Curzio fu introdotto da Petronio.
Il giovane artista era stato vestito colla casacca dei prigionieri, e aveva le mani unite e serrate dalle manette, ma pure non aveva dimessa la sua aria di dignità e d'incrollabile fermezza. Postosi in piedi accanto alla tavola, dirimpetto al giudice, lo fulminò con un'occhiata sdegnosa.
—Aspettate i miei ordini lì fuori dalla porta, disse il giudice al carceriere.
E Petronio uscì inchinandosi, e chiuse l'uscio.
—Come vi chiamate? chiese poscia Marini al detenuto.
—Mi avete interrogato un'altra volta, rispose Curzio con piglio sprezzante. Il mio nome vi è noto.
Il giudice processante, vedendo che incontrava del duro, si atteggiò al sembiante della dolcezza.
Egli sapeva assumere modi e parole diversi, secondo l'indole dei detenuti da esaminare.
—Io sono venuto, caro figliuolo, disse con voce benigna, a vedere se le meditazioni del carcere vi hanno insegnato la via della prudenza. Voi per parte vostra già siete confesso di aver presa una parte attiva nella nefanda ribellione del mese passato, ma ostinatamente vi siete ricusato di parlare dei complici e degli istigatori; e questi appunto sono quelli che importa conoscere alla giustizia.
—Io posso rispondere del fatto mio, non di quello degli altri, rispose Curzio fieramente.