Dinanzi si apriva allo sguardo la scena interminata del mare; laggiù sotto il maschio i baluardi con qualche sentinella che passeggiava col fucile sopra la spalla, più in fondo la darsena che in quel momento pareva deserta; i galeotti erano fuori al lavoro.

Curzio non poteva capire donde e da chi gli fosse stato lanciato quel dispaccio aereo. Seguitò a guardare da ogni parte, e si accorse che sopra una specie di terrazza che copriva un fabbricato basso e adjacente al maschio della fortezza stavano lavorando otto o dieci forzati: non era impossibile che qualcuno di essi lanciando con braccio vigoroso il sassetto l'avesse spinto fino alla loggetta dov'egli si trovava.

Ma tutti quei condannati parevano intenti al loro lavoro, e nessuno di essi rispose ai cenni che Curzio rivolse da quella parte. E poi, come e perchè uno di quei galeotti avrebbe potuto trasmettergli quell'avviso? da chi dunque sarebbe proceduto? da persona amica o nemica? Fosse vera o falsa la notizia?

Queste furono le riflessioni nelle quali si sprofondò la mente di
Curzio.

—Ad ogni modo, questa fu la conclusione a cui venne, l'obbligo mio è quello di accorrere in loro soccorso, di tentarlo almeno. La sola possibilità del fatto m'impone questo dovere.

Sporse il capo fuori dal parapetto, e misurò l'altezza a cui si trovava, studiò tutte le sporgenze e le scabrosità del muro, per vedere se era possibile una discesa. Si ricordò di aver letto come Benvenuto Cellini operasse la sua fuga da Castel Sant'Angelo, calando da un'altezza molto maggiore. Ma poi? quando fosse disceso non sarebbe osservato da otto o dieci sentinelle, che non tarderebbero un momento a fargli fuoco adosso? E quand'anche arrivasse a toccare illeso il terreno; non si troverebbe sempre dentro il recinto della fortezza, e soprafatto dal numero dei soldati? E non sarebbe allora rinchiuso in una cella più stretta e sicura della prima? Stava discutendo questi pensieri, quando venne il sergente profosso colle sue chiavi a chiuderlo nella segreta; l'ora del suo passeggio era trascorsa.

Nel giorno seguente Curzio, mulinando sempre mille diversi progetti, aspettò con impazienza il momento in cui lo stesso sergente sarebbe venuto ad aprire la porta della sua cella, ed egli sarebbe stato libero di passeggiare nella loggetta. Giunse finalmente il momento, e Curzio appena fu solo, corse ad affacciarsi al parapetto, e rivolse la sua attenzione da quella parte dove stavano a lavorare i forzati. Si accorse allora che in quel giorno erano passati a un altro posto molto più vicino a quello dove egli si trovava: stavano sul tetto di un corpo di fabbrica che faceva parte del maschio, ma non giungeva all'altezza maggiore dell'edifizio.

Alcuni galeotti erano stati scelti per eseguire tutte le opere muratorie di riparazione di cui avevano bisogno i fabbricati del forte: ed erano quelli appunto che nel giorno innanzi il prigioniero aveva visti a lavorare in una terrazza, e in quel dì erano passati sopra un tetto vicino.

Curzio li osservò con attenzione; se da quelli era provenuto l'avviso, senza dubbio con essi si avvicinava anche il soccorso. Così pensava, quando si avvide che uno dei condannati, colto il momento in cui i suoi compagni erano volti da un'altra parte, fece verso lui un rapido cenno, di cui esso non comprese bene il significato; ma pareva che volesse dire: Aspettate.

Non v'era dubbio, era da quella parte ch'egli aveva un amico. L'idea che si trattava di un galeotto mosse un istintivo ribrezzo nell'animo del giovane. Ma poi pensò che poteva anche essere un patriota condannato agl'infami ferri della galera per causa politica, e si decise di accettare l'ajuto che quegli non avrebbe tardato ad offrirgli.