Il primo oggetto che chiama l'attenzione di chi s'inoltra in quella spaziosa e bella via Giulia, il primo pensiero che occupa la mente è l'edifizio delle Carceri Nove; e l'idea degli infelici che là dentro espiano l'amore della patria, turba l'anima siffattamente, che la bellezza scenografica della strada non è più ammirata nè avvertita.

Non è già che le Carceri Nove siano le sole carceri politiche di Roma. Dal Castello Sant'Angelo fino all'ultimo convento di frati; non v'ha in Roma un angolo che non sia stato adoperato dal governo dei preti a torturare un'anima generosa, a comprimere i palpiti più vitali di un cuore.

Quanto ai detenuti politici, la giustizia dei papi aveva edificato a posta per essi il vastissimo carcere di San Michele, nel quale dovevano starsi imprigionati insieme alle donne di mala vita. Strano concetto che dimostra la nequitosa malizia della Curia romana! Il carcere di San Michele fu destinato ai rei di stato, e alle femmine di mala vita!

I chiercuti carnefici credevano d'infamare i patrioti, accomunando il loro destino a quello delle prostitute. Stolti! la gemma della virtù rifulge più bella in mezzo alle sozzure del fango: e l'infamia ricade tutta sul capo di coloro che tentarono avvilirla.

Del resto, per quanto vasto il carcere di San Michele, non bastò ai detenuti politici nella felicissima capitale del mondo cattolico, e non bastò nemmeno la succursale di quel carcere, inaugurata per vezzo pretino col nome di San Micheletto. Non bastò il forte di Paliano, scelto con sottile perfidia per l'espiazione delle condanne politiche nel luogo più insalubre e mortifero dell'agro romano, perchè le febbri maligne ajutassero e affrettassero l'opera micidiale degli aguzzini.

In breve, tutte le prigioni di Roma furono occupate dai carcerati per delitto di lesa maestà, confusi in quelle bolgie cogli omicidi e coi ladri mentre i conventi dei frati erano serbati come luogo di espiazione a quegli inquisiti più giovani e inesperti che davano ai preti qualche speranza di conversione.

Anche nella prigione delle Carceri Nove si trovarono adunque i patrioti agglomerati coi rei di delitti comuni; e non fu raro il caso in cui il giovinetto carcerato per semplice sospetto di patriotismo si trovò rinchiuso nella medesima cella con un assassino già condannato a morte, che aspettava di giorno in giorno l'ora del suo supplizio.

Un'iscrizione sulla porta di quella prigione ci ammonisce che la clemenza fu uno dei motivi che indussero Papa Innocenzo a far costruire le Carceri Nove. L'infelice che vi si trova detenuto può farsi un'idea esatta della clemenza dei papi.

I carcerati, e specialmente i politici, vi sono esposti a durissimi trattamenti. O accalcati alla rinfusa in fetidi cameroni, o isolati in celle umide e sotterranee, mancano d'aria pura e di luce. La nequizia dei preposti rese nulle e disusate anche le regole dell'igiene che presiedettero alla fondazione di quel carcere, duro ma non insalubre nella sua origine.

I detenuti delle Carceri Nove hanno oggigiorno per letto poca e sucida paglia: il loro vitto è scarso e malsano; sono sottoposti al digiuno e alla sferza per colpe leggere e spesso immaginarie!