Per sentire quanto v'ha di strano e di interessante in queste considerazioni e in quest'aspirazione alla vita tranquilla e serena del filosofo, dobbiamo ricordare che ci vengono da un uomo il quale si era accinto alla più arrischiata delle imprese, un uomo che, dal fondo della Gallia, era venuto, con una piccola schiera, ai Balcani, onde strappare al cugino Costanzo la corona imperiale. Come mai un uomo siffatto, appena raggiunto lo scopo, si abbandonava allo scoraggiamento, al desiderio di solitudine studiosa? Certo, nè Giulio Cesare, passato il Rubicone, nè Bonaparte, dopo il 18 brumajo, si sarebbero espressi come Giuliano. Che vi sia, nella lettera a Temistio, come in tutti gli scritti di Giuliano, una parte la quale non è che un esercizio scolastico non lo si potrebbe negare. Ma, pure, chi legge questa lettera sente che la tesi [pg!440] non è inventata a freddo, e riproduce veramente una data condizione di spirito. Giuliano era essenzialmente un'anima contemplativa. Non era un ambizioso; non fu il desiderio del potere che lo spinse alla sua perigliosa avventura. Se non ci fosse stato un movente d'ordine ben diverso, egli forse non si sarebbe mosso dalla Gallia, e non avrebbe accettata, dai suoi soldati, la dignità imperiale. La sua condotta, in Antiochia, non fu quella di un uomo smanioso dell'applauso, amante di popolarità, desideroso di allargare e di consolidare la sua base, ma quella, bensì, di un uomo invasato di un'idea. Quest'idea, la cui realizzazione gli si imponeva come un dovere, lo aveva mosso ad assumere una parte che non era in rispondenza alle aspirazioni del suo animo, all'imagine di felicità che gli brillava nella mente ansiosa di studio, nella fantasia allucinata da mistiche aspirazioni. Egli si considerava lo strumento necessario ad un determinato programma, la restaurazione dell'Ellenismo, che per lui voleva dire la restaurazione della saggezza e della virtù. Vedemmo, nell'allegoria del discorso contro Eraclio,[392] come questo programma fosse per lui l'espressione di un ordine divino, come egli attribuisse al volere degli dei e la salvezza sua e la designazione all'autorità imperiale. Ed egli, certamente, credeva in tutto ciò. Giuliano era propriamente esaltato nel suo ideale e pronto a dedicargli tutte le forze dell'ingegno e della volontà. Un gruppo d'uomini illustri, Sallustio, Massimo, Giamblico, Temistio, Libanio, vedeva in lui la sola speranza di salvezza dalla marea crescente di Cristianesimo e di barbarie che minacciava [pg!441] di tutto travolgere, e lo eccitava, lo spronava, temeva solo ch'egli non si mostrasse abbastanza ardente nell'azione, e non esitava a rimproverare di mollezza, lui, l'eroe di Strasburgo, il generale infaticato, il sapiente amministratore. E non è senza un lieve sentimento di amarezza verso gli amici ed insieme di modesta e generosa dignità ch'egli così chiude la sua lettera a Temistio: «Il riassunto di questa mia lettera che è diventata più lunga di quanto doveva è questo: — non è già perchè io fugga la fatica, o corra dietro al piacere ed all'ozio, o ami l'agiatezza che io mi lagno della vita politica. Ma, come dissi cominciando, io so di non aver nè l'educazione adatta, nè l'attitudine naturale, e di più ho il timore di far torto alla filosofia che, pur tanto amando, io non acquistai, e che, già d'altronde, non è onorata dai nostri contemporanei. Io già vi scrissi tutto ciò, ed ora respingo i vostri rimproveri, con tutta la forza. Iddio mi conceda buona fortuna ed una saggezza degna della fortuna! Ma io sento d'aver bisogno d'essere aiutato prima di tutto dall'Onnipotente e poi con ogni mezzo, da voi, o cultori della filosofia, ora che io son chiamato a guidarvi e che per voi corro il cimento. Che se Dio prepara agli uomini, per mezzo mio, qualche bene più grande di quanto darebbe la mia educazione e l'opinione che io ho di me stesso, voi non dovete irritarvi per le mie parole. Io ho la coscienza di non aver altra buona qualità se non quella di non credere di essere un grand'uomo non essendolo, e, quindi, vi supplico e vi scongiuro di non chieder a me grandi cose, ma di affidar tutto a Dio. Così io non sarò responsale delle mancanze, e, nei felici momenti, sarò saggio e temperato, non attribuendo a mio merito le opere altrui. Facendo [pg!442] risalire, come è giusto, ogni cosa a Dio, gli mostrerò la mia gratitudine come a voi consiglio di mostrargli la vostra».
