La civiltà non è un fenomeno di sentimento, è un fenomeno essenzialmente intellettuale. L'uomo non esercita la virtù, che vuol dire non agisce pel rispetto e per l'amore verso gli altri uomini, perchè questo rispetto e questo amore glielo si insegni o lo si predichi; è necessario, onde questo avvenga, che i doveri della solidarietà umana gli si impongano, nell'ambiente [pg!512] in cui vive, con un determinismo casuale a cui non possa sottrarsi. Noi vedemmo come l'uomo, ricreando idealmente il mondo nel suo pensiero, prima che albeggiasse la conoscenza scientifica, non ricreava, col prodotto dei suoi sensi imperfetti, che un tessuto di errori, di larve, di fantasie. E, su questa base ideale, per quanto falsa, si organizzava la società. Il Cristianesimo ha gittato nel mondo il principio della fratellanza umana che, facendo tutti gli uomini solidali gli uni degli altri, avrebbe dovuto inaugurare il regno della Giustizia. Ma il Cristianesimo non diradava le tenebre in cui brancolava la ragione, e, pertanto, lasciava intatta la fallace creazione ideale, su cui si fondava la compagine della società. La sua opera non poteva, nei riguardi del progresso umano, che essere infeconda, perchè la verità di sentimento, che aveva portata nel mondo, era isterilita dall'errore intellettuale contro cui veniva ad urtarsi. Affinchè il principio vero della solidarietà umana si evolva sicuramente è necessario che l'umanità posi sul vero; è necessario che il mondo ideale che essa porta nel pensiero riproduca il mondo della realtà. Rendere possibile la rispondenza del mondo ideale al mondo della realtà, ecco l'ufficio della conoscenza scientifica. Ed ecco perchè noi assistiamo al fenomeno in apparenza singolare, eppur naturale nella sua essenza, che i principî morali posti dal Cristianesimo, calpestati durante i secoli nei quali il Cristianesimo dominava come religione indiscussa e indiscutibile, si rivelano viventi ed efficaci oggi che il Cristianesimo è diventato una religione discutibile e discussa. Le virtù fondamentali del Cristianesimo, la carità, la fratellanza, il rispetto dei deboli, in quei secoli tenebrosi, allignavano, qua e là, in qualche anima eletta, nella cella di qualche cenobita; [pg!513] l'umanità ricorreva, di quando in quando, a quelle virtù, come ad un empiastro pe' suoi mali. Ma la violenza, il sopruso, la crudeltà erano il diritto riconosciuto, incontestato del più forte. Oggi le cose sono radicalmente mutate. La necessità delle virtù che il Cristianesimo impone è sentita anche da coloro che gli si ribellano contro, e si veggono spuntare gli albori lontani di un tempo più sereno, sebbene pel cielo, corrano ancora, a grandi masse, le nuvole tempestose e la società sia ancor tutta una lotta in cui la forza, troppo spesso, preme il diritto. Nel mondo dello spirito non v'ha fenomeno più grande di questa permanenza dell'ideale cristiano, per la quale quei principi morali che furono posti dal Cristianesimo, venti secoli or sono, e che ne costituiscono l'essenza, sono diventati così potenti e luminosi che oramai non si può imaginare una società, la quale non sia basata sovra di essi, e si riconosce che il progresso sociale porta con sè la loro applicazione.
L'uomo antico professava un concetto dell'universo, attinto alla speculazione metafisica dei grandi pensatori di Grecia. Il Cristiano professava un concetto della vita orientato secondo la rivelazione divina di una norma morale. La Chiesa riuscì a riunire forzatamente quei due concetti in un tutto organico. Tale riunione era necessaria per la vittoria del Cristianesimo, ma, in essa, il concetto morale fu sacrificato al concetto filosofico, e ne venne una società in cui l'idealità morale del Cristianesimo era calpestata da quelli stessi che avrebbero dovuto realizzarla. Caduto il concetto filosofico dell'antichità davanti al concetto scientifico del pensiero moderno, ecco riappare vivente il genuino ideale cristiano, e riappare appunto perchè contiene i germi di un'eterna verità.
