In mezzo al quadrato militare, si elevava un palco di legname, e sopra quello l'infame macchina della ghigliottina.
I primi raggi del sole nascente facevano scintillare il ferro massiccio dal taglio obliquo, aguzzo, lucente.
Un uomo barbuto stava ritto in piedi con una mano appoggiata a uno dei bracci della ghigliottina, quell'uomo era il carnefice. Altri due uomini erano seduti sulla scala che conduceva alla piattaforma: erano i suoi ajutanti. Essi aspettavano.
Le carrozze si fermarono presso al palco; Monti e Tognetti scesero ajutati dal confessore e dai confortatori. Le carrozze ripartirono vuote.
Monti pel primo fu condotto a piedi della scala e gli fu ordinato di salire. Uno degli ajutanti lo prese per mano, e lo trasse su.
Giunto in cima alla piattaforma, il carnefice lo fece inginocchiare, e posare il collo sul ceppo. Il ferro discese, e la testa spiccata dal busto rotolò sul palco; mentre il corpo informe cadeva dall'altra parte, mandando fiotti di sangue dal collo reciso.
Il boja raccolse quella testa: l'afferrò colla mano destra pei capelli, e stendendo il braccio, e girandolo intorno la mostrò da ogni parte agli zuavi schierati.
Intanto, uno degli ajutanti asciugava con una spugna il ferro della ghigliottina; l'altro era sceso a metà della scala ad incontrare Tognetti.
Il carnefice rialzò rapidamente il ferro pesante.
Salendo la scala, Tognetti scivolò: i gradini erano bagnati dal sangue che scorreva giù dalla sommità del palco. L'aiutante lo prese fra le braccia, e lo portò su pegli ultimi gradini. Quivi fu sospinto dall'esecutore che aveva fretta. E in un attimo tutto fu finito.