Pare che il prefetto d'Egitto, che era quell'infelice Edichio che, poco più tardi, sentì tutta l'ira di Giuliano per non essersi mostrato abbastanza vigoroso contro Atanasio, non riuscisse felicemente nel suo incarico di raccogliere i libri del vescovo assassinato, e che anche la tortura inflitta al segretario non avesse giovato allo scopo. Infatti abbiamo, nell'epistolario, quest'altro bigliettino diretto a Porfirio, probabilmente un impiegato dell'amministrazione egiziana[419]. «Giorgio aveva una ricca e grande biblioteca. Vi erano libri di filosofia, d'ogni scuola, e molti di storia, e in quantità non minore i libri dei Galilei. Ricercando in fretta questa biblioteca, provvedi a spedirmela ad Antiochia, e ricordati che tu ti esporresti ad un grandissimo castigo, se non ponessi tutta la cura nel [pg!470] rintracciarla, e se non riescissi coi rimproveri, coi giuramenti d'ogni specie, e, se si tratta di schiavi, usando, senza risparmio, la tortura, ad obbligare tutti coloro che sono in sospetto di aver sottratti alcuni di quei libri a venire a riportarteli».

Davvero, per quanto possa parer ammirabile in un uomo, come Giuliano, un sì grande amore dei libri e della coltura, non è giustificabile, in nessun modo, questa violenza di procedimento che lo fa diventare tirannico e crudele. Qui, certo, c'è una grave macchia sul carattere del nostro eroe. Ma è un caso unico, crediamo, questo di un uomo potentissimo e saggio in ogni cosa, che perde la testa al punto di diventar iniquo..... per amore dei libri! Qui, c'è tutto l'uomo, con tutte le sue contraddizioni e con la sua meravigliosa versatilità. Ricordiamo che Giuliano si trovava in Antiochia, dove, in pochi mesi, doveva organizzare l'ardua spedizione di Persia, cosa a cui si applicava con tutta l'intensità di uno spirito nutrito di esperienza militare. Queste gravissime cure non gli impedivano, come vedemmo nel Misobarba, di polemizzare con gli Antiochesi, di occuparsi di infiniti affari religiosi ed amministrativi. Ma, in mezzo a tutte queste preoccupazioni, trovava ancora tanta libertà, tanta serenità di pensiero da sentir il desiderio di aver subito, presso di sè, la biblioteca filosofica del vescovo assassinato. In fondo, egli sarebbe stato più lieto di poter metter le mani su quei volumi, in parte già noti a lui, che gli richiamavano i suoi studi giovanili, di poter svolgere rispettosamente quei papiri che contenevano i tesori della sapienza antica, di scorrere i documenti meno noti della letteratura cristiana, onde combatterne più efficamente la dottrina, sarebbe stato, dico, più lieto di tutto ciò che delle [pg!471] pompe imperiali, e fors'anche, della futura e sperata vittoria contro il re di Persia. Singolare imperatore! Tanto più singolare, perchè le sue manìe di letterato e di erudito non gli toglievano di essere un eroico avventuriero, un grande capitano ed un saggio amministratore.

Se Giuliano non si fosse perduto nella sua utopia religiosa e non fosse corso incontro alla propria rovina, avrebbe saputo ricomporre l'impero sopra la base di un saggio governo e ridargli la prosperità come aveva fatto in Gallia. Nella convivenza che noi abbiamo avuto con lui, nei vari momenti della sua vita e sotto i molteplici aspetti con cui si rivelava, abbiamo avuto la più chiara prova del suo alto sentimento di giustizia che, non solo da Libanio, ma anche da quel giudice imparziale e sicuro che è Ammiano, gli è pienamente riconosciuto. Ed abbiamo anche veduto come uno de' suoi propositi più fermi fosse di condurre l'amministrazione della pubblica cosa e della Corte imperiale in modo che si togliessero gli spaventosi abusi che inquinavano lo Stato, e ne venisse un alleviamento delle gravezze sotto cui le popolazioni gemevano e si assottigliavano. La Gallia lo aveva salutato restauratore della pubblica fortuna, gli Ebrei erano sollevati dalle arbitrarie imposte di cui erano caricati; se l'impresa di Persia richiedeva ancora grandi contributi da parte dei sudditi, l'imperatore aveva dichiarato, come vedemmo da Libanio, che il suo ritorno vittorioso sarebbe stato il segnale di una riforma finanziaria che avrebbe ridonato il sangue nelle vene ormai esauste dell'economia dell'impero. L'epurazione radicale della Corte imperiale da lui compiuta, appena entrato in Costantinopoli, e la cacciata delle migliaia di parassiti che vi prosperavano a spese dei sudditi, se fu precipitato, secondo il parere di [pg!472] Ammiano e di Socrate, fu però salutare nei suoi effetti finanziari ed è la più eloquente affermazione della rettitudine del giovane imperatore. Finalmente la cura intensa con cui procurava di ottenere che nessuno si sottraesse alle cariche a cui era chiamato, e che fossero aboliti i privilegi, così da eguagliare tutti i cittadini nei rischi e nelle gravezze della pubblica amministrazione, cosa contro la quale i Cristiani, a cui i precedenti imperatori avevano largiti appunto quei privilegi, protestavano come se si trattasse di un'offesa ai loro diritti, non può non essere cordialmente approvata da ogni giudice imparziale.

