❦
Cerchiamo, primieramente, di abbracciare con uno sguardo il gran quadro di cui abbiamo esaminate le varie parti. Il Cristianesimo era riuscito vittorioso [pg!487] dell'antica civiltà, perchè aveva portati nel mondo due principî essenzialmente novatori, i quali rispondevano alle condizioni ed ai bisogni del tempo. In una mano portava il monoteismo, diventato indispensabile ad un mondo pel quale l'antico politeismo si era ormai vuotato d'ogni sostanza; nell'altra mano portava una legge morale che urtava contro l'antica organizzazione della società basata sulla prepotenza della forza, una legge che glorificava la debolezza e la sventura, ed avrebbe dovuto inaugurare una nuova società basata sull'amore e sulla coscienza della fratellanza umana. Se non che, il Cristianesimo, adoperando come due leve quei due principî novatori, ha potuto compiere la parte negativa del suo programma, ha potuto smuovere dai cardini e rovesciare l'antica civiltà, ma non ha potuto compiere la parte positiva, così che il giorno in cui, uscito vincitore dalla lotta secolare da lui eroicamente affrontata, istituiva una nuova società, questa si fondava ancora sulla prepotenza della forza, sulla violenza e sul sopruso, e la sua legge divina rimaneva un ideale luminoso, ma senza efficacia diretta sulle azioni dell'uomo. Quale la ragione di questo strano fenomeno? Perchè mai, abbattuta l'iniquità antica da un Vangelo divino, sorgeva una nuova iniquità più tenebrosa di quella che era stata combattuta e sconfitta? La ragione di quel fenomeno storico è che l'imperativo categorico di una legge morale non si trova già all'infuori e al di sopra dell'umanità, si trova, bensì, dentro di essa, nella condizione essenziale del suo spirito in un dato momento storico, e nella conseguente necessità della sua organizzazione. Non è la legge morale che rinnova la società, è la società già rinnovata che s'impone la legge morale. Ora, una società non si rinnova, se non si rinnova il suo modo di comprendere [pg!488] sè stessa e l'universo. Fin quando esisteva il concetto antropomorfico della divinità, ed il concetto antropo e geocentrico dell'universo, l'umanità poteva cambiar di veste, ma, nella sostanza, doveva rimanere sempre eguale a sè stessa. Posto il concetto di un Potere soprannaturale e soprarazionale, di un trascendente dotato di un arbitrio assoluto, l'umanità avrebbe sempre trovato il modo di eludere la legge che le era pesante, di piegare quel Potere alle sue passioni, di farlo venire a patti, di dare alla forma esterna il valore di un compenso contrattuale. Il rinnovamento della società non poteva verificarsi se non quando al concetto di un arbitrio soprannaturale venisse a sostituirsi il concetto del determinismo inalterabile di un sistema naturale. Bisogna che l'umanità ponga sè stessa e l'universo nel vero per organizzarsi con una legge a cui non possa sottrarsi. La legge morale che il Cristo ha rivelata è la più sublime di tutte, è, anzi, assolutamente perfetta, ma quella legge, appunto perchè moralmente basata sul vero, doveva rimanere inefficace in un mondo intellettualmente basato sul falso.
Giuliano, venuto al trono dopo mezzo secolo di Cristianesimo vittorioso, trovava il vizio ed il delitto dominanti nella Corte, le lotte intestine squarcianti la Chiesa ed il Clero, una profonda corruzione in tutte le membra dell'impero cristiano. Egli s'illuse di poter salvare la civiltà e di moralizzare il mondo, ritornando all'antico e fondando una specie di Paganesimo cristianizzato. Giuliano, pertanto, non può dirsi un retrogrado perchè, da una parte, cercava di ridurre ad un gerarchia monoteista il panteon ellenico, e, d'altra parte, riconosceva il valore delle virtù che il Cristianesimo avrebbe dovuto diffondere nell'umanità. Ma non può dirsi nemmeno un ingegno novatore, [pg!489] perchè non ha saputo portare nel mondo nessun nuovo principio intellettuale, non voleva che rivestire delle forme antiche quegli stessi principî teologici e morali che il Cristianesimo aveva proclamati, quei principî che gli avevano data la vittoria. Per iniziare una rivoluzione veramente geniale e feconda, Giuliano avrebbe dovuto farsi promotore di una religione senza sacrifici e senza culto, ed, intuendo la possibilità di sollevare il mondo e l'uomo dal terrore di un arbitrio trascendente ed assoluto e dai ceppi della superstizione, avrebbe dovuto porre le basi di una civiltà che s'innalzasse sulla ragione e sulla scienza. Ma di tutto ciò Giuliano non ebbe nemmeno il più lieve sentore.
