La relazione di Marini era riuscita un capo d'opera di perfidia e di astuzia. Nel compilarla egli si era mantenuto fedele al sistema, che gli vedemmo tenere nella istruzione del processo. Due fini principali gli erano stati imposti, e a questi aveva diretto tutto il suo lavoro. Egli doveva dimostrare queste due cose: che il movimento della insurrezione romana non fu opera dei cittadini di Roma, ma fu importato dal di fuori, e che gl'imputati non erano stati spinti nei loro atti dall'idea patriottica, ma sibbene da un vile interesse. Monti e Tognetti non solamente dovevano essere uccisi, dovevano anche essere infamati!

Tale fu la direzione che Marini diede alla sua relazione processuale, contorcendo i fatti e ravvolgendoli in ambagi cavillose.

Non tardò il processante a ricevere i rallegramenti dei monsignori della Sacra Consulta, e una ricompensa più gradita, che fu una croce dell'ordine Piano, che lo elevava al grado di cavaliere.

Tronfio dei novelli onori, e colla sua bella croce sul petto, Marini si aggirava nelle anticamere del Supremo Tribunale. Ad ogni monsignore che entrava, egli accorreva a baciare la mano, e ne riceveva una stretta, un sorriso, una benigna parola, che lo facevano andare in visibilio.

Quando fu la volta di monsignor Pagni, questi strinse la mano a Marini più a lungo degli altri, e:

—Bravo! gli disse. Bravo, signor cavaliere! Ho letta la vostra relazione e posso assicurarvi che è un bel lavoro. Ve ne faccio i miei rallegramenti.

—Sono troppo fortunato, se l'opera mia ha incontrato l'approvazione dell'eccellenza vostra reverendissima, rispose Marini con un inchino.

—Sì, la mia piena approvazione, riprese monsignore. Ed io farò in modo che il sovrano favore non si limiti alla croce che vedo brillare sul vostro petto.

—E di cui sono riconoscentissimo a Sua Santità, e anche all'eccellenza vostra reverendissima, che colla sua potentissima protezione….

—Un posto di assessore di polizia è appunto vacante, e forse…