Dopo queste belle parole dettate da un spiritualismo così puro e sublime, Giuliano si diverte a seminar la sua lettera di fiori retorici raccolti nelle reminiscenze omeriche, e poi così la chiude:

«Mi giunge una voce che tu non sarai mandato solamente in Illiria, ma in Tracia, presso i Greci che abitano intorno al mare, fra i quali nato e cresciuto, io appresi ad amare vivamente gli uomini, i [pg!448] paesi e le città. E, forse, nelle anime loro non si estinse ancora del tutto l'amore per noi, e, tu giungendo, sarai accolto con gran festa, e darai loro in ricambio ciò di cui qui ci hai lasciati privi. Ma io non lo desidero e vorrei piuttosto che tu ritornassi presto presso di noi. Ma, per ogni evenienza, io voglio essere non impreparato e senza conforto, ed è per ciò che io mi rallegro con essi che ti vedranno venire, dopo avermi lasciato. Se mi confronto con te, io mi metto fra i Celti, con te, che sei, fra i primi dei Greci, insigne per equità e per ogni virtù, al vertice della retorica, non imperito della filosofia, di cui solo i Greci penetrarono le parti più ardue, inseguendo col ragionamento il vero e non permettendoci di applicarci a miti incredibili ed a prodigi paradossali, come pur fa la maggior parte dei barbari. Ma, comunque ciò sia, non insisto più oltre. Te, poichè ormai io devo congedarti con parole di augurio, te guidi, dovunque tu debba andare, un dio benigno. Il dio degli ospiti ti accolga, e il dio degli amici ti guidi sicuramente sulla terra. Se tu devi navigare, ti si appianino i flutti. Che tu apparisca a tutti amabile ed onorato; che tu possa destar la gioia con la tua venuta, ed il dolore con la tua partenza. Che Dio ti renda benevolo l'imperatore, e ti conceda ogni cosa secondo ragione, e ti prepari un ritorno a noi sicuro e pronto!

«Di questo io prego Dio per te, insieme a tutti gli uomini buoni e saggi, e soggiungo — Salve e vivi lieto, ed a te concedano gli Dei ogni bene ed il ritorno alla tua casa, nella diletta terra paterna»[400].

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Giuliano portava, nei suoi affetti, l'entusiasmo di un'anima infervorata in alti ideali. Coloro che militavano nel suo campo, che erano partecipi dei suoi propositi, delle sue speranze, delle sue illusioni ricevevano da lui una specie di culto.

