A Firenze, a Milano, a Napoli e nelle altre città principali, del regno imponenti dimostrazioni popolari protestarono contro l'arresto del generale e in favore del movimento romano.
Nel giorno 30 di settembre, non ostante la mancanza di Garibaldi, scoppiò la rivolta nella provincia di Viterbo. Il fatto più importante di quel giorno fu la presa di Acquapendente, dove quaranta gendarmi rimasero prigionieri degli insorti.
A Bagnorea in uno scontro che durò due ore i pontifici sono battuti; così pure a Otricoli. Il movimento si propaga a Orte e a Ronciglione, convergendo verso Viterbo. La rivolta si estende in pari tempo nei monti di Bolsena, Soriano e Caprarolo.
Frattanto il comitato d'insurrezione rivolge un appello ai fratelli italiani, chiedendo il loro soccorso; e insieme agli emigrati romani, che si affrettano a rientrare nel loro paese, dei giovani animosi d'ogni parte d'Italia corrono ad ingrossare le file degli insorti. Garibaldi tenta anch'esso di accorrere in loro ajuto, ma avendo lasciato Caprera il 2 ottobre, viene arrestato in mare, e ricondotto in quell'isola.
Nella città di Roma la Giunta Nazionale Romana che precedentemente vi aveva dirette le dimostrazioni, nazionali, credendosi incompatibile coi nuovi avvenimenti si era ritirata fino dal 21 settembre; e nella direzione del partito liberale erano subentrati i capi-sezione dell'associazione nazionale, i quali al 27 dello stesso settembre avevano diretto un proclama al popolo romano, perchè si tenesse pronto al movimento insurrezionale. Ora allo scoppio della rivolta viterbese la direzione dei moti rivoluzionari, fu assunta in Roma da un comitato di salute pubblica. Il governo papale intanto procedeva a perquisizioni ed arresti senza fine, i quali cominciati il 30 settembre proseguirono non interrotti nei giorni seguenti.
L'insurrezione procedeva; non passava giorno senza che avvenisse qualche scontro, ora a Nerola, ora a S. Lorenzo, e al Pianale, e a Corneto, dove furono battuti gli zuavi del papa. Fu contrario alle fortune della rivolta il combattimento di Bagnorea del 5 ottobre, nel quale 350 insorti attaccati da 1200 papalini, dopo avere strenuamente combattuto, sopraffatti dal numero, furono astretti a ripiegare nei boschi di Goti e di Sipicciano, lasciando nelle mani degli zuavi cento prigionieri, che vennero tradotti nelle carceri di Civitavecchia.
Una brillante rivincita fu presa nel giorno seguente a Monte Rotondo, dove la squadra comandata da Menotti Garibaldi battè e respinse quattro compagnie di zuavi, e occupò quel paese.
L'insurrezione si estende sempre: le schiere degli insorti si spiegano nelle vicinanze di Frosinone, nei boschi sopra Monte Fiascone, e lungo la linea dell'Appennino, mentre una squadra importante tiene la campagna presso Velletri. Nelle scaramuccie di Corese e di Mentana i pontifici hanno la peggio: le schiere dei volontari occupano Nerola, Vicovaro, Ferentino, e i loro sforzi si dirigono verso la capitale. Menotti Garibaldi con cinquecento giovani si spinge fino a venti miglia da Roma. Gli zuavi che lo attaccano sono battuti e respinti fino a Montemaggiore, dove si fortificano. Nel giorno 13 ottobre gli stessi zuavi sono nuovamente sconfitti dalle schiere di Menotti a Montelibretti.
Nei giorni seguenti le squadre di Nicotera e di Ghirelli si congiungono a quelle di Menotti che arriva fino a sei miglia di distanza da Roma.
Così procedendo le cose degli insorti, e avvicinandosi essi alle porte della città, il Senatore di Roma presenta al Pontefice un indirizzo con cui dodici mila cittadini romani domandano, che s'invochi l'ingresso delle truppe italiane; ma l'astuta Curia, che sapeva di poter contare sull'appoggio francese, respinge sdegnosamente la domanda dei sudditi romani. Infatti in quel giorno medesimo, 18 ottobre, l'inviato francese aveva assicurato il governo papale che non gli sarebbe mancato l'appoggio della Francia.