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Questa cristianizzazione della società, che si manifesta coll'orrore che oggi ispira la guerra, un tempo condizione normale dell'umanità, e col sentimento crescente dei doveri che avvincono l'uomo ai suoi simili, così che cresce insieme il sentimento della responsabilità che compete ad ognuno nella vita solidale della società, è dunque, un fenomeno che indirettamente dipende dall'indirizzo scientifico che nel secolo decimonono, fu preso dalla civiltà. La conoscenza razionale, della realtà, mettendo in fuga gli errori e le larve, rende l'uomo capace di rappresentare idealmente, nel suo pensiero, un universo vero, e, siccome, in questa rappresentazione, il concetto della solidarietà di tutte le manifestazioni della vita acquista un'efficacia sempre maggiore, così si crea una condizione di cose in cui le verità morali intuite dal Cristianesimo primitivo s'impongono come un dovere necessario, come un imperativo categorico a cui l'uomo sempre più difficilmente trova il modo di sottrarsi.
Se l'antichità, insieme alla sua sapienza organizzatrice, alla poesia ed alle arti, avesse avuto lo spirito scientifico, avesse potuto creare la scienza oggettiva, la scienza che investiga l'universo con l'osservazione e l'esperienza, scopre le leggi inalterabili che lo reggono, e se ne serve per domare la natura ed aggiogarla al proprio servizio, la civiltà non avrebbe avuto oscuramento; le invasioni barbariche sarebbero state respinte, e l'incivilimento del mondo, in luogo di discendere in una curva profonda, per poi risalire alla vetta del pensiero moderno, avrebbe seguito una linea sempre ascendente, guadagnando alcuni secoli al progresso umano. Tale mancanza di indirizzo scientifico nella civiltà antica pare strana quando si vede come di quell'indirizzo essa abbia avuto il sentore. [pg!515] La mente d'Aristotele poneva il principio dell'esistenza di una legge intrinseca all'universo, considerato come il prodotto di un processo di moto investigabile e determinabile dal pensiero umano. E quando ricordiamo come Euclide avesse già affinato e perfezionato, in grado eccellente, quello strumento indispensabile nelle ricerche intorno alla natura, che è la matematica; come Archimede avesse scoperte alcune fra le leggi principali della meccanica e della fisica; come ad Erone fosse già balenata l'idea di servirsi del vapore, quale forza motrice; come Ipparco e Tolomeo avessero applicato il calcolo alle osservazioni dei fenomeni celesti, e Galeno avesse fatte profonde osservazioni di anatomia e di fisiologia, dobbiamo riconoscere che il pensiero antico, dopo di essere arrivato fin sulla soglia della conoscenza oggettiva, si è fermato, e non ha saputo entrare nel santuario. La causa di tale funesta fermata, la quale, togliendo alla società antica la possibilità di rinnovarsi e di progredire, l'ha condannata ad un'inevitabile decadenza, io credo deva esser cercata nell'organizzazione di quella società, basata essenzialmente sulla schiavitù. La macchina del mondo antico era alimentata dalla forza materiale dell'uomo stoltamente sciupata in un lavoro servile ancora. Da qui la conseguenza che, essendo il lavoro imposto e non giovando a chi lo produceva, mancava l'impulso per giungere da un risultato migliore ad un altro migliore ancora. Tutto rimaneva rinchiuso, pietrificato in date forme che non contenevano nessun germe di continua e vitale trasformazione. La scienza fornisce al lavoro i mezzi per progredire; ma il lavoro, quando si giova di quei mezzi, reagisce, a sua volta, sulla scienza, la trattiene sulla via dell'esperienza, la spinge a trarre dalle sue scoperte tutte le conseguenze che vi sono latenti. L'ineguaglianza [pg!516] dei diritti umani e la conseguente mancanza della libertà del lavoro produssero l'effetto che l'attività umana trovò sbarrate le vie che era pur chiamata a percorrere, e così andò perduta una forza preziosa la quale, se avesse potuto svolgersi liberamente, avrebbe trasformato il mondo ed avrebbe fatta partecipe la società antica di quel continuo incremento nei mezzi di padroneggiare la natura, da cui viene la possibilità del progresso. Le società antiche erano basate unicamente sulla robustezza dell'indole; ma l'indole, nelle vittorie, nella prosperità, si corrompeva, ed esse percorsero rapidamente a ritroso tutta la via su cui si erano avanzate, e si consumarono in una decadenza da cui nulla valeva a sollevarle.
Tale decadenza non era stata, in nessun modo, rallentata dal Cristianesimo. Anzi, esso l'aveva precipitata, sconvolgendo le basi religiose e patriottiche su cui posava la vita civile dell'Impero. Il Cristianesimo aveva razionalizzata la morale portando nel mondo i principi della fratellanza e della giustizia, ma non aveva razionalizzata la rappresentazione ideale del pensiero umano, nella quale, anzi, aveva reso ancor più forte e predominante il concetto del soprannaturale.
