Ai bevitori del buon vino dei Castelli era nota una taverna, situata in un vicolo a piedi del Monte Quirinale, a poca distanza della fontana di Trevi. Era l'osteria della Sora Rosa.
La Sora Rosa, l'ostessa, stava imperturbata al suo banco nei giorni di sommossa come in quelli di reazione, o che si dovesse nella sua bettola organizzare una rivolta, od operare un arresto; era amica dei liberali, come delle spie, purchè suoi avventori, e purchè pagassero: era un'immagine di quelle antiche deità che i pagani fingevano indifferenti ai casi umani, immutabili per volger di tempi e di eventi.
Era la sera del 30 ottobre; del giorno stesso in cui i Francesi erano entrati in Roma, troncando ogni speranza di ulteriori tentativi, rendendo vani tutti gli eroici sforzi tentati fino allora. L'osteria della Sora Rosa presentava un aspetto singolare. Da un lato stavano seduti alcuni uomini del popolo, dall'aspetto torbido e cupo. Giuocavano e bevevano, eppure sembrava che li occupassero altri pensieri che non erano quelli del vino e delle carte.
A un altro tavolo stavano a cioncare allegramente alcuni zuavi, un tedesco, uno spagnuolo, un francese, bella miscela di fedeli credenti!
Erano lieti; nei giorni passati avevano sacrificate tante vite di scomunicati rivoluzionari, alla maggior gloria del Santo Padre, che già credevano di vedere schiuso sulle loro teste un lembo di paradiso.
Erano lieti: avevano per tanti giorni, ricevuto un lauto soprassoldo, che le loro tasche riboccavano di monete d'argento, portanti la effigie del benedetto pontefice e re.
Erano lieti, per Dio! Non erano forse sopraggiunti i Francesi a sorreggere la loro fortuna vacillante, a ricacciare indietro i garibaldini colla furia dei fucili Chassepots?
Epperciò esalavano la loro letizia in ogni maniera possibile. Bevevano, canticchiavano, cozzavano insieme i bicchieri, facevano brindisi al Papa e alla Francia, al buon vino e alle monete d'argento, alla morte degli eretici romani, e alla prosperità della chiesa cattolica.
E quand'ebbero cioncato e inneggiato a loro bell'agio, si alzarono traballando, si presero a braccetto, e se ne andarono cantarellando nelle loro tre lingue un coro degno dell'antica Babele.
Quando furono usciti dalla osteria, un giovane che giuocava gettò le carte rabbiosamente sul tavolo, e sclamò: