La sera del 23 imbruniva appena, quando a San Lorenzo e Damaso una compagnia di antiboini che traduceva un drappello di prigionieri romani e garibaldini venne attaccata dal popolo, in parte disarmata, e costretta a lasciare i prigionieri.
Molte altre pattuglie venivano nello stesso tempo assalite con bombe all'Orsini verso piazza di Pasquino, Santa Lucia della Chiavica, alla Trinità dei Pellegrini, ai Monti, ed in altri luoghi.
Alla caserma di Sora i soldati tumultuarono, atterriti dal sospetto che fosse minata, ed il popolo inerme che trovavasi nelle vicinanze, venne preso a fucilate. Parecchi caddero vittime, fra le quali una donna.
Per la città cresceva l'agitazione; la polizia faceva arresti in massa, le porte erano barricate e munite d'artiglierie, i ponti sul Tevere minati, tutti i posti raddoppiati, pattuglie a piedi e a cavallo in moto giorno e notte; piazza Colonna, piazza del Popolo, il Campidoglio, il Pincio, il Quirinale, tutte le posizioni strategiche erano occupate da forti colonne di truppe d'ogni arma; la circolazione per la città difficile di giorno, pericolosissima di sera; Roma dall'imbrunire in poi deserta.
Era lo stato d'assedio di fatto: insidioso, mascherato, senza proclamazione, senza norme, più pericoloso e terribile di qualunque altro; ma era quello che giovava al governo pontificio per opprimere Roma nelle tenebre, e strombazzare fuori per la credula Europa che Roma era tranquilla e il governo sicuro.
Ma alla fine il crescente pericolo lo costrinse a levarsi la maschera.
Il 24 ottobre, a mezzogiorno, il generalo Zappi proclamò ufficialmente lo stato d'assedio per Roma e suo territorio, e il disarmo generale.
La proclamazione aveva la data in bianco, prova che da molto tempo era preparata, e che non si osava pubblicarla.
Era la prima sfida aperta dal governo papale al popolo romano, e ad essa fu data conveniente risposta.
Nella casa dei signori Ajani, vasto lanificio in Trastevere, alcuni animosi andavano faticosamente raccogliendo armi e munizioni, nell'intento di adoperarle per un nuovo tentativo che si ordiva.