Per quanto risuoni nelle frasi ardenti di questa lettera un po' di esaltamento fittizio, è impossibile non udirvi l'eco di un sentimento vero. Nessun principe ha mai scritto ad un professore di filosofia ciò che Giuliano scrive ai suoi maestri. Giuliano si trovava, davanti all'Ellenismo, press'a poco nella posizione dei primi cristiani, quando s'infervoravano per un'idea che vedevano divisa e compresa da pochi. Era un vero apostolato ch'egli intendeva di esercitare, un apostolato in cui erano interessate le sorti dell'umanità, e, pertanto, egli sentiva per coloro che erano per lui gli iniziatori, i campioni di un grande movimento di restaurazione religiosa e di riforma dei costumi, un senso di venerazione che faceva impallidire e piegava al suolo la sua dignità d'imperatore. Giuliano era un santo dell'Ellenismo, e non avrebbe esitato un istante a correre al martirio e ad incontrare festosamente, da quell'eroe ch'egli era, la morte. Egli, pertanto, come tutti i santi, godeva nell'umiliarsi davanti alla grandezza ideale degli annunciatori di quel principio di fede in cui sentiva rigenerarsi lo spirito suo. Certo, fa un senso curioso il veder tanto fervore di devozione pei maestri di un Neoplatonismo superstizioso che già tanto era traviato dal puro panteismo del grande Plotino. Ma, in primo luogo, noi vedemmo come il Neoplatonismo, nella mancanza di una figura divina e di un culto determinato, dovesse necessariamente corrompersi e decadere in un simbolismo grossolano e confuso. In [pg!456] secondo luogo, non dobbiamo dimenticare che Giuliano era un giovane entusiasta, un letterato colto ed innamorato dell'antica civiltà, non era un pensatore preciso e profondo. Le confuse creazioni dei neoplatonici del suo tempo facevano facilmente presa sulla sua eccitabile fantasia. D'altronde, ciò che propriamente stava a cuore di Giuliano era l'Ellenismo, la restaurazione e la conservazione delle discipline, dei costumi, delle lettere, delle arti che avevano fatto l'ornamento e lo splendore del mondo greco. Il suo entusiasmo pel Neoplatonismo era un entusiasmo di secondo grado. Giuliano era un neoplatonico fervente perchè era un fervente ellenista. Egli vedeva nella religione simbolica del Neoplatonismo il solo possibile surrogato del Cristianesimo invadente. Nella guerra, che muoveva alla nuova potenza distruggitrice della sua materna civiltà, egli sventolava, come un labaro santo, la bandiera dei suoi mistici maestri.
L'entusiasmo di Giuliano, per l'idea a lui diletta e per gli uomini che la rappresentavano, è l'indizio sicuro della tempra generosa ed eccitabile dell'indole sua. Quest'indole si rivela nella maggior parte delle sue lettere agli amici e si veste di una forma e di uno stile decadente, come or si direbbe, di uno stile, cioè, che riproduce le squisitezze artifiziose di uno spirito, il quale si compiace nell'elaborazione infaticata delle proprie impressioni e dei propri pensieri, e finisce per attenuare, con la sottigliezza dell'ingegno, l'espressione efficace e forte del sentimento. Ma vi era, in Giuliano, scrittore, una grazia che resiste e rivive in mezzo a tutti gli artifizi di stile. Vediamo, per esempio, questi bigliettini ch'egli scriveva a Libanio, un maestro da lui venerato non meno di Giamblico e di Massimo. Libanio gli aveva promesso di mandargli [pg!457] un suo discorso. Ma il discorso non giungeva, e Giuliano gli scrive[406]:
«Poichè ti sei scordato della promessa (è il terzo giorno e il filosofo Prisco non venne, e mi scrive che indugierà ancora) son qui a rammentarti di pagare il tuo debito. Sì, un debito, ben lo sai, di cui a te sarebbe assai facile fare il pagamento, ed a me dolcissimo il riceverlo. Mandami, dunque, il discorso e i tuoi santi ammonimenti, ma, per Mercurio e le Muse, manda presto, poichè, in questi tre giorni, tu mi hai proprio logorato, se è vero ciò che dice il poeta siciliano, che nell'aspettazione s'invecchia in un giorno. Se ciò è vero, e lo è, tu mi hai triplicata la vecchiaia, o carissimo. Io detto tutto questo, in mezzo alle occupazioni. Non son più capace di scrivere, perchè ho la mano più pigra della lingua, sebbene anche la lingua per mancanza d'esercizio, sia diventata pigra ed impacciata. Stammi bene, o fratello desideratissimo ed amatissimo».
E, ricevuto questo aspettato discorso, l'entusiastico imperatore scrive a Libanio[407]:
«Ieri lessi gran parte del tuo discorso prima di pranzo. Dopo pranzo ho letto, senza mai fermarmi, il resto. Te felice che puoi così parlare, più felice che puoi così pensare! Che logica, che ingegno, che sintesi, che analisi, che argomentazione, che ordine, che esordî, che stile, che armonia, che composizione!».