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La lettera a Temistio è un documento altamente onorevole per Giuliano, è una prova parlante della modestia e della serena tranquillità d'animo e di giudizio del giovane imperatore. Non meno interessante e adatta a rivelare la gentilezza del carattere di Giuliano, è l'altra lettera, da lui diretta a Sallustio, per dirgli tutto il suo dolore nel vederlo partire e per cercare qualche ragione di coraggio e di conforto. Sallustio è il più insigne ed il più saggio degli uomini che Costanzo aveva messo intorno al Cesare che andava a rappresentarlo nella Gallia, ed il solo in cui Giuliano avesse piena fiducia, perchè lo sentiva veramente amico. Ma, conosciuti i rapidi e grandi successi, ottenuti da Giuliano, il perfido Costanzo deliberò di richiamarlo, perchè, come ci dice Giuliano stesso, nel manifesto agli Ateniesi, per la sua stessa virtù gli era divenuto sospetto[393]. E lo storico Zosimo aggrava l'accusa, affermando che il movente di Costanzo era stata l'invidia degli allori guerreschi raccolti dal cugino per aver seguiti gli insegnamenti del sapiente consigliere[394]. Comunque sia la cosa, il fatto è che Giuliano sentì acerbamente la ferita del distacco, non interruppe mai le sue relazioni coll'amico lontano, e [pg!443] quando fu sul punto di abbandonare la Gallia per correre ad affrontare Costanzo, lo richiamò per affidargli il governo e la difesa di quella grande provincia. Quanta e quale fosse la sicurezza del criterio di Sallustio, ci appare mirabilmente nel fatto ch'egli solo comprese la follia ed il pericolo della spedizione di Persia, ed all'imperatore che si era mosso per l'infausta impresa, scriveva per scongiurarlo di fermarsi e di non correre alla rovina[395].
Nella lettera di commiato che Giuliano scrive all'amico il quale, in obbedienza al volere di Costanzo, sta per abbandonarlo, c'è, come negli altri scritti, una larga dose di quella retorica scolastica, che era l'ingrediente uggioso per noi, ma indispensabile della letteratura della decadenza ellenica. Ma, insieme, c'è l'espressione di un affetto profondo e vero, e di una raffinatezza di sentimento e di coltura che ci dimostra come la consorteria — per usare una brutta parola moderna — ellenistica che circondava Giuliano rappresentasse una selezione nella società già mezzo barbarica del secolo quarto, e trovasse, in questa stessa sua condizione di aristocratico intellettualismo, una ragione di esistere.
Giuliano comincia la sua lettera con parole affettuose, ed esprime il pensiero che le disgrazie, sopportate con coraggio, trovano il rimedio in sè stesse, perchè danno vigore al carattere dell'uomo. «Dicono i saggi che anche i più tristi degli avvenimenti recano a chi ha intelletto un benefizio che è più grande del male. Così l'ape, dall'erba più acre che cresce intorno all'Imetto, assorbe un dolce succo, e ne [pg!444] compone il miele. E noi vediamo che, ai corpi naturalmente sani e robusti, abituati a nutrirsi comecchessia, i cibi più aspri, talvolta, non solo sono innocui, ma son causa di forza, mentre ai corpi delicati, per natura e per abitudine, e malaticci per tutta la vita, anche i cibi più leggieri arrecano sovente gravissimi mali. Ora, dunque, coloro che hanno cura del loro carattere, così da non averlo del tutto infermo, ma moderatamente sano, se anche non potranno aver la forza di Antistene e di Socrate, il coraggio di Callistene, l'impassibilità di Polemone, sapranno però tenere una via di mezzo, e trovare un conforto anche nelle più tristi congiunture»[396].
Fin qui ha parlato il retore. Ora, entra in scena l'amico che, con accento di sincera commozione, esclama: «Ma, se io mi esamino, per constatare come sopporto e sopporterò la tua partenza, sento di essere tanto addolorato, quanto lo fui la prima volta ch'io dovetti abbandonare il mio educatore. Poichè, in un attimo, ecco di tutto mi ritorna la memoria, della comunanza dei travagli, che, a vicenda, insieme sostenemmo, della semplice e pura consuetudine, della schietta e saggia conversazione, della nostra associazione in ogni bella impresa, del nostro eguale ed inflessibile aborrimento dei malvagi, così che noi vivemmo, vicini l'uno all'altro, nell'eguale disposizione d'animo, amici uniti nei costumi e nei desideri. E, insieme a tutto ciò, mi ritorna in mente il verso d'Omero — Abbandonato era Ulisse.... — Poichè io ora sono paragonabile a costui, ora che Dio ti ha sottratto, come già fece con Ettore, fuori dai [pg!445] dardi, che i calunniatori gittavano contro di te, dirò meglio contro di me, perchè essi, in te volevano ferirmi ben sapendo che io era vulnerabile solo nel caso che riuscissero a privarmi della compagnia del fidato amico, del coraggioso commilitone, del sicuro collega nel pericolo. Ma io credo che tu soffra non meno di me, appunto perchè tu ora partecipi meno alle fatiche ed ai pericoli, e, per ciò, temi di più per questo mio capo. Il pensiero delle cose tue non veniva, per me, secondo a quello delle cose mie, ed io sapeva che tu ti confortavi in egual modo con me. E, pertanto, io mi addoloro assai, perchè a te che, per ogni rispetto, potevi dire — io non ho pensieri, tutto mi va bene — io solo sia causa di dolore e inquietudine»[397].