Ma vi ha un atto amministrativo di Giuliano su cui vogliamo fermarci un istante, poichè ci dimostra la sollecitudine del pubblico bene da cui era inspirato ed anche la praticità dei provvedimenti a cui sapeva discendere dalle nubi delle speculazioni mitiche e dalle preoccupazioni di condottiero e di riformatore.

Noi vedemmo, più volte, nelle lettere e nei biglietti che Giuliano mandava agli amici, espressa la licenza di servirsi della vettura dello Stato. Nell'invito fatto all'ariano Aezio di venire da lui, gli concede l'uso di un cavallo di rinforzo. Queste curiose indicazioni si collegano a uno dei provvedimenti amministrativi che a Giuliano stavano più a cuore, il riordinamento del servizio postale dell'impero. Le comunicazioni fra le varie parti di un impero che comprendeva quasi tutto il mondo conosciuto erano rese possibili e relativamente facili da un sistema stradale ammirabile, il vanto maggiore dell'amministrazione romana. Su quelle strade era organizzato un vero servizio di trasporti e corrieri, di case di ricambio dei cavalli e di alloggio, che agevolava il traffico, come or si direbbe, governativo e privato. La spesa del mantenimento del sistema postale [pg!473] era sostenuta dalle provincie e dalle città per cui passavano le strade. Ora, l'abuso si era infiltrato, ben presto, anche in questo servizio, e, nei tempi precedenti il governo di Giuliano, era diventato tanto enorme da disordinarlo radicalmente. Tutte le autorità imperiali, grandi e piccine, distribuivano a chi loro garbava, facoltà di passaggio gratuito, evectiones, e le finanze municipali, già esauste, dovevano far le spese dei viaggi dei cittadini. I concilii, i sinodi vescovili che, sotto il regno di Costanzo, si succedevano con crescente frequenza, nelle sedi più lontane, ed a cui i prelati accorrevano a schiere, accompagnati dai loro seguaci teologici, in mezzo al lusso di un clero corrotto e dominatore, portavano, in special modo, lo scompiglio nell'andamento della posta ed obbligavano i contribuenti a spese enormi. Ammiano, con parole in cui si sente l'intenzione ironica, ci descrive «le caterve dei vescovi che correvano, innanzi e indietro, da un sinodo all'altro, con vetture e cavalli appartenenti al servizio pubblico» ed aggiunge che Costanzo era tanto intento nello sforzo di regolare a suo arbitrio il dogma teologico, da recidere i nervi del sistema postale — rei vehiculariæ succideret nervos[420]. Libanio fa una curiosa descrizione delle condizioni deplorevoli in cui era caduto il servizio per gli abusi spaventosi che lo scompigliavano. Le autorità cittadine non potevano più reggere alle esigenze dei richiedenti. Le bestie morivano per le fatiche; i mulattieri e i cavallanti scappavano sulle montagne per togliersi ad un lavoro diventato insopportabile[421].