L'entusiasmo di Giuliano, di cui vedemmo tante prove negli scritti di lui che abbiamo citati, si manifesta nell'ammirazione illimitata, ardente, iperbolica ch'egli sente pei suoi maestri, la quale lo trascinava ad atti che a molti de' suoi stessi amici parevano sconvenienti alla dignità dell'imperatore. Narra Ammiano Marcellino[401] che un giorno, sedendo Giuliano nel tribunale di Costantinopoli, gli si annunciò essere giunto dall'Asia il filosofo Massimo. A tale annuncio, l'imperatore balzò in piedi indecorosamente, e, dimenticando ogni cosa, e la causa stessa che stava giudicando, corse fuori del palazzo, impaziente di incontrarsi col filosofo. Trovatolo, lo abbracciava, lo baciava, e con lui riverentemente ritornava nell'aula. L'onesto Ammiano, che non partecipava alle mistiche aspirazioni del suo imperatore, vede in quest'omaggio eccessivo pubblicamente reso al filosofo una deplorevole ostentazione e il desiderio di vana gloria. Ben diverso è il giudizio di Libanio. Egli ammira, senza restrizione alcuna, l'atto di Giuliano. Narra Libanio che Giuliano aveva ripreso l'uso di prender parte alle riunioni del tribunale, uso che Costanzo aveva abbandonato, [pg!450] perchè non era oratore, mentre Giuliano poteva rivaleggiare per l'eloquenza con Nestore ed Ulisse. L'imperatore stava, dunque, un giorno, tutto intento al suo ufficio, quando gli si annuncia l'arrivo di Massimo. «Alzandosi, in mezzo ai giudici, Giuliano corre alla porta, provando la medesima impressione di Cherefonte alla venuta di Socrate. Ma Cherefonte era Cherefonte e si trovava nella palestra, Giuliano era il padrone del mondo ed era nel tribunale supremo. Così egli dimostrava come la sapienza sia assai più degna di rispetto della potestà regia, e come tutto ciò che, in questa, c'è di buono è un dono della filosofia. Accogliendolo ed abbracciandolo come è costume dei privati fra di loro, o dei re pur fra di loro, lo introdusse nel tribunale, sebbene non ne facesse parte, credendo, in tal modo, di onorare, non già l'uomo col luogo, ma il luogo coll'uomo. Giuliano, in mezzo a tutti, narrava in quale uomo egli si fosse trasformato, e da quale altro, per mezzo di colui; poi, tenendolo per mano, se ne andò. Perchè ha fatto questo? Non solo, come alcuno potrebbe supporre, per rendere a Massimo il contraccambio della educazione ricevuta, ma, anche, per invitare ad educarsi tutti, e giovani e vecchi, poichè, ciò che dal Sovrano è disprezzato, è trascurato da tutti, ma ciò che da lui è onorato è da tutti seguito»[402]. Ammiano e Libanio partivano, nei loro giudizi, da punti di vista opposti, e non avevano torto nè l'uno nè l'altro. Ammiano, col suo buon senso d'impiegato onesto, deplorava tutto ciò che poteva diminuire la dignità apparente del principe; Libanio, ellenista fervente, [pg!451] ammirava l'omaggio reso dall'imperatore all'ideale filosofico a cui si ispirava il rinascimento del Politeismo. Ma Ammiano, il quale, praticamente, vedeva assai meglio di Libanio, s'ingannava quando supponeva che, nell'atto di Giuliano, ci fosse ostentazione.

Nella personalità paradossale di Giuliano le più opposte tendenze si trovavano riunite, senza escludersi a vicenda, e sinceramente si manifestavano, a seconda dei casi e degli eventi del momento. Il neoplatonico fervente era schietto, quando, all'annuncio dell'arrivo del venerato maestro, dimenticava di essere imperatore. Le sue lettere sono riboccanti di espressioni di ardente ammirazione per quei filosofi che lo avevano iniziato ai misteri dell'Ellenismo rigenerato. Fra queste lettere le più entusiastiche sono quelle dirette a Giamblico[403].

Pare che Giamblico scrivesse a Giuliano per rimproverarlo della rarità delle sue lettere. Il principe risponde che, se anche il rimprovero fosse meritato, la ragione della sua colpa è tutta nella naturale timidezza che lo prende al pensiero di corrispondere con un tanto uomo, ed esclama: «O generoso, tu che sei il salvatore riconosciuto dell'Ellenismo, tu devi scrivere [pg!452] a noi senza risparmio, e scusare, per quanto è possibile, la nostra esitanza. Poichè come il Sole, quando lampeggia coi puri suoi raggi, opera secondo sua natura, senza far distinzione di chi viene sotto la sua luce, così tu, inondando di luce il mondo ellenico, devi, senza risparmio, largire i tuoi tesori, se anche taluno, o per timore o per rispetto, non ti rende il contraccambio. Anche Esculapio non guarisce gli uomini per la speranza della ricompensa, ma adempie dovunque il mandato filantropico che gli è naturale. Ciò devi far tu pure che sei medico delle anime e delle menti, onde salvare, in ogni modo, l'insegnamento della virtù, simile ad un buon arciero, il quale anche se non ha davanti a sè l'avversarlo, esercita, per ogni evento, la mano. Certo non è eguale il risultato per noi e per te, per noi quando riceviamo i tuoi colpi maestri, per te, quando, per caso, ti arrivano quelli che sono mandati da noi. Se anche scrivessimo mille e mille volte, sarebbe un gioco come di quei fanciulli omerici che, sul lido, lasciano che si distrugga ciò che essi hanno costrutto col fango. Ma ogni tua piccola parola è più efficace [pg!453] di qualsiasi corrente fecondatrice, ed a me sarebbe più caro ricevere una sola lettera di Giamblico che tutto l'oro di Lidia. Se hai un po' d'affetto per chi ti ama — e lo hai, se non m'inganno — guarda che noi siamo simili ai pulcini sempre bisognosi del cibo che tu rechi loro, e scrivici di continuo, e non indugia ad alimentarci delle tue virtù»[404].

