Abbiamo accennato di volo nel capitolo X alla catastrofe di casa Ajani, nella quale i Romani si batterono disperatamente contro i soldati del Papa: una donna generosa fu sgozzata co' suoi figli, e molti altri furono fucilati, dopo fatti prigionieri, dagli zuavi.

Questo fatto diede origine ad altro processo, definito colla condanna a morte di due cittadini romani, Giulio Ajani e Pietro Luzzi, la qual pena fu poi commutata, in seguito alla intercessione di re Vittorio Emanuele, in quella dei lavori forzati a vita. Le più scrupolose ricerche ci pongono in grado di fare interessanti e curiose rivelazioni intorno all'andamento di questo processo, non meno importante di quello che s'intitola dal nome degl'infelici Monti e Tognetti.

Ajani e Luzzi, vittime illustri, languono tuttora nella galere del
Papa-re.

APPENDICE

STORIA SUCCINTA DELL'INSURREZIONE ROMANA

Dacchè la nazione italiana per mirabile forza degli uomini e degli eventi, dopo tanti secoli di schiavitù e di divisione, potè dirsi libera e unita, un sentimento unanime, spontaneo, interpretato da un voto del Parlamento nazionale, volle e gridò Roma capitale d'Italia.

Una necessità storica e politica, dettò quel voto, e mantenne costantemente fisso nell'animo degli Italiani il desiderio di aver libera dal giogo dei preti la propria capitale. E quando le provincie venete furono anch'esse liberate dallo straniero, e cessò quell'incubo del quadrilatero, che pesava su noi come un'eterna minaccia, e quando mancò al re di Roma il sostegno delle armi francesi, quel desiderio divenne più irresistibile e veemente. Parve venuto il momento di redimere l'antica regina, di rivendicare la capitale d'Italia, e gli sguardi di tutti si volsero su Roma.

Questa opportunità fu sentita, egualmente dai Romani, i quali decisi ad affrettare il giorno del riscatto, fino dall'aprile 1867 costituirono un centro d'insurrezione, che fu rappresentato in Firenze dal centro di emigrazione sotto gli auspici di Garibaldi.

I concerti e i preparativi del movimento durarono tutto l'estate, fino a che nel 17 settembre, il generale Garibaldi, nel quale si accentravano le speranze della liberazione di Roma, comparve a Firenze manifestando apertamente l'intenzione di operare per quello scopo supremo.

Nei giorni seguenti apparvero le prime schiere d'insorti nelle provincie soggette al dominio pontificio, e per entrare in azione aspettavano forse la venuta di Garibaldi, designato naturalmente qual duce di quell'impresa. Ma il Generale, che il 22 settembre era partito da Firenze per Arezzo, e, oltrepassata quest'ultima città, procedeva verso il confine romano, veniva arrestato ad Asinalunga per ordine del ministro Rattazzi: e in pari tempo una nota del governo italiano, spiegando quella misura, disapprovava gli atti di Garibaldi. Esso dopo essere stato rinchiuso per due giorni nella fortezza di Alessandria fu condotto a Caprera.