Lucia, meravigliata del suo ritorno, gli chiese che cosa gli recasse.

—Una buona notizia, disse don Omobono, col fare di chi trangugia un boccone amaro.

—A modo dell'altra? In tal caso, la tenga per sè.

—No… prendete.

E senz'altre parole, che troppo gli costava il parlare, le porse il passaporto traditore.

—Oh, bravo! esclamò Teresa; questo sì, ch'è un regalo che mi piace; e la ringrazio, don Omobono, e Dio le ne renda merito. Guarda, Teresa, un passaporto per andarmene dagli Stati del Papa. Io ritornerò a Fermo, e anche tu ci verrai. Ritornerò a Fermo! chi me l'avesse detto ritornare senza il mio Peppe… il mio Peppe, finito a quel modo!

Così dicendo, la povera donna diede in uno scoppio di pianto, che le sollevò il cuore: erano due giorni che non poteva più piangere.

Poi corse ad abbracciare ad uno ad uno i suoi piccini.

—E io vi condurrò in salvo, miei cari, diceva intanto. Finchè stavamo qui, io temeva per voi altri; pareva che un funesto presentimento mi avvertisse di qualche male che vi sovrastasse. Ma ora, grazie a Dio, potrò condurvi meco; andremo insieme dove si respira aria libera e si dormono i sonni tranquilli. Presto, presto, non tardiamo un momento. Teresa, aiutami a riempiere questa cassetta, e poi…

—Ma prima…, soggiunse don Omobono, parlando a stento, come se un nodo gli avesse serrata la gola. Prima bisogna… che voi andiate in persona alla Direzione di Polizia… per la vidimazione del passaporto, altrimenti…