E che sia una falsa apparenza il crescer la moneta forastiera per fare abbondare il Regno, o permettere che corra per moneta valutando la manifattura di zecca, anzi che operi il contrario e faccia danno alle ragioni del prencipe, e possa essere occasione o, per dir meglio, causa di danno de' sudditi e, in consequenza, universale, e disconvenga per ogni ragione, sará chiaro facilmente.
E prima, per far conoscere l'apparenza esser falsa, se bene venessero per alcun tempo o in alcuna quantitá, alla fine deveno essere causa di fare impoverire, domando:—Questi denari forastieri che verranno in Regno (perché si è fatto banno che corrano, e sono apprezzati piú di quel che vagliano in ogni luoco, acciò per il guadagno vengano in qua e non in altra parte) per qual fine vi si portano? che cosa si fará di questi denari in Regno, che in ogni modo, si ben si apprezzassero che guadagnasse diece e venti per cento, bisogna intendere che fa di questi denari in Regno?—Se mi si dirá che ne comprará robba per estraerla fuora, questo non causa abbondanza, ma penuria; che, come prima bisognava venire tanto piú moneta per aver la robba, al presente, con venirne tanto manco, estrae la medesima quantitá. Se si dice che non compra robba, ma li negoziará in mercanzia o comprará entrate o altre robbe stabili in Regno, è questo tanto peggio, che tanto piú lo fa impoverire: perché, come prima li bisognava far venire maggior quantitá per negoziare, al presente li bisogna far venire minore e ha l'istesso; e cosí succede nelle compre dell'entrate o robbe stabili. E queste cose sono quelle che l'han fatto impoverire il Regno, e che nulla gli giovi la quantitá delle robbe che vi nascono superabondanti e si estraeno fuora, e mai non vengono li denari, come si è detto diffusamente di sopra: ché la causa vera che non vengano li denari per l'estrazione della robba sono l'entrate che han forastieri in Regno e l'industrie che vi fanno, sí che quanto piú si daria occasione di negoziare con piú vantaggio e utile a forastieri in Regno e che possano comprare entrate e robbe, tanto piú crescerá la penuria della moneta per l'estrazione della robba. E in Regno non vi è altra speranza.
E se si dicesse:—Se questo fusse vero, segueria consequenza che li prencipi dovriano togliere l'occasione di far negoziare forastieri ne' Stati loro, il contrario del quale parrá che abbia detto nella prima parte, avendo posto per uno degli accidenti communi, che può fare abbondare li regni d'oro e argento, il trafico, e che in Venezia sia questo accidente benissimo e sia una delle cause dell'abbondanza, quale trafico sia causa della quantitá de' negozi; dunque questo, che si è detto di sopra, contradice a quello:—rispondo che, considerato bene e inteso quel che ho detto nella prima parte, non solo non contradice a questo che dico, ma conferma il medesimo; mentre intanto ho detto che il trafico grande sia causa de l'abbondanza, in quanto nel luoco dove è, e a rispetto delle robbe d'altri paesi per altri paesi, e cosí de' negozi, e non per esso solo, che fa il contrario effetto; e nel medesimo loco si è provato il trafico in Regno non posser essere se non a rispetto di se medesimo: quale è causa di penuria e non d'abbondanza, avendo rispetto a esso; e, dove è causa d'abbondanza, è a rispetto d'altri luochi, come in Venezia. E, oltre della detta ragione, per la quale si vede che è causa d'impoverire e non di far abbondare il Regno di moneta il crescer il valor della moneta forastiera, se ne adduce un'altra maggiore: perché, con questo crescimento di moneta forastiera, con guadagno grandissimo si estraerá la moneta propria, e, portandola nel luoco de la forastiera, farne di quella per ritornarla in Regno con il vantaggio, e, sempre ritornando quella cavata dall'istesso Regno, estraerne maggior quantitá; e cosí continuare sempre crescendo, e con poca quantitá estraerne tutta quella che vi è.
Deroga alla ragione del prencipe, poiché, dovendo andare tutta la moneta forastiera in zecca, acciò si fonda e converta in moneta propria, e da questo abbia la ragione e beneficio di zecca correndo per moneta, lo viene a perdere; e, permettendo che corra la moneta forastiera, il prencipe, che non tiene miniere d'oro e d'argento nel suo Stato, deve dismettere la zecca. Può causare danno a' suoi sudditi universale con occasione di possere essere defraudati, o con malizia o senza, dal prencipe forastiero; come, per esempio, mentre corre nel paese dell'altro prencipe la sua moneta, il prencipe della moneta, o con malizia o senza, bassa la lega. Senza dubbio, ritrovandosi introdutta la valuta, non dico piú di quel che valeva, ma ancora il giusto, correrá la moneta di lega piú bassa per quella prima; sí che con ogni facilitá si può causare danno di migliara e centinara di migliara de ducati a' sudditi e al Regno in universale. E per questa ragione sola con ogni giustizia non deve correre nelli regni d'altri prencipi, ma portarsi in zecca e pagarla secondo il prezzo che si paga l'argento. Lascio di dire quanto disconvenga che nel Stato d'un prencipe grande corra la moneta forastiera. Sí che si è provato che non per una sola strada, quale bastaria, ma per ogni altra strada che si trafica, questa moneta cresciuta genera penuria e non abbondanza; e cosí si vede, nelli Stati di tutti prencipi che intendeno, la moneta forastiera apprezzarsi sempre meno e non piú.
