Secondo è stato il bassamento del cambio.

Terzo è l'apprezzo della moneta forastiera e libertá che corra non solo al prezzo eguale alla propria pagando la manifattura di zecca, ma piú.

Quelli, che si son proposti, sono il crescimento del valore della moneta propria o bassamento di peso, far parte o tutta la moneta d'argento piú basso.

CAPITOLO II

Del remedio della proibizione dell'estrazione della moneta.

La ragione apparente, che è stata causa d'indurre a far questa provisione di proibire l'estrazione della moneta, è stata che con quella si conserva la moneta che vi è e che vi deve venire. Perciò, venendone o molta o puoca, mentre non si può estraere, sempre va crescendo, e cosí il Regno viene ad abbondare di moneta, poiché si è presupposto venire di necessitá milioni cinque ogni anno, meno docati doicentomilia per la robba che si estrae. E tanto piú questa ragione move, quanto per alcuni pensieri si credesse che il guadagno fusse causa di fare estraere la moneta per fuora o altra; e son state tanto potenti queste ragioni, che l'han fatto proibire con pene gravissime. Ma la veritá è in contrario, che semplicimente la proibizione dell'estrazione de la moneta non è espediente alli Stati, né giova a cosa alcuna di farli abbondare d'oro e argento, anzi è piú presto dannosa; eccetto se per alcuno disordine il Stato fusse in termine tale, che l'estrazione li potesse nocere. E, acciò si conosca esser vera questa conclusione, si adduce che si ha da dare alcuno fine per colui che vuole estraere, poiché senza fine nisciuno agente opera: dico dunque che, estraendosi la moneta per qualsivoglia fine, bisogna che ritorni con vantaggio nel Regno, donde si estrae. E, acciò piú facilmente s'intenda, si metteno due cause, che son le piú communi e generali per fare estraere la moneta, cioè o di voler comprare robba per fuora, o per portar la moneta in altra parte che vaglia piú cara o che vi sia utile a farla ritornare per cambio. Se me si dice che l'estraerá per comprar robba da fuora, se questa robba bisogna per il Stato dal quale si estrae, non li noce cosa alcuna, poiché per necessitá bisogna pagare le robbe se si vogliono avere. Né mi si dica che si pagariano per cambi o commutazione di robbe, che l'uno e l'altro è il medesimo, come si è provato: poiché, se è per il cambio, bisogna che o prima o dopo vi siano inviati li contanti; se è la commutazione della robba, similmente la valuta, e li denari che se ne aveano da quella, si compenza con li denari estratti, né in questo vi è difficoltá. Se si dice che le robbe non bisognano per il Stato, ma si portano altrove, domando:—Dove si portano? Che cosa si fará delle predette robbe?—Senza dubbio se venderanno per maggior prezzo di quel che le comprò; e cosí ritornará in piú quantitá il denaro che ne uscí, e, se si comprasse di nuovo robba, tanto piú ritornará con vantaggio. E, se si dicesse che tornará per cambio e non in contanti, a questo si è risposto di sopra; se, perché la moneta del Stato in altra parte vaglia piú del proprio, ha forza la medesima ragione che ritornará con vantaggio, come si è detto, quando se ne compra robba, e a basso si fará piú chiaro. Se si estrae, perché vi è utile in farla ritornare per cambio (che è quella causa che si imaginò il detto De Santis che facesse uscire la moneta dal Regno), si risponde come di sopra, che vi ritorna con vantaggio, come si è detto; e cosí per l'altre cause per le quali si estraesse: sí che non può redondare in danno mai del Stato l'estrazione, ma d'utile. E, oltre il detto, la libertá dell'estrazione è causa di maggior trafico, e la proibizione di minore, poiché non sempre ritorna conto al mercante il cambiare, e piú volte li rende utile il portar de contanti, e, essendovi la proibizione, si ritiene, perché, bisognandoli dopo per altre parti, si ritrova impedito e non può estraerli; e perciò si contentará piú presto sentire altro danno, e lasciará di traficarvi: e questo è il danno che può causare la proibizione, e utile nisciuno. Né bisogna altra ragione per far conoscere questa veritá, senza addurre essempi d'altri prencipi d'Italia, che quasi tutti permettono l'estrazione della moneta propria.

E perché la signoria di Venezia, se bene permette l'estrazione de la moneta propria, proibisce l'estrazione della forastiera, ho voluto addurre la ragione perché li torni conto; ed è questa: che con simile disposizione acquista utile d'ogni via; che con l'estrazione della propria acquista l'utile che si è detto, e la proibizione de la forastiera non lo può impedire, per abbondare quella cittá di moneta propria, per qualsivoglia grandissima somma che se ne estraesse; e con la proibizione della forastiera acquista l'utile della zecca, convenendo (come si dirá di sotto) che le monete forastiere vadino in zecca e non corrano per monete. Né questa proibizione può causare minor trafico di non venirvene; ché, lasciando da parte molte ragioni, come si è detto, quella cittá abbonda di moneta propria, che non vi è difficultá che, portandovi la forastiera, non ritrovi subito la valuta portandola in zecca, dandoli la propria, quale può estraere, come si è detto. E tutto questo s'intenda semplicemente, non vi essendo disordine nello Stato o causa tale, nata per quello, che facesse l'estrazione dannosa come nel Regno nostro. Non quella, che adduce il detto De Santis, che, ritrovandosi il Regno cosí essausto, saria in potere d'uno privarlo affatto di moneta, con l'altre cause che tutte risguardano la bassezza del cambio o la detta; perché per questa considerazione la dovriano permettere, poiché, non vi essendo moneta e volendovi traficare li mercanti per la libertá dell'estrazione, loro bisognava portarne per posserne cavare, e, come si è detto, di necessitá quella che si cava ritorna con vantaggio, parlando semplicemente. Ma la causa, per la quale nel Regno nostro genera danno l'estrazione, è il disordine, che si è lasciato crescere, di aver tante entrate li forastieri, e tenere in mano tutte l'industrie del Regno, per le quali cause essendovi permissione, li denari che si estraeriano non bisognaria che ritornassero piú in Regno. E sono cause tali, che a una parte sola non basteriano tutti li contanti di Regno né il doppio, e per questo solo rispetto dico che stia bene in Regno la proibizione dell'estrazione; e tanto piú quanto è vero quel che dice, che, per avere occupato ogni cosa li forastieri, non possono convertere le terze in capitale come prima, per non ci essere remasto in Regno piú che vendere, di modo che per ogni via, e di necessitá, se potessero, estraeriano li denari. E per tal rispetto solo a me pare che stia bene la proibizione; ché, non vi essendo questo, la proibizione non genera utile alcuno, ma danno. Sí che concludiamo che questo remedio della proibizione non può mai fare abbondare il Regno di moneta, ma serve solo per obviare al disordine in quanto può.

CAPITOLO III

Del remedio di far correre la moneta forastiera o crescere la valuta.

Del secondo remedio di bassare il cambio, si sia o no sufficiente per fare abbondare il Regno d'oro e d'argento, si è diffusamente trattato nella seconda parte, né occorre trattare in che modo potesse giovare all'accidente del trafico, perché tocca principalmente al beneficio privato, stante la disposizione del Regno come si è detto, a rispetto del quale non è necessario fare altra provisione fuor di quella che si fa dalli stessi particolari. Si doveria solamente discorrere del terzo, cioè se fare correre la moneta forastiera per moneta, valutando la fattura della zecca opure crescendoli il prezzo, sia rimedio espediente per fare abbondare la moneta in Regno; poiché per tale effetto si fe' la pragmatica che corressero li scudi d'argento di Genoa per moneta, apprezzandoli per carlini tredici e mezzo. E in questo fu seguito il parere del detto De Santis, il quale, dopo aver resoluta la duodecima difficultá contra la pragmatica del cambio, passa a discorrere che sia stato errore aver fatto pragmatica ordinando che il giulio papale e fiorentino, quali prima in Regno correano per grana diece e mezzo, non corressero piú di grana diece, che da quello bassare il prezzo fûrno levate dal Regno tutte le monete predette; e adduce l'essempio di Marco Antonio Colonna in Sicilia, il quale, per fare venire denari in detto regno, che ne era povero, accrebbe il prezzo al ducato napolitano cinque per cento, e fu causa che la moneta del Regno andasse all'isola predetta; e consulta che si facesse il medesimo, e, per non mostrare che vi sia tanta penuria di denari in Regno che bisogni crescer la moneta forastiera, che non si facesse banno, ma si ordinasse alli banchi che gli recevessero per il prezzo cresciuto. Sí che fu il remedio dal detto accennato esequito alcuni anni dopo con banno publico, mentre il remedio di bassare il cambio non giovò a cosa alcuna, e il Regno d'ogn'ora andò impoverendo, giaché, dovendo generare un tanto bene, non bisognava andarlo palleando. Nella prima apparenza par che il remedio sia singulare e vero, tanto per la ragione del guadagno quanto per l'esperienza che allega di Sicilia e dell'istesso Regno. Al che dico che questa apparenza ed esperienza contengono quella veritá che contenevano quelle di bassare il cambio, poiché far correre la moneta forastiera per moneta e crescerli il prezzo non può essere causa alcuna di far abbondare il Regno di moneta, ma d'impoverirlo e di far danno alle ragioni reali e a particolari. E, se bene paresse il contrario, che con effetto vi venessero alcuni denari per alcun tempo, quanto piú ve ne verranno, tanto piú saran causa di maggiormente e piú presto impoverire il Regno. E queste sono quelle provisioni alle quali bisogna bene avvertire, conoscendo gli effetti che possono causare, e risguardar dentro; e non quietarsi nella prima apparenza, e dopo ritrovarsi ingannato nel fine e avere operato tutto il contrario di quel che si desiderava.