Giuliano, appena insediato imperatore, mise, con mano fermissima, un freno agii abusi, e regolò con [pg!474] legge le prestazioni dei servizi gratuiti, le evectiones. Solo i governatori delle Provincie potevano accordarle. I magistrati inferiori ne avevano un numero limitato, e dovevano aver ricevuto, caso per caso, l'autorizzazione dell'imperatore. Gli effetti di questa riforma pare siano stati salutari e rapidissimi. Libanio, dopo averci fatta quella singolare descrizione e detto che i consigli municipali, che dovevano provvedere alle spese, erano del tutto rovinati, così continua: «Giuliano fermò tale abuso, proibendo i viaggi non strettamente necessari ed affermando essere egualmente pericoloso tanto il concedere come il ricevere questi servizi gratuiti. E si vide — egli continua con la sua solita esagerazione — una cosa incredibile, cioè che i mulattieri erano costretti ad esercitare i muli, i cavallanti i cavalli, poichè, come prima soffrivano pei cattivi trattamenti, ora soffrivano per l'eccesso dell'ozio»[422]. Fatta la dovuta parte all'iperbole dell'apologista, resta sempre un merito grandissimo di Giuliano nell'aver voluta e praticata una riforma così saggia e così civile. La diligenza scrupolosa con cui l'applicava si vede, appunto, nei pochi permessi per l'uso della posta pubblica ch'egli concede a qualcuno degli amici di cui desiderava la venuta. Si comprende che la legge di Giuliano doveva essere seriamente obbedita, se proprio era necessaria la parola diretta dell'imperatore per avere un favore che, poco prima, entrava nelle abitudini comuni.

La condotta di Giuliano, amministratore di un immenso impero, non è dunque meno ammirabile di quella di Giuliano duce di potenti eserciti ed organizzatore [pg!475] di grandi ed arrischiate imprese. Il solo errore da lui commesso, come amministratore, fu la violenza economica esercitata sul mercato d'Antiochia. All'infuori di questo errore, dovuto anch'esso alle buone intenzioni del principe e che, del resto, era la conseguenza dell'assoluta ignoranza delle leggi economiche in cui viveva la società antica, noi non troviamo nel troppo breve governo di Giuliano atto alcuno che non giustifichi l'asserto di Libanio che, se il tempo gli fosse stato concesso, egli avrebbe restaurata la prosperità di tutto l'impero come aveva fatto di quella della Gallia.

Della rettitudine e della bontà dell'uomo privato ci fanno fede le sue lettere di cui abbiamo veduto numerosi saggi, constatando che fine gentilezza d'animo fosse in questo giovane che pur aveva passati i suoi anni più belli fra le durezze delle guerre, nella vita degli accampamenti militari. Esiste, però, un punto della storia di Giuliano che rimane oscuro, intorno al quale i suoi stessi contemporanei, brancolando nell'incertezza, hanno tessuto una rete di sospetti e di leggende. Io voglio parlare delle relazioni di Giuliano coll'imperatrice Eusebia, e del suo contegno con la moglie Elena. Già vedemmo come Ammiano Marcellino, pur tanto amico di Giuliano ed ammiratore di Eusebia, accusi apertamente costei d'aver uccisa Elena, per mezzo di un lento veleno propinatole, dice il buon Ammiano, per attenuarne la responsabilità, allo scopo di impedire che avesse figli. E vedemmo anche come fossero diffuse voci più calunniose, secondo le quali Giuliano stesso avrebbe, con l'aiuto di un medico, avvelenata la moglie[423]. A Libanio riesce cosa [pg!476] facile il distruggere quest'ultima accusa. Ma il fatto stesso che l'accusa si era sparsa, unito all'altro della notizia curiosa che ci è data da Ammiano, dimostra che, se non nel popolo, almeno nell'ambiente della Corte, si sospettava che un dramma d'amore si fosse intrecciato nelle vicende del giovane principe. Dissi nell'ambiente della Corte, poichè se lo scandaloso racconto fosse uscito dal cerchio dei cortigiani e fosse corso nel popolo, sarebbe giunto all'orecchio di Gregorio, al quale avrebbe fornito un motivo oratorio veramente prezioso, ed è facile imaginarsi con quanta gioia il terribile polemista ne avrebbe fatto argomento di un'eloquente invettiva[424].

