tante città, e risponde al re non essere bisogno di ambasciatori, perchè egli stesso, fra breve, sarebbe venuto da lui. Ecco una risposta che avrebbero, forse, data molti di quegli imperatori a cui egli ricusa la sua ammirazione, ma che non sarebbe uscita dal labbro del saggio Marco Aurelio, il quale faceva la guerra, con coscienza rigorosa, come ogni cosa inerente al suo ufficio, ma, insieme, tristemente e senza passione, ed avrebbe tanto preferito astenersene ed impiegare il tempo nelle sue melanconiche [pg!432] meditazioni! Ma, in Giuliano, la filosofia ed anche la pedanteria si univano all'ardore giovanile ed al desiderio d'azione, così da far di lui una delle figure più originali, più ricche di contrasti e più interessanti della storia.

Il lungo studio che abbiamo fatto dell'opera e degli scritti di Giuliano ci ha già condotti ad aver un'idea chiara della natura di questa personalità così interessante e paradossale che ha illuminate, come di una meteora passaggera, le tenebre crescenti in cui stava per affondare l'antica civiltà. Ma non vogliamo abbandonarla, senza aver cercato, nelle sue lettere, qualche traccia più precisa delle sue doti e dei suoi difetti. Le lettere di Giuliano stanno fra i più interessanti documenti della letteratura greca. Sventuratamente, pur nel numero esiguo in cui son rimaste, ci pervennero guaste, incerte nel testo, manomesse con interpolazioni o con omissioni, così che sarebbe desiderabile che, su di esse, come, del resto, sugli altri scritti di Giuliano si esercitasse l'acume della critica moderna, e se ne avesse un'edizione che le illustrasse in tutti i rispetti linguistici, letterari e, sopratutto, storici. Alcune di queste lettere non sono che esercizi retorici, altre sono editti e manifesti a città e magistrati, e, queste, noi già le conosciamo. Molte sono brevi, spiritosi o commossi sfoghi delle impressioni del momento, ed è in esse che naturalmente si riflette più genuina l'anima che le dettava.

Ma, prima di leggere qualcuna delle vere lettere di Giuliano, diamo un'occhiata a due altri interessanti suoi scritti, che stanno fra la lettera ed il trattato, l'epistola a Temistio, e l'esortazione a Sallustio.

[pg!433]

Temistio era uno dei più insigni personaggi dell'epoca. Scrittore e retore famoso, egli teneva scuola a Costantinopoli, ebbe il favore di tutti gli imperatori da Costanzo a Teodosio, e sostenne anche l'alto ufficio di prefetto di Costantinopoli. Senz'essere ascritto al cenacolo neoplatonico, egli era un ellenista fervente. Ma, spirito alto e generoso, raccomandava sopratutto la libertà del pensiero e la tolleranza religiosa. È famoso il discorso tenuto, da lui pagano, all'ariano imperatore Valente onde persuaderlo a desistere dalla persecuzione contro i Cristiani ortodossi[386]. In quel discorso, Temistio si pone al punto di vista di quel deismo razionale, indifferente delle forme del culto, a cui s'era ispirato per un momento, Costantino, nel decreto di Milano. Temistio deve aver esercitato una buona influenza sull'animo di Giuliano.

La lettera a Temistio è propriamente sintomatica dell'indole del giovane imperatore e della disposizione del suo spirito. Pare che Giuliano, appena salito al trono gli avesse scritto per confidargli le ansie, le incertezze da cui era conturbato, ed insieme, il rimpianto della vita di studio a cui doveva rinunciare per sempre. Temistio gli rispose, pare, con una certa durezza, richiamandolo alla grandezza dei suoi nuovi doveri e quasi rimproverandolo di un colpevole desiderio d'ozio e di pace. Giuliano non rimase sotto i rimproveri dell'amico filosofo, e gli scrisse questa lettera assai fine e dignitosa, una delle sue migliori cose, ed una testimonianza parlante della sua ragionevolezza ed onestà. Nulla di più caratteristico di un tale intimo ed amichevole dibattito fra maestro e discepolo, [pg!434] nel quale quest'ultimo dà la ragione delle sue incertezze e dei suoi dubbi, e rivela le aspirazioni che nutriva in cuore e che la sorte non gli permetteva di realizzare. Certo, l'uomo che così sentiva e scriveva non poteva essere il mostro infernale che Gregorio ha voluto ritrarre nella sua colonna infame.