❦
Il Cristianesimo, quale è apparso in Palestina, nella persona e nell'insegnamento del suo fondatore, era la pura espressione di un sentimento morale, l'aspirazione ad un ideale di giustizia, una protesta terribilmente eloquente nella sua mitezza contro le iniquità del mondo. La predicazione di Gesù, tanto originale pel soffio affascinante di poesia che l'animava e per la squisita semplicità della forma, continuava il solco già iniziato dai grandi profeti del tempo della decadenza d'Israele, i quali ponevano nella conversione alla santità della vita la condizione del risorgimento del loro popolo. Per Gesù, ed è qui che sta propriamente la novità divina del suo Vangelo, la santità della vita si esplicava nel concetto della fratellanza di tutti gli uomini davanti ad un unico Padre, e, di conseguenza, nella condanna della prepotenza e dell'abuso della forza, nell'esaltazione degli umili, dei sofferenti, degli offesi.
[pg!490]
Il primitivo insegnamento cristiano constava di due buone novelle, per l'efficacia delle quali ha potuto sprofondare le radici anche in quei suoli, che in apparenza, non gli erano adatti, perchè mancanti di ogni lavoro di tradizioni preparatorie. In primo luogo, annunciava un'imminente trasformazione che avrebbe cangiata la faccia del mondo, puniti gli oppressori, sollevati gli oppressi. In secondo luogo, affermava la rivelazione di una persona divina, che aveva avuta un'esistenza storica, che era una persona ben determinata e concreta, sulla cui esistenza non era alcun dubbio, in cui, pertanto, si poteva credere con una sicurezza, la quale faceva ormai completamente difetto alle esaurite divinità dell'Olimpo ellenico. Con la prima promessa, il Cristianesimo calmava la sete di giustizia da cui era tormentato un mondo soffocato dall'abuso della forza, eretta in diritto, mentre, con la rivelazione del Cristo divino, rispondeva all'aspirazione di quello stesso mondo di aver un Dio, in cui potesse credere, da sostituire agli dei antichi, nei quali non credeva più. E, quando poi si vedeva questo Dio prendere sopra di sè tutte le miserie umane e morir perseguitato, come l'ultimo degli schiavi, l'apoteosi della sventura era compiuta, e il Cristianesimo diventava naturalmente la religione a cui accorrevano tutti gli infelici.
Pertanto, il Cristianesimo, nel periodo primitivo della sua esistenza, era una religione essenzialmente morale e tutta di sentimento. Paolo, è vero, appena convertito, aveva cercato di dare una spiegazione razionale al processo della redenzione. Mente logica per eccellenza, Paolo non si è convertito, se non quando quel processo fu ben chiaro in lui. Ma il pensiero paoliniano rimase, per molto tempo, più che altro, un [pg!491] fatto personale, e non pare che abbia esercitata, se non molto più tardi, una grande influenza sullo svolgimento dottrinario del Cristianesimo. Era l'azione della sua persona, del suo spirito, della sua volontà, era l'annuncio della imminente rigenerazione del mondo per la ricomparsa del Cristo, salvatore degli oppressi, la buona novella che chiamava alla nuova dottrina le turbe dei credenti. Per quasi un secolo e mezzo, il Cristianesimo, si mantenne in questo ambiente di fede semplice, all'infuori di ogni apparato di dottrina sistematica. Coloro che si chiamavano Cristiani non avevano di comune che una fede monoteista, fondata sulla rivelazione di Dio, avvenuta nel Cristo, la speranza di una vita eterna, garantita dal Cristo, e la coscienza del dovere, assunto col battesimo, di tenere una condotta rispondente all'esempio, lasciato dal Cristo. Gli scritti cristiani, anteriori alla seconda metà del secolo secondo, la διδαχή, la prima lettera di Clemente, le lettere d'Ignazio, gli scritti di Papia, la lettera di Barnaba, mostrano la completa assenza di ogni apparato dottrinario nel Cristianesimo primitivo, il quale non era, in fondo, che una norma di condotta appoggiata, ad alcune verità e, sopratutto, ad alcune promesse rivelate dal Cristo. Quei Cristiani primitivi vivevano, con tutta l'anima, nella loro fede, e non sentivano alcun bisogno di rappresentarsela con un complesso di dottrine determinate. Qual'era la dogmatica di quei Cristiani? Ce lo dice Barnaba[436]. «Tre sono i dogmi del Signore, la speranza... la giustizia... l'amore». E nella chiusa della sua lettera, nel descrivere [pg!492] le due vie che si aprono al credente, la via della luce e la via delle tenebre, egli traccia un programma il quale non è che l'eco fedele della morale evangelica, in cui non è neppur l'ombra di un principio dottrinario[437].