Se noi guardiamo un po' addentro in questo oscuro episodio, troviamo che il sospetto può nascere non tanto dalle relazioni palesi di Giuliano con la cugina Eusebia quanto dal suo contegno verso la moglie Elena. Giuliano, come sappiamo,[425] fu due volte a Milano, durante il soggiorno della bella imperatrice, la prima nel 354, chiamatovi, dopo la morte del fratello Gallo, per esservi processato e certamente ucciso, se Eusebia non fosse intervenuta. Giuliano fu relegato a Como e poi mandato ad Atene; la seconda volta, sul finir del 355, [pg!477] per esser investito dell'autorità di Cesare, sempre per l'influenza che Eusebia aveva sul marito. Ora, che, durante queste due dimore, il principe potesse avere coll'imperatrice relazioni segrete pare estremamente improbabile. La corte di Costanzo era popolata di nemici acerrimi di Giuliano che spiavano ogni suo movimento e che avrebbero colto al volo l'occasione per rovinare, nell'animo dell'imperatore, l'odiato principe e, insieme a lui, la donna audace della quale l'innamorato Costanzo subiva il fascino irresistibile. Giuliano, nel suo panegirico di Eusebia, parla di lei come di un'apparizione divina, davanti alla quale egli prova un sentimento di timorosa riverenza e di profonda gratitudine. Vi si sente la parola di un suddito devoto, non già quella di un amante infervorato. Ma, si potrebbe dire, il panegirico era un documento ufficiale e Giuliano non poteva tradir sè stesso ed Eusebia. Il riserbo era imposto dalla più elementare prudenza. Ma di importanza capitale è il racconto che ci fa Giuliano, nel manifesto agli Ateniesi, della sua esitanza a mandare una lettera all'imperatrice nei giorni in cui si trattava della sua elezione a Cesare[426], pel timore che la lettera potesse essere scoperta. Qui Giuliano dice indubbiamente la verità. Eusebia, nel 361, quando Giuliano scriveva il manifesto, era morta. Giuliano era un ribelle dichiarato e nessun ritegno poteva frenargli la parola, nessuna ragione di prudenza consigliarlo a velare la verità. Noi pertanto dobbiamo credergli quando afferma che le relazioni con Eusebia erano così poco confidenziali ch'egli non solo non poteva parlarle, ma non osava nemmeno mandarle un biglietto. [pg!478] Dunque nessuna intimità, e, meno ancora, nessun intrigo amoroso è mai esistito fra i due cugini. La loro vicendevole simpatia doveva venire, più che da altro, dalla comunanza delle aspirazioni intellettuali. Eusebia, nata in Macedonia, usciva da una famiglia greca ed era stata allevata in Grecia, in mezzo alle tradizioni ed alle abitudini della coltura antica; così che, oltre alla bellezza, portava in dote, come dice Giuliano, una retta educazione ed un intelletto elegante[427]. Sposata ad un imperatore cristiano, entrata in una Corte in cui i grandi dignitari dell'Arianesimo dominavano sovrani, essa avrà seguito necessariamente l'indirizzo religioso di coloro che la circondavano. Ma le sue preferenze intellettuali dovevano essere per l'Ellenismo in cui era cresciuta. Ora, per quanto Giuliano fosse rimasto lontano dalla Corte, vi dovevano essere note la sua passione per lo studio e le sue relazioni coi filosofi del tempo. Eusebia, pertanto, vedeva in Giuliano un greco genuino, ne comprendeva le aspirazioni, ne ammirava le attitudini. Da qui in lei il desiderio di salvarlo dall'uragano di barbarie cristiana che minacciava di sommergerlo. Giuliano stesso, nel suo panegirico d'Eusebia, spiega appunto in questo modo la protezione per lui: «Essa, egli dice, mi divenne promotrice di tanti beni, perchè ha voluto onorare in me il nome della filosofia. Questo nome era stato, non so come, applicato a me che, certo, amo fervidamente la cosa, ma che poi tralasciai di praticarla. Ma essa onorava il nome. Io non trovo nè posso immaginare altra causa per la quale mi fu così efficace ajutatrice e vera salvatrice, adoperandosi, con ogni sforzo, per conservarmi intatta la benevolenza dell'imperatore...[428]» È ad Eusebia [pg!479] che Giuliano deve ciò ch'egli considera la sua più grande fortuna, di essere, cioè, mandato ad Atene, a sprofondarsi negli studii: è Eusebia, che, come sappiamo, fornisce a Giuliano, partente per la Gallia, quella ricca e svariata biblioteca, per la quale la Gallia si è trasformata, come egli dice, in un Museo di libri greci[429].