«Io prego con tutto il fervore — così comincia Giuliano — di poterti confermare nelle speranze di cui mi scrivi, ma temo di fallire alle esagerate aspettazioni che di me tu fai nascere negli altri e più ancora in te stesso. Essendomi, già da tempo, persuaso esser mio dovere di gareggiare con Alessandro e con Marco Aurelio, per non dire degli altri insigni per virtù, mi prendeva un'agitazione ed un timore grandissimo di parer del tutto privo del coraggio dell'uno e di non raggiungere, nemmeno in piccola parte, la perfetta virtù dell'altro. Ripensando tutto ciò, io mi sentiva indotto a lodare la vita senza cure, e mi era dolce ricordare i colloqui d'Atene, e non desiderava che di cantare per voi, o amici, come coloro che portano gravi pesi alleggeriscono cantando la loro sofferenza. Ma tu, con la tua lettera recente, mi hai reso ancor maggiore il timore e più difficile il cimento, dicendomi che Dio mi ha affidata quella stessa missione, per la quale Ercole e Dionisio, da sapienti insieme e da re, purgarono la terra e il mare della bruttura che li imbrattava. Tu vuoi che, scuotendomi di dosso ogni pensiero di quiete e di riposo, io mi studî di lottare in modo degno dell'aspettazione. E qui tu rammenti i legislatori, Solone, Pittaco, Licurgo, e soggiungi che ora si richiede da me, più ancora che da quelli, la fermezza nella giustizia. Nel leggere queste parole rimasi stupito. Poichè io ben so che tu non ti faresti mai lecito nè di adulare nè di mentire, [pg!435] e, quanto a me, io ho la coscienza che la natura non mi ha conferita nessuna qualità preclara, fuori di una sola, l'amore della filosofia. E qui taccio delle avverse vicende che finora hanno reso del tutto inutile quel mio amore. Io, dunque, non sapeva che pensare di quelle tue parole, quando Dio mi suggerì che tu, forse, volevi incoraggiarmi facendomi delle lodi, e mostrandomi la grandezza dei cimenti, in cui è travolta la vita dell'uomo politico. Ma quel discorso mi distoglie da quella vita assai più che non mi esorti. Se uno avvezzo a navigare il Bosforo, e non facilmente e di buon animo neppur questo, si udisse predire, da qualcuno esperto di arte divinatoria, ch'egli dovrà attraversare l'Egeo o l'Jonio e avventurarsi in alto mare, e l'indovino gli dicesse — Ora, tu non perdi di vista le mura e i porti, ma là tu non vedrai più nè faro nè roccia, lieto se scoprirai una nave da lontano e parlerai ai naviganti, e più e più volte pregherai Dio di farti toccar terra, di farti trovare il porto prima del termine della vita, così che tu possa consegnare intatta la nave, e ricondurre sani e salvi i naviganti alle loro famiglie, e dar il tuo corpo alla terra materna, e, dato anche che tutto questo avvenga, tu non lo saprai che in quell'ultimo giorno — credi che colui il quale ascoltasse tale discorso sceglierebbe per soggiorno una città vicina al mare, o, piuttosto, dicendo addio alle ricchezze ed ai guadagni del commercio, tenendo a vile la conoscenza di uomini illustri e di amici stranieri, di popoli e di città, troverebbe saggio il detto di Epicuro, il quale ci insegna di vivere nascosti? E si direbbe che tu, ben sapendo tutto ciò, hai voluto prevenirmi coll'involgermi nei tuoi rimproveri ad Epicuro, e col combattere in lui la [pg!436] mia convinzione»[387]. E Giuliano continua affermando ch'egli non merita questi rimproveri indiretti del suo maestro, perchè nessuno più di lui abborre la vita oziosa. Ma è naturale ch'egli provi un'ansiosa dubbiezza nell'assumere un ufficio pel quale si richiedono doti speciali e nel quale poi la fortuna vale meglio della virtù. E la fortuna è doppiamente pericolosa, perchè quando è avversa ci abbatte, e quando è favorevole ci corrompe. Anzi è più difficile uscir illesi da questo secondo pericolo che dal primo. E Giuliano afferma che la prosperità ha trascinato alla rovina e Alessandro e i Persiani e i Macedoni e gli Ateniesi e i Siracusani e i magistrati di Sparta e i generali dei Romani e mille imperatori e re. Giuliano invoca a sostegno della sua tesi la testimonianza di Platone, il quale, nelle meravigliose sue Leggi, dimostra il potere che ha la fortuna nel governo delle cose umane, e, ciò che per Giuliano è ancora più grave, ci insegna per mezzo di un mito, che l'uomo preposto a regger i popoli deve cercare di avvicinarsi alla virtù di un Dio. Dopo di aver citato il testo platonico, Giuliano esclama: «Or dunque che ci dice questo testo integralmente riprodotto? Ci dice che un re, sebbene, per natura, sia un uomo, deve diventare, per sua volontà, un essere divino, un demone, gittando via tutto quanto ha di selvaggio e di mortale nell'anima, fuor di ciò che è necessario alla conservazione del corpo. Or se un uomo, pensando a ciò, trema nel vedersi trascinato ad una vita siffatta, ti pare che di costui possa dirsi che non desidera che l'ozio epicureo, e i giardini e il sobborgo d'Atene, e i mirteti [pg!437] e la casetta di Socrate?»[388]. Con una punta di giusto risentimento verso il maestro Giuliano esclama: — Giammai mi si vide preferire questi agi alle fatiche — e rammenta l'angustia della sua giovinezza tribolata, e le lettere che mandava a Temistio, quando, a Milano, prima di partire per la Grecia, egli era esposto, pei sospetti di Costanzo, a supremi pericoli, lettere che «non erano piene di lamenti, e che non rivelavano nè piccolezza d'animo, nè avvilimento, nè mancanza di dignità». Se non che, non è sola la testimonianza di Platone che rende esitante e pauroso il giovane imperatore. C'è anche Aristotele, che si accorda con Platone nel chiarire le grandi ed insuperabili difficoltà che si trovano nel governo dei popoli, e che ritiene, lui pure, il compito superiore alle forze della natura umana[389]. E, dopo aver riprodotto e commentato il testo di Aristotele, Giuliano continua: — «Per tutti questi timori, io più volte mi lascio andare a lodar la mia vita di prima. E la colpa è tua, non già perchè mi hai posto a modello uomini illustri, Solone, Licurgo, Pittaco, ma perchè mi consigli a portar fuori la mia filosofia dalle pareti domestiche a cielo scoperto. Sarebbe come se ad uno, che, in causa della malferma salute, si esercita, a stento, un pochino in casa, tu dicessi: — Ora, tu sei giunto ad Olimpia, e tu passi, dalla palestra domestica, nello stadio di Giove, dove avrai spettatori i Greci convenuti d'ogni parte, e primi fra gli altri i tuoi concittadini, di cui devi esser campione, ed alcuni dei barbari che tu devi riempire di stupore, onde render loro più temuta la tua patria. — Certo ciò varrebbe [pg!438] a togliergli il coraggio ed a renderlo tremante prima della gara. Ebbene, con le tue parole, tu ora mi hai reso tale. E se io ho rettamente giudicato di tutto ciò, e se in qualche parte mancherò al mio dovere, o se sbaglierò completamente, ben presto me lo dirai».