Giuliano, citando un detto di Platone, insiste sulla difficoltà in cui verrà a trovarsi, di dover governare, senz'amici intorno. Poi continua: «Ma non è già solo per l'aiuto che a vicenda ci davamo nel governo, e che ci rendeva facile il resistere a quanto si faceva contro di noi dalla sorte e dagli avversari, ma bensì per la minacciata mancanza d'ogni conforto e diletto che io sento dilaniarmi il cuore. A qual'altro benevolo amico mi sarà dato di rivolgere lo sguardo? Di qual'altro procurarmi la sincera e pura intimità? Chi ci consiglierà con saggezza, ci rimbrotterà con benevolenza, ci spingerà al bello e al buono senza arroganza ed alterigia, ci esorterà, levando l'amaro dalla parola, come si toglie alle medicine ciò che hanno di troppo aspro, e si lascia ciò che hanno di utile? Tutto ciò io raccoglieva dalla tua amicizia. [pg!446] E, privato come sono di tanto bene, quali ragionamenti varranno a persuadermi, ora che son quasi per esalare l'anima nel desiderio di te e della tua affettuosa saggezza, a non vacillare ed a sopportare coraggiosamente ciò che Dio mi ha imposto?»[398].
Giuliano, per cercar delle ragioni di conforto per lui e per Sallustio, si rivolge agli esempi degli antichi, e ricorda Scipione, Catone, Pitagora, Platone, Democrito, che tutti sopportarono con rassegnazione l'assenza degli amici. Poi, con un movimento che è proprio tutto retorico, pone in bocca a Pericle, il quale, partendo per la spedizione di Samo, dovette rinunciare alla compagnia di Anassagora, sebbene, anche lontano, continuasse a governarsi coi suoi consigli, un artifizioso discorso, di cui egli vuole applicare al caso proprio i lunghi ragionamenti. Chiuso lo scolastico discorso, così continua:
«Con tali alti pensieri, Pericle, uomo magnanimo, liberamente cresciuto in libera città, ammoniva la sua anima. Io, nato dagli uomini presenti, conforto e guido me stesso con argomenti più umani. E cerco di attenuare l'amarezza del dolore, sforzandomi di adattare qualche conforto ad ognuna delle imagini tristi e dolorose che mi cadono davanti dalla realtà delle cose»[399].
E con arguta finezza continua: «Il primo di tutti i guai che mi si presentano alla mente è che, d'ora innanzi, io sarò lasciato solo, privo di ideale compagnia, e di liberi ritrovi, poichè non vi ha nessuno con cui io possa conversare con piena fiducia. Ma [pg!447] non mi è forse facile conversare con me stesso? O, forse, vi sarà qualcuno che mi porterà via anche il pensiero, e mi obbligherà a pensare e ad ammirare contro mia volontà? Ciò sarebbe meraviglioso come lo scrivere sull'acqua, il cuocere una pietra, o lo scoprir l'orma dell'ala dei volanti uccelli. Ebbene, dal momento che nessuno ci potrà privare di ciò, troviamoci sempre insieme, dentro di noi, e Dio ci aiuterà. Poichè non è possibile che un uomo, il quale si affida all'Onnipotente, sia affatto trascurato ed abbandonato. Che anzi Dio gli tiene sopra le mani e gli infonde coraggio, gli ispira la forza, gli suggerisce ciò che deve fare e lo distoglie da ciò che non deve. Così la voce del demone seguiva Socrate e gli vietava di far ciò che non doveva. E Omero, parlando d'Achille, esclama — gli pose nella mente — indicando il Dio che sveglia i nostri pensieri, quando la mente, rivolgendosi sopra sè stessa, si immedesima con Dio, senza che nulla lo possa impedire. Poichè la mente non ha bisogno dell'orecchio per imparare, nè Dio della voce per insegnare; così che la comunicazione dell'Onnipotente con lo spirito avviene all'infuori di ogni sensazione.... Se dunque noi possiamo confidare che Dio sarà presso di noi, e che noi saremo uniti nello spirito, toglieremo al nostro dolore la sua intensità».