E al suo diletto Massimo che dopo aver dimorato, per qualche tempo, presso di lui, aveva voluto lasciarlo, [pg!458] così scrive[408]: «Il saggio Omero legiferò che dobbiamo accogliere amorevolmente l'ospite che arriva e lasciarlo andare quando vuol partire. Ma, fra noi due, più assai della amorevolezza che viene dai doveri dell'ospitalità, vale quella che deriva dalla ricevuta educazione e dalla pietà verso gli dei, così che nessuno avrebbe potuto accusarmi di trasgredire la legge d'Omero, se io avessi voluto trattenerti più a lungo vicino a me. Se non che, vedendo il tuo corpicciuolo bisognoso di maggior cura, io ti concessi di ritornartene in patria, e provvidi alla comodità del tuo viaggio. Tu potrai dunque servirti della vettura di Stato. Possano viaggiar teco, con Esculapio, tutti gli dei, e ci concedano di ritrovarci insieme».
Quando l'affetto è meno vivo, diventa più artifiziosa e ricercata la frase, come in questo biglietto ad Eugenio[409]. «Si dice che Dedalo, plasmando ali di cera ad Icaro, osasse coll'arte far violenza alla natura. Io lodo l'arte di colui, pur non ne ammiro il pensiero di affidare l'incolumità del figlio a solubile cera. Ma, se a me fosse lecito, come dice il poeta di Teo, cambiare la mia natura con quella degli uccelli, io non volerei verso l'Olimpo o verso l'amante sospirata, ma alle prime pendici dei vostri monti, onde abbracciar te, o mia cura, come dice Saffo. Ma poichè la natura, avvincendomi coi legami del corpo umano, non vuole che io m'innalzi al cielo, verrò con le ali delle mie parole, e ti scrivo e son con te per quanto io posso. E già, non per altra ragione Omero chiamò alate la parole, se non [pg!459] perchè possono penetrare dovunque, come i più leggieri fra gli uccelli, e posarsi dove loro aggrada. Scrivimi, dunque, tu pure, o amico, poichè tu hai eguali se non più forti l'ali delle parole, con cui tu puoi raggiungere i compagni ed allietarli dovunque, come se fossi presente».
Una lettera commossa è quella diretta all'amico Amerio, il quale gli aveva annunciata la morte della moglie. C'è, in essa uno stoicismo raggentilito e più umano che non fosse quello impassibile e sereno di Epitteto e di Marco Aurelio[410].
«Non senza lagrime io lessi la lettera che tu mi scrivesti per la morte della tua consorte, in cui mi esprimevi l'eccesso della tua angoscia. Poichè, oltre all'essere, per sè stesso, un caso ben degno di dolore che una donna giovane, saggia, cara al marito e madre di buoni figliuoli si spenga, prima del tempo, come una fiaccola splendidamente accesa e che, in breve, perde la fiamma, è per me non meno triste il pensiero che questo dolore sia toccato a te. Poichè meno di tutti meritava tale angoscia il nostro buon Amerio, un uomo così saggio ed il dilettissimo fra i nostri amici. Ora, se fosse un altro a cui io dovessi scrivere in una simile congiuntura, mi converrebbe di fare un lungo discorso, per insegnargli che l'evento è umano e che lo si deve sopportare come inevitabile, e che dal troppo piangere nulla si ottiene, e dirgli infine tutto quanto può essere, per un uomo ignorante, conforto al dolore. Ma poichè, rivolgendomi ad un uomo che sa ammaestrare gli altri, mi parrebbe sconveniente tenergli dei discorsi che sarebbero buoni [pg!460] per chi non sa esser saggio, permetti che, lasciando ogni altra considerazione, io ti rammenti il mito e insieme il ragionamento verace di un uomo sapiente, di cui forse tu avrai già notizia, ma che dai più è ignorato. Se tu vorrai usarne, come di un farmaco consolatore, tu troverai un conforto all'angoscia, non meno che nella tazza che, con eguale intento, la donna di Sparta offriva a Telemaco.
«Si narra che Democrito d'Abdera, non riuscendo a trovar parole che valessero a consolare Dario che piangeva la morte della bella sposa, gli promettesse di ricondurre alla luce la dipartita, pur ch'egli volesse procurargli tutte le cose occorrenti. Rispondendogli Dario di non risparmiar nulla di ciò che gli avrebbe reso possibile l'adempimento della promessa, egli, rimasto sospeso per piccolo tempo, soggiungeva di posseder già tutto quello di cui aveva bisogno; una cosa sola ancor gli mancava, che non sapeva dove prendere, ma che Dario, re di tutta l'Asia, avrebbe subito e facilmente trovata. Quale fosse, chiedendogli Dario, questa cosa che al re solo era dato di rintracciare, si dice che Democrito rispondesse che, se egli avesse scritti sulla tomba della moglie i nomi di tre uomini, del tutto esenti da afflizioni, colei subito si sarebbe ravvivata, trasgredendo la legge della morte. Imbarazzato Dario non riusciva a trovar nessuno a cui non fosse toccata qualche sventura; ed allora Democrito, ridendo, come era solito, gli diceva — Perchè dunque, o il più irragionevole degli uomini, ti lagni eccessivamente, come se tu fossi il solo a provar tanta sventura, mentre non puoi trovar neppur uno in tutte le passate generazioni che non abbia mai sofferto qualche domestico dolore? — Ora, si comprende come Dario, [pg!461] uomo barbaro, incolto, dato al piacere ed alla passione, dovesse apprender tutto ciò. Ma tu, che sei Greco e cresciuto con una saggia educazione, devi avere in te stesso la medicina, e, se questa non s'invigorisse col tempo, sarebbe una vergogna per la ragione!».