Vediamo quest'altro sfogo di entusiasmo, nel ricevere una lettera del filosofo «..... io sono con te anche se sei assente e ti veggo coll'anima come se tu fossi presente, e nulla può rendermi satollo di te. Tu non cessi dal beneficare i presenti, e, gli assenti, a cui scrivi, li rallegri e li salvi insieme. Infatti, quando testè mi si annunciò esser giunto un amico apportatore di tue lettere, io era, da tre giorni, malato di stomaco, e mi doleva tutto il corpo, così da non poter liberarmi della febbre. Ma, come dissi, appena mi si annunciò che, fuori della porta, v'era chi recava la tua lettera, balzando in piedi, come uno che non fosse più padrone di sè stesso, uscii prima che giungesse. E appena io ebbi nelle mani la lettera, lo giuro per gli dei e per quello stesso affetto che a te mi lega, sull'istante fuggirono tutti i miei dolori, e la febbre, quasi atterrita dall'invitta presenza del salvatore, tosto scomparve. Quando poi, aperta la lettera, la lessi, imagina lo stato dell'anima mia e la pienezza del mio piacere! Io ringraziava e baciava quel carissimo spirito, come tu lo chiami, quel veramente amorevole ministro delle tue virtù, pel cui mezzo io aveva ricevuto i tuoi scritti. Simile ad augello, spinto dal soffio di un [pg!454] venticello propizio, egli mi aveva portato una lettera, la quale non solo mi procurava il piacere di avere le tue notizie, ma anche mi sollevava dai miei mali. Potrei, forse, dire tutto ciò che io provai, leggendo quella lettera? Troverei parole sufficienti ad esprimere il mio amore? Quante volte dal mezzo ritornai al principio? Quante volte temetti di dimenticare ciò che vi aveva appreso? Quante volte, come nel giro di una strofa, io univa la conclusione al principio, ripetendo, come in un canto, alla fine del ritmo, la melodia del principio! Quante volte portava la lettera alle labbra, come una madre che bacia il figlio! Quante volte le fui sopra con la bocca, come se abbracciassi la più cara delle amanti! Quante volte, baciandola, ho parlato e guardato alla soprascritta che portava, come un profondo suggello, la traccia della tua mano, quasi per trovare nella forma delle lettere l'impronta delle dita della tua santa destra!... E, se mai Giove mi concedesse di ritornare al patrio suolo, e io potessi venire al tuo sacro focolare, tu non dovrai risparmiarmi, ma mi legherai, come un fuggitivo, ai tuoi banchi amati, trattandomi come un disertore delle Muse, e correggendomi coi castighi. Ed io non subirò di mala voglia la pena, ma con animo grato, come la correzione provvidenziale e salvatrice di un buon padre. Che se tu volessi affidarti al giudizio che io farei di me stesso, e mi concedessi di agire come voglio, o uomo insigne, sarebbe per me una grande dolcezza l'attaccarmi alla tua tunica, e così non ti lascerei mai, per nessuna ragione, ma sarei sempre con te e verrei teco dovunque, come quegli uomini doppi che sono descritti nelle favole. E le favole, probabilmente, in quei racconti, pare quasi che scherzino, ma, in realtà, [pg!455] accennano a ciò che ha di più sublime l'amicizia, figurando, nel legame dell'unione, l'omogeneità delle anime dell'uno e dell'altro»[405].