Ben duecento giovani romani andarono a stipare le già popolate prigioni della tirannide pontificia.
Fallito il tentativo nella vigna Matteini e porta San Paolo, il difetto di armi paralizzava ormai l'azione di tutta quell'altra parte di popolo, che da piazza Montanara e dalle vie circostanti aveva per principale obbiettivo la presa del Campidoglio.
Il Campidoglio, che fin dalle ultime ore del giorno non pareva guardato che da un picchetto di pochi uomini, apparve improvvisamente occupato da una compagnia di cacciatori esteri, che stava nascosta nel palazzo dei Conservatori, sicchè quando gl'insorti aprirono il fuoco e tentarono salire la scalinata, furono respinti da una vivissima fucilata, che ne rovesciò parecchi sul terreno.
Tuttavia, ad onta del fallito tentativo di sorpresa, e quindi della sfavorevole posizione nella quale si trovavano gl'insorti, muniti di pochi fucili e di bombe Orsini, tennero fermo per qualche tempo, e risposero arditamente al fuoco del nemico arrecandogli sensibili perdite, fra le quali un capitano di gendarmi ucciso.
Anche dal lato del Foro Romano buon numero di popolani tentò occupare il Campidoglio, salendo dalla parte di rupe Tarpea e dell'arco di Settimio Severo.
Trovarono quegli sbocchi fortemente occupati, e sebbene minacciati alle spalle dai cacciatori esteri della vicina caserma, sostennero animosi gli attacchi del nemico, che al pari dei Romani lasciò sul terreno buon numero di morti e feriti.
In piazza Colonna la fazione di guardia venne uccisa, parecchie bombe furono esplose, ma fatalmente il deposito di revolvers destinato ad armare gli insorti che dovevano attaccare il comando di piazza ed il palazzo di polizia a Monte Citorio fu scoperto e sequestrato nel momento appunto che si doveva farne la distribuzione. Non fu più possibile nemmeno impegnare il conflitto, e forti pattuglie di cavalleria e fanteria dispersero gli assembramenti facendo numerosi arresti.
Nello stesso tempo avveniva l'esplosione della mina ch'era stata sottoposta alla caserma Serristori occupata dagli zuavi pontifici. Una parte di quella caserma crollò seppellendo alcuni soldati nella ruina.
Nel giorno seguente accadeva un altro grave infortunio per la causa dell'insurrezione. I prodi fratelli Cairoli, saputo il bisogno d'armi in cui si trovavano i Romani, avevano stabilito di portare con altri cinquanta compagni un buon numero di fucili dentro le mura di Roma. Quegli animosi avevano presa posizione sui monti Parioli, nella vigna Glorio fuori di porta del Popolo, circa a due miglia di Roma, e attendevano il momento propizio per introdursi nella città, quando alle ore 4 di quel nefasto giorno 23 il loro asilo fu scoperto. La vigna Glorio venne assalita da cinquecento zuavi, che combatterono dieci contro uno, e i magnanimi compagni difendendosi eroicamente furono sopraffatti dalla forza preponderante.
Percossi dal cumulo di tanti rovesci, agitati dal sospetto che il tradimento si fosse già insinuato nelle loro file, i Romani non deposero il pensiero della resistenza. Quanti patrioti potevano sottrarsi alle prigioni accorrevano presso il comitato dicendo: «Bisogna continuare a qualunque costo.» E i Romani continuarono a protestare collo spargimento del proprio sangue contro l'abborrito governo del papa.