Giuliano, diventato imperatore, desiderava conservare l'amicizia cogli antichi compagni di studio, ed era lieto quando alcuno di essi gli mostrava l'intenzione di avvicinarsi a lui e di venire alla sua corte. All'amico Basilio che appunto gli aveva scritto per annunciargli la sua venuta, risponde con questa lettera gentile ed incoraggiante:

«Il proverbio dice — Non annunci la guerra, — ed io aggiungo il detto della commedia — tu annunci promesse d'oro. — Orsù, dunque, fa seguire il fatto alle parole, ed affrettati a venire a noi. L'amico riceverà l'amico. La comune e continua occupazione negli affari pare molesta a coloro che non se ne fanno un'abitudine. Ma coloro che hanno comuni le cure diventano premurosi e cortesi e pronti a tutto, come io stesso ne faccio esperienza. Chi mi sta intorno mi agevola il mio compito, così che, non mancando ai miei doveri, io posso anche riposarmi. Ci troviamo insieme, senza l'ipocrisia della Corte, della quale sola credo che finora tu hai fatto l'esperienza, con la cui veste i cortigiani, lodandosi l'un l'altro, si odiano con un odio quale non l'hanno i nemici dichiarati. Noi, invece, pur rimproverandoci e sgridandoci a vicenda, quando bisogna, con la conveniente libertà, ci amiamo come se fossimo intimi amici. Così ci è permesso di lavorare senza sforzo, e di non essere intolleranti del lavoro, e di dormire tranquillamente. Poichè quando io veglio, veglio non tanto per me [pg!462] quanto per gli altri tutti, come è mio dovere. Ma, forse, io ti stordisco di ciance e d'inezie, e faccio una brutta figura, poichè io mi son lodato come Astudamante. Ma ti scrissi tutto ciò, perchè vorrei persuaderti ad approfittare dell'occasione per renderti utile a me, con la tua presenza, da quell'uomo saggio che sei. Affrettati dunque e serviti del corriere di Stato. Quando avrai passato presso di noi tutto il tempo che ti piacerà, tu potrai andare, licenziandoti da noi, dove meglio ti parrà»[411].

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Graziosissima e singolarmente interessante è la lettera[412] con cui Giuliano fa dono all'amico Evarghio di un suo campicello.

«Io pongo a tua disposizione e ti dono un piccolo podere di quattro campi che ebbi, in Bitinia, dalla mia nonna, certo non sufficiente perchè un uomo, possedendolo, creda di aver acquistato qualche cosa di grande e ne vada superbo; ma il dono non deve riuscirti del tutto sgradito, se mi lasci dirne ad uno ad uno i pregi. Posso ben scherzare con te che sei pieno di grazia e di spirito. Dista dal mare non più di venti stadi, e nessun mercante e nessun nocchiero, con le ciarle e con la prepotenza, disturba il paesaggio. Ma non mancano, per questo, [pg!464] i favori di Nereo; ha pesci freschi e ancor tremolanti, e, da un colle, poco lontano dalla casa, vedrai il mare della Propontide, e le isole, e la città che ha il nome del grande imperatore; non porrai il piede sui fuchi e sulle alghe, nè avrai il disgusto dei rifiuti schifosi gittati dal mare sul lido e sulla sabbia e delle innominabili sozzure, ma intorno a te saranno alberi sempre verdi e timo ed erbe fragranti. Ah, che pace il giacere colà, leggicchiando un libro, e poi riposare la vista nel giocondo spettacolo delle navi e del mare! Quando io era giovanetto, quel podere mi era carissimo, perchè ha limpide sorgenti, ed un bagno delizioso, ed un orto ed alberi. Diventato uomo, sentii desiderio dell'antico soggiorno, e vi venni più volte, e con ragione. Vi ha là anche un ricordo piccino della mia sapienza d'agricoltore, un breve vigneto, che dà un vino odoroso e dolce che non ha bisogno del tempo per acquistar pregio. Vedrai Bacco e le Grazie. Il grappolo ancor sul ceppo, o premuto nel torchio, odora di rosa, ed il mosto nei vasi, a dirla con Omero, è un estratto di nettare. Ah, perchè mai questo vigneto non ha maggiore ampiezza? Forse io non fui un agricoltore previdente. Ma siccome io son sobrio col bicchiere di Bacco, e mi piacciono assai più le Ninfe, così ne preparai appena quanto bastasse per me e per gli amici — merce sempre scarsa fra gli uomini. — Questo è il mio dono per te, o caro capo. È piccolo, ma sarà gradito venendo ad un amico da un amico, ed alla casa dalla casa, come dice il saggio poeta Pindaro. Scrissi questa lettera, in tutta fretta, alla luce della lampada. Se vi trovi qualche errore, non, rimproverarmi acerbamente, nè da retore a retore».