Il Cristianesimo, diventato una Chiesa costituita e onnipotente, ha dato a questo concetto una forma vigorosamente dogmatica e ne fece uno strumento per rinchiudere il pensiero entro insuperabili barriere e per togliergli ogni libertà di movimento. Ora la libertà del pensiero e la libertà del lavoro sono, e l'una e l'altra, fattori essenziali della conoscenza scientifica della realtà; senza di essi non vi ha civiltà progressiva e non vi ha moralità sicura. Il mondo antico non conobbe la libertà del lavoro, il mondo cristiano non [pg!517] conobbe la libertà del pensiero. Pertanto, nè l'uno nè l'altro di quei mondi ebbe una civiltà progressiva. Questa non cominciò ad albeggiare, se non quel giorno in cui quelle due libertà, alleandosi in un indirizzo comune, hanno aperta allo spirito umano la via per giungere alla conoscenza razionale e per attenuare, se non per distruggere radicalmente, le illusioni antropocentriche ed antropomorfiche per cui l'uomo ricrea nella sua mente, con un'imagine falsa, perchè basata sovra un'idea errata, il mondo della realtà.
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L'impresa tentata dall'imperatore Giuliano di fermare il Cristianesimo e di far tornare il mondo al Politeismo ellenico, di sostituire l'Ellenismo al Cristianesimo, è interessante perchè è un sintomo ed una prova della corruzione in cui era caduto il Cristianesimo stesso, quando, al sicuro della persecuzione ed, anzi, riconosciuto come istituzione legale e come strumento di regno, non ebbe più intorno a sè quelle condizioni a cui era dovuta la sua virtù. Ma l'impresa di Giuliano è condannabile dal punto di vista filosofico e storico. Dal punto di vista filosofico perchè non indicava neppur lontanamente un pensiero che accennasse ad uscire dalla ferrea cornice delle idee del tempo, non rappresentava che un atteggiamento, lievemente diverso, di un pensiero che, nel fondo, restava identico a sè stesso, tendeva, anzi, a sprofondare sempre più la ragione umana nelle tenebre dense e non rischiarabili dell'irrazionale ed a sostituire al fecondo principio religioso del Cristianesimo lo sterile formalismo di larve senza vita. Non ebbe nessun valore storico, perchè passò come un sogno effimero; [pg!518] non lasciò e non poteva lasciar traccia alcuna. Non fu che un segno dei tempi, un segno che il mondo antico precipitava a rovina, e che, sulla rovina, sarebbe rimasto ritto solo il Cristianesimo, vincitore dei barbari stessi, ai quali avrebbe trasmesse le misere reliquie di una civiltà di cui era stato l'unico erede, dopo averla sconfitta, di quella civiltà per salvar la quale l'infelice Giuliano aveva voluto risollevare dalla tomba le schiere esauste degli Dei dell'Ellade.
Ma, se il tentativo era folle e destinato a perire, se rivela uno strano acciecamento in chi lo promuoveva, se ci fa sorridere questo furore di misticismo superstizioso in un uomo che pretendeva di combattere il Cristianesimo, e sorridere non meno l'illusione di questo pensatore che non si accorge di aggirarsi col suo nemico in uno stesso cerchio di pensiero, se troviamo riprovevole il pregiudizio intellettuale che non gli permetteva di discernere, sotto la corruzione del Cristianesimo, il principio vivificatore che il Cristianesimo portava nel mondo, non possiamo chiudere l'animo nostro alla simpatia per l'uomo, che, scomparso così giovane, ha trovato il tempo di lasciare, in sè stesso, un mirabile esempio d'eroismo, d'entusiasmo e di fede, che ha posto a servizio di un'idea la sua fortuna e l'immenso potere da lui conquistato, che, poeta e soldato, impavido ad ogni minaccia, perseguitato e misero nei primi anni giovanili, poi, d'un colpo, al fastigio della gloria e della potenza, ha serbata quasi sempre intatta la serena padronanza del pensiero e della volontà, ha sempre tenuto fisso lo sguardo all'idea che era il faro della sua vita. L'imperatore Giuliano ci appare come un'imagine fuggitiva e luminosa all'orizzonte, sotto cui era già tramontato l'astro di quella Grecia, che era per lui la [pg!519] Terra santa della civiltà, la madre di quanto v'ha, nel mondo, di bello e di buono, di quella Grecia che con figliale ed entusiastico affetto egli chiamava la vera patria — τὴν άληθινήν πατρίδα!