Petronio si svegliò di soprassalto, gridando:
—Olà! alt! ferma! vuol scappare!… Ah! proseguì poscia, fregandosi ripetutamente gli occhi e la fronte, mi pareva che qualcuno volesse scappare… Maledetto sonno! la pipa non basta più a farmi stare sveglio, e il tabacco nemmeno!… Uh! che brutta vitaccia quella del carceriere!
E qui il buon Petronio, dopo essersi ben bene impinzato il naso di rapè, ed avere sgombrata la testa con una scarica continuata di starnuti, si abbandonò al corso delle sue consuete meditazioni.
—Brutta vita! ripeteva fra sè. Sempre in mezzo alle miserie, sempre chiusi in questa spelonca come tanti gufi! E poi non potere neanche dormire alla notte. Almeno i carcerati riposano a loro bell'agio!
In quel momento, quasi a smentire l'assertiva del carceriere, un lungo, penoso gemito uscì da una segreta vicina, la cui porta si apriva appunto in quel camerone, dov'era Petronio.
—Chi è? cos'è stato? esclamò egli. Sarà questo qua che ogni tanto si lamenta.
Petronio si alzò dalla sedia, e si avvicinò alla porta, donde pareva che il gemito fosse uscito. Quella porta aveva un finestrino che poteva aprirsi dal di fuori per spiare nell'interno della segreta. Egli tirò il catenaccio, e aperto il finestrino, guardò dentro.
La luce di un fanale appeso alla volta di quel lugubre camerone, mandava per il pertugio aperto da Petronio raggio bastante per discernere dentro la segreta la figura di un uomo, che stava rovesciato sul suo coviglio, colle mani intrecciate sopra la testa, in atto di disperato dolore.
Petronio si fermò a contemplare quei misero, e intanto pensava fra sè:
—L'ho detto io. Era lui che mandava quel lamento. Sempre così questo povero Monti! Ah! è proprio vero! egli riposa meno ancora di me.