CAPITOLO IV
Delli espedienti proposti come crescere la moneta propria o bassarla di peso o di lega.
Tutti doi questi espedienti dice il detto De Santis nel suo Discorso siano stati proposti da altri, e tutti li reproba; ma si diffonde piú in reprobare il primo che il secondo, quale reproba per ragione di disconvenienza, stante la grandezza di Sua Maestá e che si levarebbe il commercio al Regno. In quanto alla prima ragione si potria concedere in alcun modo, ma la seconda non è vera, come si è visto nelle cittá e Stati dove è corsa e corre la moneta di lega bassa, che non per questo si è tolto il commercio, né vi è ragione che si debba togliere; ma vi sono altre ragioni potentissime, di quali si deve tenere conto piú che di queste. La prima è che contradice alla giustizia, quale vuole che la moneta apporti l'utilitá non nella forma, ma nella materia, come dice la legge prima nelli Digesti nel titolo De contrahenda emptione: sí che la materia non apportaria l'utilitá in quella, ma la forma, contra la disposizione della legge predetta. Secondo, daria occasione di far delitti contra il principale oggetto della giustizia, poiché saria occasione a fabricarsi moneta falsa piú facilmente. Terzo, daria danno grande a' sudditi, oltre di quello che si è detto; ché, portandosi fuora, non si spenderia neanco per quello che vi fusse d'argento, e il simile interverrebbe al prencipe, se gli occorresse servirsene per fuora del suo regno, perché non se ne potria servire; e ultimamente contiene e causa maggiormente in sé tutti gl'inconvenienti, che causa il crescere la moneta o bassarla di peso.
E, se mi si dicesse che gli altri prencipi dell'Italia l'han fatto e fanno, come Venezia, Genoa e altri signori di Lombardia e di Toscana, e non ha generato alcuna delle cose predette, e che questo è causa di non fare estraere la moneta propria per fuora, lo che si cerca: rispondo che non è vero che da prencipe d'Italia si sia fatto mai tutta la moneta di lega bassa o maggior parte, ma solo una parte della moneta picciola e in poca quantitá, conforme li Stati loro, per commoditá di spendere e cambiare le monete grosse; ma le monete grosse e in quantitá, che serveno per trafichi e negozi e per servirsene per fuora, sempre sono state e sono non solo di lega eguale a questa di Napoli, ma assai megliore, che vi è differenza circa la terza parte tra lega e lega, fuorché quella di Roma, che è di pochissima differenza peggio. E chi se ne vuol chiarire, può far fare la prova d'ogni moneta grossa d'Italia, o sia Venezia, o Milano, o Fiorenza, o Genoa, o Parma, o Mantua, o altre, con quella di Regno, ché ritrovará tutta essere migliore di quella di Regno, come ho detto. E, con tutto ciò che Venezia ha dismesso di far la moneta picciola di lega bassa, come son le lire e li marcelli e altre simili, non per ciò vitupero che per le monete picciole, e in quella quantitá che sono bastanti per cambiare conforme la grandezza del Stato del prencipe, si facessero, non dico di lega bassa, ma di rame scietta, nella quale solamente la forma e non la materia apportasse d'utile, perché questo resultaria in beneficio d'alcuna considerazione del prencipe e non genereria alcuno delli predetti inconvenienti, e in ogni caso saria facilissima la provisione che non li generasse, e cosí ancora che non causasse che altri la facesse: quale provisione taccio, per non trattarsi di questa materia. Come all'incontro dico che non è espediente al prencipe o al regno far fare tanta quantitá di moneta piccola, che corra ordinariamente, anzi sia la maggior, per non dir sola, che corra in negozi, e, oltre l'incommoditá grande, è facilissima a tagliarsi e falsificarsi: ché, se a far quella move alcuno utile, per essere manco di peso a rispetto delle grosse, manco mal saria fare meno di peso una qualitá sola de le grosse, e avere tutto l'utile Sua Maestá e non partirlo con mercanti e artefici di zecca. Sopra lo che non dico altro, per non essere del mio proposito.
In quanto al crescere il prezzo alla moneta propria o bassare il peso, dico che, quando si devesse fare per alcuno espediente, bassare il peso è piú a proposito, né è vera alcuna delle ragioni apportate dal detto per la reprobazione.
E, incomminciando dalla prima che dice, che, bassandosi il peso, rovineria il mondo, perché si disordinaria tutta l'Europa, giaché tutta ha al detto argento stabilito un medesimo prezzo sotto diverse qualitá di moneta; questa ragione non è di considerazione alcuna.