—Nessuno oserà profanare la pace delle tombe.
E seguito dallo zio Pierio uscì all'aperto; toltosi alla vista degli affollati, ripercorse il tratto di via che separa Curcoraggio dal cimitero, e trovatine aperti i cancelli entrovvi. Giaimo, meno sbalordito del giovane, pensò chiuder le porte, e ciò fatto raggiunse il nipote, il quale s'era già inginocchiato appiè del tumulo che raccoglieva le spoglie dell'amata sorella e lasciava libero lo sfogo al torrente delle lagrime. I due superstiti rimasero raccolti in estatica e gemebonda contemplazione lunga pezza, e soltanto si scossero allorchè il rumore precipitato di molti passi e un sordo mormorio poco lontano richiamolli alla realtà dell'esistenza. Zio e nipote, come destandosi tutto spaventati, divinarono il destino che li aspettava, e piantatisi ritti e minacciosi sulla terra benedetta dalle ossa di Zelmira si prepararono a difenderla.
Azzo Carbonera, scortato da venti soldati, apparve infatto al cancello. Tentò aprirlo, e veduto il fuggiasco gli gridò in tuono minaccioso:
—Aprite alla legge. Aprite!
—Giammai!—rispose con voce ferma Pierio, e cacciate le mani sotto la giubba ne cavò un coltello che brandì risoluto.
Giaimo veduta l'arme ne gioì, e coi pugni serrati si mise a lato del nipote.
—Da bravo, Pierio; fa onore alla memoria di Bizco!
Azzo allora ordinò che si scardinasse il cancello, e molti uomini fatta leva dei ferri ben presto l'ebbero messo a terra. Tolta l'unica barriera che inciampasse loro la via, i soldati precipitarono verso il tumulo, ed alcuni avrebbero fatto fuoco, se Carbonara precorrendoli non comandava s'arrestassero e nessuno usasse dell'armi. S'avanzò solo, e riconosciuto Pierio, gli disse corrucciato:
—Arrenditi, galeotto.
—No.