Una prova singolarmente interessante della povertà delle dottrine filosofiche nel Cristianesimo genuino, fino alla seconda metà del secolo secondo, la troviamo nell'Ottavio di Minucio Felice. Al tempo degli Antonini, e precisamente sotto il regno di Marco Aurelio, durante il quale avvenne la composizione di quel dialogo, il Cristianesimo cominciava ad aver le sue reclute anche nella classe colta della società romana. Minucio Felice era un avvocato di grido, un oratore ciceroniano, uno scrittore elegante, un filosofo erudito. La sua difesa del Cristianesimo ci dà, pertanto, una idea esatta di ciò che fosse il Cristianesimo per quegli spiriti colti. Ebbene, il Cristianesimo di Minucio Felice non è che un deismo monoteista estremamente semplice e razionale, che non conosce neppur le prime linee di un sistema teologico e metafisico, che abborre le esteriorità del culto, che pone in diretto contatto con Dio la coscienza dell'uomo. «Qui innocentiam colit, deo supplicat; qui junstitiam, deo libat; qui fraudibus abstinet, propitiat deum; qui hominem periculo subripit, deo optimam victimam cedit. Hæc nostra sacrificia, hæc dei sacra sunt. Sic apud nos religiosior est ille qui justior»[438]. Era l'alta moralità del Cristianesimo, era la razionalità dell'idea monoteista, era, infine, la semplicità del culto, ciò che costituiva [pg!493] per gli spiriti eletti l'attrattiva del Cristianesimo nascente. L'indole positiva dell'ingegno latino impediva la fioritura dei parassiti metafisici.
Se non che, nel mondo ellenico, il Cristianesimo non poteva conservarsi in questo stato di semplicità dogmatica. La mente greca era tutta imbevuta di speculazione metafisica. Non era, dunque, possibile che la religione, cioè un'istituzione in cui è rappresentato il vincolo che unisce il mondo alla sua causa, potesse conservarsi estranea alla metafisica. Era, anzi, fatale che diventasse essa pure una metafisica. Questa sorte era già toccata allo stesso Giudaismo che, pure, in origine, al pari della religione di Maometto, era completamente impervio alla speculazione filosofica. Bastò che il Giudaismo si allargasse, con le sue colonie, nel mondo greco, perchè dovesse piegarsi all'efficacia trasformatrice del pensiero filosofico, e costituisse, sulla base del logos filoniano, una vera e propria metafisica. Fu in questo ambiente di ebraismo ellenizzato che lo scrittore del Vangelo giovannico attinse l'identificazione del Cristo col logos, e così aperse la porta alla speculazione filosofica che doveva in breve impadronirsi della religione. Il Gnosticismo fu il primo frutto del connubio del Cristianesimo col mondo greco. Il Gnosticismo cristiano, che probabilmente ebbe le sue radici in un Gnosticismo ebraico, in cui era degenerata la filosofia filoniana, fu una specie di Neoplatonismo anticipato, una metafisica fantastica e curiosa che si attortigliava intorno all'idea del logos, e la soffocava con le sue frondi lussureggianti. Nel Gnosticismo, il Cristianesimo, perdendo il suo carattere di rivelazione di un principio rigeneratore dell'anima umana, si trasformava in una complicata cosmologia, in cui il processo di creazione si risolveva in un dualismo [pg!494] divino, fra i termini estremi si intrometteva una gerarchia di spiriti e di divinità minori, sulla quale primeggiava il logos, emanazione immediata del Dio supremo.