—Che! davvero? esclamarono le donne.

Don Omobono corse a raccattare la coccarda nell'angolo, dove l'aveva gettata poco prima.

Frattanto Lucia aveva portato la minestra in tavola, e Teresa metteva i bimbi a sedere nelle loro seggioline.

Monti sedette a mensa in mezzo alla sua famiglia, e mentre la moglie scodellava la minestra, egli seguitava a dire:

—Ma sì! Abbiamo finito di stare sotto il governo della perfidia e della ipocrisia. Non più preti sovrani! non più farisei, che benedicono e uccidono colla medesima mano!

Don Omobono, che non sapeva ormai più che contegno tenere, li salutò con un:

Prosit!

E se ne andò, passando nella sua camera.

—Qua, miei cari figliuoli, proseguiva Monti. Voi crescerete in un'epoca migliore!… Mangia, Paolina. E tu, Tonino, che vuoi?… Lucia, dàgli da bere. Avremo finito di dipendere dai birri e dalle spie, di tremare continuamente per la nostra vita, per la nostra libertà, per l'onore delle nostre donne!… Santo Iddio! che non debba venire il momento della giustizia anche per Roma, per Roma che è la nostra capitale, la capitale d'Italia!… Mangia, Tonino. Lucia, non aver paura, ormai non abbiamo più nulla a temere. Teresa, vedi un poco chi è.

Avevano bussato alla porta di strada. Teresa andò ad aprire.