—Seguimi!

E i due fuggitivi a passi concitati partirono.

Se non che un lontano e vago rumore, il quale accresceva e s'avvicinava soffermolli. A guisa della bufera, che sbucando dai monti, segnala il suo arrivo col cupo rimbombo dei tuoni ripetuti e ripercossi dagli echi prolungati e rischiara le tenebre addensate col guizzo replicato dei lampi, quel rumore andava vieppiù aumentando, s'allargava, si faceva distinto e vivo, e qui e là interrotto da spari improvvisi ricordava le sommosse di popolo inferocito ed assetato di sangue. Un urlo di trionfo d'un tratto scoppiò, e poco dopo il cozzo incomposto dell'armi colpì chiaro e sonoro le orecchie di Fuoco e Bino. E nell'istante medesimo Cletto di Villalba sbucava dal viale al grido di: Viva la patria!

III.

Allora appunto Pardo abbandonava Sutera. Abbigliato da viaggio, colla fedel carabina ad armacollo, col valigiotto sospeso qual zaino alle spalle, egli ai primi albori uscì dalla casa e per via rimota raggiunse il fiume. Ed allorchè si fu messo sul sentiero che lo costeggia voltosi alla giovin donna che lo seguiva, così abbracciandola singhiozzò:

—Ritorna al paese Iza ed abbi cura della vecchia Rosalia. Non guardarmi sì mesta… mi fai piangere…. suvvia, cara, lasciami. Fra non molto rivedrò questi monti… ed allora, oh sì, Iza, grande, assai grande, sarà la mia gioia nel baciarti! Vattene, riedi a Sutera.

—Oh Pardo!… le lagrime mi fanno intoppo… qui… Oh, addio, ritorna presto… e dovunque ti celi ricordati della sposa…

—Oh Iza, e come potrei scordarti?

—Pardo, Pardo, addio!

—Iza, Iza, addio, addio!