Pure egli aspettò invano un altro segno; passò l'ora intera senza alcuna novità, e il sergente profosso, puntuale e inesorabile come il tempo, venne ad aprire la porta della cella, e a riserrarla, dopo ch'esso fu entrato. Curzio passò quella notte in una agitazione continua; erano passati due giorni, dacchè gli era pervenuta la notizia della condanna; certamente la esecuzione era vicina. Nel suo modo di sentire magnanimo ed entusiasta lo starsene inoperoso in tale frangente era un delitto, anche per lui così chiuso e guardato a vista nella cinta d'una fortezza; a costo di frantumarsi il capo od essere crivellato dalle palle egli doveva tentare di evadere. Non sarebbe forse riuscito a giovare a' suoi compagni. Non importa: egli sarebbe morto com'essi; e il salvamento della sua vita non avrebbe lasciato sul suo nome il sospetto di un'impunità comprata a prezzo del tradimento. In questi pensieri vagò per tutta quella notte e nel dì seguente, sicchè quando vennero ad aprirgli la porta pel consueto passeggio, egli aveva già fermato fra sè e sè un proposito disperato.
XXX
Tradimento.
Curzio, venuto fuori sulla loggia ed affacciatosi al parapetto, si accorse con meraviglia e piacere, che quella volta i galeotti addetti alle opere muratorie della fortezza, erano molto più vicini a lui che non fossero il dì prima. Essi lavoravano in quel giorno sopra una specie di ponte mobile, situato a ridosso di quella parte del maschio, ov'egli appunto si trovava.
A un leggero sibilo ch'egli emise, un forzato, che Curzio riconobbe per quello stesso che nel giorno innanzi gli aveva fatto cenno di aspettare, volse la testa in su, e appena lo vide, gli fece un altro segno, più espressivo del primo, col quale gli diceva con tutta evidenza: Tenetevi pronto.
Curzio rimase intento cogli occhi ad ogni più piccolo moto di quei condannati; gli parve che quel medesimo che gli aveva diretti quei segni, scambiasse un rapido cenno col loro guardiano. Poi di lì a poco, come se avessero terminato il lavoro della giornata, i galeotti a due a due sfilarono giù dal ponte: uno solo rimase: era proprio quello che aveva stretta seco una segreta intelligenza. Era di quelli che non portavano la catena.
Il giovane prigioniero non ebbe tempo di maravigliarsi del come quel forzato avesse potuto rimanere indietro sul ponte non ostante la sorveglianza del guardiano, chè una sorpresa più forte lo aspettava. Appena il condannato fu rimasto solo, con una sveltezza e un'agilità, che lo dimostravano provetto in siffatti esercizi, si diede a salire ponendo i piedi sulle ineguaglianze del muro, come avrebbe fatto sui gradini di una scala. Fu così rapida la sua salita, ch'egli giunse al parapetto e saltò dentro la loggia di Curzio, prima che questi potesse rendersi ragione di tutta l'estensione del pericolo che quell'uomo correva, e prima che nessuna delle tante sentinelle che vigilavano all'intorno si accorgesse di quel viaggio prodigioso.
—Presto, presto! disse quell'uomo appena fu vicino a Curzio; vestitevi con questi abiti.
E così dicendo in un baleno egli si trasse di dosso la casacca, i calzoni, e il berretto a righe gialle e nere, che formavano il suo vestiario da galeotto.
Curzio rimase un istante irresoluto; per quanto forte fosse il desiderio ch'egli aveva di fuggire dalla sua prigione, si arrestò per un momento innanzi all'idea d'indossare quegli abiti. Ma vinse ben presto la ripugnanza, e spogliati con prestezza eguale a quella del condannato il suo soprabito e i suoi calzoni, si vestì rapidamente cogli abiti di colui.