Questa lettera è un piccolo capolavoro. Vibra, in [pg!465] essa un sentimento della natura, rarissimo fra gli antichi, e qualche cosa di squisito che non può esser proprio che di un'anima aperta alle più vaghe impressioni. Quanti pensieri saran passati per la mente del giovanetto meditabondo che, dal colle solitario, fra una pagina e l'altra d'Omero, guardava il mare, le navi e la lontana Costantinopoli! Quest'ultimo figlio della Grecia risentiva in sè tutto l'incanto della civiltà e del pensiero ellenico che una religione nemica, la religione dei suoi persecutori, voleva annientare, ed egli sognava di conservarla, quella civiltà, di farla rivivere, di salvare gli Dei che i suoi poeti divinamente avevano cantati, e che tanta gloria avevan data ad un mondo che oggi li ripudiava!

Noi vediamo, dunque, come, in mezzo alle sue tempestose vicende, l'animo di Giuliano sapesse conservarsi sereno ed aperto a tutte le impressioni della natura e dell'arte. Egli si studiava di agire, in ogni cosa, razionalmente, e credeva di riuscire nei suoi sforzi per serbarsi esente di ogni impulso passionale. I suoi consigli sono sempre ispirati alla più pura saggezza. Ad un amico egli scrive[413]: «Ci compiacciamo di sapere che, nella condotta degli affari, tu cerchi di conciliare il rigore con la dolcezza. Poichè l'unire la dolcezza e la temperanza alla fermezza ed alla forza, ed usare di quella coi docili, di questa coi malvagi per la loro correzione, è opera, come io credo, di un'indole e di una virtù non piccola. In vista di questi scopi, noi ti preghiamo di armonizzare l'una cosa e l'altra al solo bene, poichè i più saggi degli antichi giustamente credettero che tale [pg!466] deva essere il fine di tutte le virtù. Possa tu vivere sano e felice più a lungo che sia possibile, o fratello desideratissimo ed amatissimo».

La rettitudine ed il coraggio di Giuliano, così giustamente ammirato da Ammiano e da Libanio, appaiono in tutta luce nella lettera da lui diretta al medico Oribasio, al tempo dei suoi urti con Florenzio, in Gallia, per frenarne gli abusi finanziari. Dopo aver narrato ad Oribasio quel sogno dei due alberi, che già conosciamo,[414] Giuliano così continua: «Quanto a quello sciagurato eunuco io vorrei sapere se ha detto di me le cose che mi scrivi, prima di trovarsi con me o dopo. Per ciò che riguarda la sua condotta, è noto che, più volte, mentre egli trattava ingiustamente i provinciali, io tacqui più di quanto sarebbe stato conveniente, non prestando orecchio a questo, non ammettendo quello, non credendo a quest'altro, ed altro ancora mettendo a colpa di coloro che gli stavano intorno. Ma, quando egli volle farmi partecipe della sua turpitudine, mandandomi le sue scellerate e vituperevoli relazioni, che doveva io fare? Tacere o combattere? Il primo partito era stolto, servile ed empio, il secondo giusto e coraggioso, ma non concesso dalle presenti circostanze. Che feci dunque? Alla presenza di molti, che io ben sapeva lo avrebbero ripetuto a lui, esclamai: — Colui dovrà pure rettificare le sue relazioni che sono veramente riprovevoli. — Ebbene, colui, avendo ciò udito, si trattenne dall'agire con saviezza, per modo che, pur essendogli io tanto vicino, fece cose che non avrebbe fatto neppure un tiranno che fosse appena [pg!467] ragionevole. E allora come doveva comportarsi un uomo che seguiva le dottrine di Platone e di Aristotele? Non curarsi dei miseri e lasciarli preda dei ladri, o difenderli con ogni mezzo? Ma a me parrebbe vergognoso che, mentre si condannano a morire e si privano della sepoltura quegli ufficiali che abbandonano le loro schiere, fosse poi lecito di abbandonare le schiere dei poverelli, quando essi devono lottare coi ladri, tanto più avendo dalla nostra parte Dio, che ci diede il nostro posto. E, se mi toccherà di soffrire per questo, io mi sentirò non poco incoraggiato dalla mia buona coscienza. E, se anche dovessi cedere il posto ad un successore, non me ne dorrei, poichè è meglio viver poco ma bene, che molto e male».[415].

