Dopo quella, dovettero gl'infelici ascoltare altre due messe in ginocchio, recitando il rosario: nuove torture adottate dalla chiesa romana in sostituzione delle tanaglie roventi, che una volta si applicavano ai condannati prima di assoggettarli all'ultimo supplizio.
Che diavolo! la morte tutta in un colpo è cosa troppo dolce, non dura che un istante! Bisogna farne gustare l'amaro a goccia a goccia, e per questo ufficio pietoso le messe valgono un tanto più delle tanaglie. Queste coll'acutezza del dolore fisico facevano dimenticare lo strazio morale della distruzione imminente; quelle invece rinforzano più viva nell'animo la tortura del pensiero.
XXXVII
Il martirio.
Erano terminate le messe, quando entrò nella cappella il cancelliere Passerini, incaricato di ricevere il testamento dei due condannati. Quel pover'uomo di cancelliere aveva un cuore che non era assolutamente fatto per la sua carica; era tutto agitato e contrafatto in volto, e balbutiva nell'annunziare a Monti e a Tognetti il motivo della sua venuta.
—Io non ho nulla da lasciare a' miei bambini! disse Monti, al quale le lagrime gonfiarono gli occhi a quel pensiero. Li affido alla pubblica carità.
—E voi, Tognetti?
—Non lascio altro che i miei abiti, ma non li fate portare a mia madre, perchè nel vederli proverebbe troppo tracollo; piuttosto fateli distribuire a dei poveri bisognosi.
L'orologio delle Carceri Nove suonò lentamente le cinque ore. Non si travedeva ancora il primo chiarore del mattino. Era ancor notte, notte profonda.
S'intese nella strada uno scalpito di cavalli e il ruotare di due carrozze. I condannati rabbrividirono.