Era una stanza che metteva i brividi solo a vederla. Le muraglie erano quelle nude e annerite della prigione. Un gran tavolo coperto da un tappeto nero occupava quasi per intero lo spazio: un enorme crocifisso appeso alla parete pareva che guardasse fieramente gl'infelici che venivano tradotti là dentro; quattro candele infisse nei candelieri di legno erano disposte in quadrato, come se fossero state intorno a una bara. Da un lato stava uno scaffale pieno di processi voluminosi, che per ogni pagina indicavano una lagrima e una stilla di sangue!
Sua Signoria illustrissima (così veniva chiamato il giudice nelle intestazioni degli esami) si assise comodamente in un seggiolone dal cuscino di cuoio, posto sotto il crocifisso, di faccia alla porta d'ingresso.
Il cancelliere, uomo piccolo e ranicchiato, al quale l'antica abitudine degli inchini aveva notevolmente arcuata la spina dorsale, si era seduto sopra una sedia di paglia; e postisi gli occhiali inseparabili sul naso, stava provando le sue penne sopra un foglio di carta.
Petronio se ne stava in piedi sull'uscio, col mazzo delle chiavi in una mano e la berretta nell'altra, aspettando gli ordini del signor giudice.
Il pover'uomo, guardando quella faccia torbida e buia, rabbrividiva non più per sè, ma pei disgraziati, la cui sorte pendeva dall'arbitrio di quell'uomo e dei suoi padroni.
XVIII.
L'inquisizione del processo.
—Fate venire alla mia presenza il detenuto Curzio Ventura, disse il giudice a Petronio, che uscì immantinente, scegliendo una fra le chiavi del suo mazzo. E voi, soggiunse volgendosi a Passerini, voi, signor cancelliere, cominciate a intestare il costituto.
Poi seguitò, dettando con gravità:
«Addì venticinque novembre eccetera, nel locale delle Carceri Nove eccetera, innanzi a Sua Signoria illustrissima eccetera.»