Ciò che Giuliano qui scrive si attaglia così esattamente a Florenzio ed all'episodio narrato da Libanio che parrebbe non possa sollevarsi alcun dubbio nella identificazione della persona. Ma c'è quell'appellativo di eunuco che non si sa spiegare, perchè Florenzio aveva moglie e figli. Alcuni, pertanto, vedono in questo nemico, di cui parla Giuliano, il cortigiano Eusebio, l'eunuco che spadroneggiava alla corte di Costanzo e che tanto odiava il principe. E imaginano un'ispezione che Eusebio avrebbe fatta in Gallia, per ordine dell'imperatore e che avrebbe dato origine agli urti con Giuliano[416]. La cosa è possibile, ma affatto fantastica, ed è più ragionevole il supporre che la parola ανδρόγυνος sia qui semplicemente un insulto, senza essere un'indicazione di una condizione reale.

Però, malgrado questa grande saggezza a cui Giuliano [pg!468] cercava di indirizzare la sua vita, egli, come vedemmo nel corso di questo studio, si abbandonava talvolta all'impeto della passione. Nè, certo, può essere ammirata la sua condotta verso i consiglieri di Costanzo all'indomani della sua vittoria, nè giustificata la sua ira contro Atanasio. Nella sua intima corrispondenza noi abbiamo le tracce di desideri sfrenati e di deplorevoli eccessi. Il caso però è curioso e serve ad illuminare la sua figura così complicata e piena di contraddizioni. Giuliano aveva il furore della lettura. Abbiamo visto con quale trasporto egli ringraziasse l'imperatrice Eusebia perchè, sapendolo sprovvisto di libri, al momento in cui da Milano partiva per la Gallia, gli aveva data un'intiera biblioteca. Quando, ad Alessandria, venne assassinato il vescovo Giorgio, l'imperatore diede agli Alessandrini una buona lavata di capo,[417] ma poi li lasciò tranquilli, e non è un giudizio temerario il dire che, in fondo, non era stato scontento di un tumulto che pareva sollevato in odio dei Cristiani. Di una sola cosa Giuliano vivamente si preoccupava, ed era di impadronirsi dei libri del vescovo assassinato. In questa sua preoccupazione egli mette una foga che finisce per essere iniqua e crudele. Appena avvenuta la morte di Giorgio, scrive al prefetto d'Egitto[418]: «Alcuni amano i cavalli, altri gli uccelli, altri le fiere. Io, fin da fanciullo,. non ebbi amore più forte che quello dei libri. Sarebbe, dunque, assurdo che io lasciassi che se ne impadronissero degli uomini, ai quali non basta l'oro per satollare il loro amore della ricchezza [pg!469] e pensano di potermeli portar via facilmente. Mi farai, dunque, un favore speciale, se raccoglierai tutti i libri di Giorgio. Ne aveva molti di filosofia, molti di retorica, molti relativi alla dottrina degli empi Galilei. Questi ultimi, io ben vorrei distruggerli tutti quanti, se non fosse il timore di veder distrutti, insieme ad essi, anche i libri buoni. Tu, dunque, farai di tutti la più minuta ricerca. In questa ricerca ti potrà esser guida il segretario di Giorgio, il quale, se realmente ti porrà sulla traccia, sappia che avrà per premio la libertà. Se poi cercasse d'ingannarti in questo affare, mettilo, senz'altro, alla prova dei tormenti. Io conosco i libri di Giorgio, se non tutti, molti davvero. Me li diede, infatti, quando io era in Cappadocia, per ricopiarli, e poi me li riprese».