Dopo aver così risposto, con dignitosa modestia, ai rimproveri di Temistio che lo accusava di tiepidezza, Giuliano, nel chiudere la sua lettera, non lascia senza confutazione una delle affermazioni con cui il maestro aveva cercato di richiamare il discepolo alla coscienza del suo dovere, e, più ancora, all'amore della iniziata impresa. Temistio, pare, gli aveva scritto che la vita d'azione è preferibile e più onorevole della vita contemplativa e che, pertanto, egli doveva esser lieto di trovarsi in una posizione nella quale gli era necessaria un'azione perenne. Giuliano, con un accento in cui si sente il rimpianto di un ideale perduto, risponde: «O caro capo, degno di tutta la mia venerazione, io voglio parlarti di un altro argomento intorno al quale la tua lettera mi ha lasciato incerto e turbato. Io desidero di esser istrutto anche di ciò. Tu dici che la vita attiva è più meritevole di lode della vita del filosofo, e chiami in testimonio Aristotele»[390]. Ma Giuliano sostiene che il testo di Aristotele non dice affatto ciò che Temistio vuol cavarne, poichè Aristotele parla bensì dei legislatori e dei filosofi politici e, in genere, di quelli che fanno puramente un lavoro mentale, ma non già degli uomini lunatici, e molto meno dei re. Sì, dice Giuliano, gli uomini più felici e più benefici sono i pensatori, e la loro gloria è ben maggiore di quella dei conquistatori. [pg!439] «Io dico che il figlio di Sofronisco ha compiuto cose ben più grandi di Alessandro... Chi mai fu salvato dalle vittorie di Alessandro? Quale città per lui fu meglio governata? Quale uomo diventato migliore? Ne troveresti molti che per lui sono diventati più ricchi, nessuno diventato più sapiente e più assennato, se pur non è diventato più vano e superbo. Ma tutti coloro che ora si salvano per virtù della filosofia, si possono dire salvati da Socrate»[391]. Il filosofo, conclude Giuliano, invocando, con figliale riverenza, ad esempio la vita stessa di Temistio, confermando con gli atti i suoi insegnamenti, e mostrandosi tale quale vorrebbe fossero gli altri, è assai più efficace e più utile consigliere delle belle azioni di colui che le impone coi decreti e con le leggi.