—Ma si sentono sempre delle fucilate. I nostri si battono tuttora.

—I nostri sono inermi, che vengono scannati senza pietà dalle bajonette e dal piombo degli stranieri. Sì, Monti, or ora n'ebbi l'avviso. Le spie della polizia hanno scoperto il deposito delle nostre armi fuori della Porta San Paolo, e tutti i fucili colle munizioni furono sequestrati. In questo momento il popolo romano senz'armi e senza difesa è abbandonato alla strage.

—Ma dunque non c'è speranza?

—Sì, Monti, c'è una speranza ancora. I nostri stanno in questo momento assaltando il Campidoglio, sono armi per essi il furore e il disperato coraggio. Quando noi avremo fatto saltare questa caserma, e avremo impedito così che nuovi nemici vadano ad assalirli alle spalle, non tarderanno a impadronirsi di quel sacro e antico asilo di libertà. Colassù potremo tener fermo finchè ci giunga il soccorso di Garibaldi. È necessario che l'alba di domani vegga sventolare la bandiera nazionale sulle alture di Roma; altrimenti tutto è finito.

Una vettura si fermò sulla strada, e poco dopo un colpo leggerissimo fu bussato alla porta.

Curzio si avvicinò, e chiese sommessamente:

—Chi è?

—La Libertà di Roma! rispose piano del pari la voce di Gaetano
Tognetti.

La porta fu aperta. E Tognetti coll'ajuto dei due compagni, trasse dalla vettura, e introdusse nel magazzino due barili, poi entrò dentro anch'esso.

La porta fu richiusa: la vettura partì.