La loro opera, tanto per l'associazione, come per la messa, viene appigionata da un sensale, che contratta a cottimo col sagrestano della parocchia, gli fornisce un dato numero di preti, e distribuisce a ciascuno di essi la dovuta mercede. La parte migliore del mortorio rimane naturalmente al sensale e al sagrestano; quelli che ne ricavano minor profitto sono i preti di vettura.

Questi preti traggono dunque una magra esistenza, accanto alle lautezze dei prelati e dei cardinali. Potrebbero paragonarsi al mendico che raccatta le briciole sotto la mensa dell'Epulone.

Un prete di vettura, fra i cinquanta e i sessant'anni, piccolo, magro, con un viso da buon uomo, su cui stavano dipinte le afflizioni di una vita stentata, il quale rispondeva appunto al nome di don Omobono, sgambettava per le vie di Roma, nella mattina del giorno 22 ottobre 1867.

Il suo cappello colle ale disfatte, il suo abito stretto e monco, le calze di un nero rossastro, e le scarpe scalcagnate attestavano lo stato poco florido delle sue finanze; mentre i lineamenti del suo volto smunto portavano l'impronta della timidezza e della rassegnazione.

Don Omobono entrò in una modesta casa della Longara, e salita una scala, bussò a una porta di povera apparenza.

—Avanti! disse dall'interno una voce di donna.

Il prete tirò la funicella che alzava il saliscendi, ed entrò, dicendo:

—Lodato sia Gesù Cristo!

—Sempre sia lodato! rispose una donna di età avanzata, dalle sembianze oneste, dall'aspetto pulito, la quale stava seduta presso una tavola facendo la calza.

Era una stanza meschina, ma posta in buon assetto.